Il perfetto sconosciuto

Ecco il calendario per il 2019.

Chi vuole può stamparlo, fare due buchi ai lati e appenderlo alla parete con un nastro a pallini; tutti quelli che passeranno rimarranno meravigliati dell’alta tecnologia utilizzata. 

Durante la stesura mi sono permessa di aggiungere una festività, scegliendo abusivamente la data del 12 febbraio.

L’ho chiamata FESTA DEL PERFETTO SCONOSCIUTO, che con un gioco di parole diventa lo sconosciuto perfetto. 

Perfetto nel senso di compiuto, circolare, completo, come prevede l’etimologia della parola. Perfetto come qualcuno che non conosciamo e che, magari inconsapevolmente, fa qualcosa di bello per noi. Tutti ne abbiamo uno, si tratta solo di dargli il giusto peso nella nostra memoria.

Il racconto che segue introduce quindi il senso della festa; il calendario invece è dedicato ai racconti di RIME BACIATE, il romanzo che da un anno viene pubblicato sul blog di Buongiorno Matematica. I personaggi saranno con noi ancora per qualche puntata, poi vedremo dove decideranno di andare.

Buon Anno a tutti!





IL PERFETTO SCONOSCIUTO

La mattina del 12 febbraio Chiara si svegliò col cuore in gola, dopo tanti mesi era arrivato il ciclo. 

Chiamò in ufficio per prendere qualche ora di permesso, dette un bacio a Lucio e si vestì velocemente, poi salì in macchina per andare in ospedale. Era una bella giornata, la brina luccicava ai bordi delle strade e il sole illuminava ogni particolare del tragitto; tutto appariva improvvisamente vivido e pulito.

Chiara era felice, si sentiva piena di speranza. Lei e Lucio da tempo volevano un figlio, lo volevano più di ogni altra cosa e finalmente intravedevano la possibilità di averlo.

Il medico aveva detto che dovevano fare degli accertamenti, che lei doveva recarsi all’ospedale il primo giorno di mestruazioni e cominciare un percorso di diagnosi per inquadrare il problema. Chiara aveva atteso per tutto l’inverno, giorno dopo giorno con la tristezza nel cuore aspettando quel sangue che non voleva arrivare. Per mesi aveva percorso la strada dell’attesa, un vicolo diritto e chiuso ai lati; finalmente adesso vedeva in lontananza una curva e poteva svoltare. 

Parcheggiò nel piazzale davanti al Policlinico ed entrò nella stanza dei prelievi. Notò che il monitor con i numeri dell’accettazione era spento e vide un gruppo di persone accalcate in un angolo; nel mezzo un operatore forniva spiegazioni.

Chiara si fece largo tra la folla e arrivò dall’uomo. Gli mostrò la richiesta del medico e gli spiegò la situazione, mentre la gente rassegnata cominciava ad allontanarsi.

-Mi dispiace – disse lui – c’è sciopero del personale. Possiamo accettare solo casi di violenza o patologie a rischio di vita.

Chiara sbiancò, per un attimo ebbe la sensazione di precipitare nel vuoto.

-Per favore – disse con un filo di voce- ho aspettato tanto.

-Non posso proprio – ribatté lui- abbiamo disposizioni rigidissime. Deve tornare il primo giorno del prossimo ciclo.

Chiara lo guardò smarrita. 

-Io non so quando sarà il prossimo ciclo, è tutto l’inverno che aspetto questo. 

Il suo sguardo si riempì di delusione, la sua voce si tinse di tristezza. Dai suoi occhi uscì una lacrima che il suo orgoglio non poté fermare.

Lui la guardò, mentre diceva che non c’era altro da fare;

aggiunse che la legge era la legge

e che nessuno la poteva contestare.

Poi d’improvviso ebbe un cedimento,

provò un istinto di istantanea compassione; 

per quella volta accantonò il regolamento

e la sua voce prese un’altra direzione.

-Passa – disse senza alcun commento

 e fu così che in lui vinse l’amore;

mollò la presa del convincimento

per seguire un mormorio del cuore.

Lei gli sorrise e andò nell’altra stanza, 

fece le analisi e tornò sul suo cammino;

con quel permesso vide in volto la speranza

di accarezzare un giorno il suo bambino.

Di quel signore non seppe più niente,

non una nota, nessuna informazione, 

concluse il suo percorso fermamente

finché raggiunse la destinazione.

Passarono molti anni, Chiara invecchiò e decise di raccontare quella storia ai suoi nipotini. Era una sera di fine dicembre, la famiglia era riunita vicino all’albero di natale per sentirla parlare.

-Se oggi potessi esprimere un desiderio – disse alla fine – vorrei ringraziare proprio lui. Ci ho pensato tante volte in questi anni, senza quel gesto la mia vita sarebbe stata diversa, non avrei avuto voi. Quando si diventa anziani si vedono con chiarezza molte cose, da vecchi si apprezza il valore di ogni dono inaspettato.

Poi fece una pausa per mettere a fuoco un augurio speciale, rivolto a tutti i presenti.

-Ecco, voglio dirvi questo. Il dono più bello che possiate ricevere nella vita è di avere qualcuno da ringraziare. 

Tutti rimasero in silenzio, lasciando che quelle parole trovassero un posto in cui fermarsi e in cui poterle ritrovare.

Il caso volle che quel signore, arrivato al termine del suo lungo viaggio, proprio nel momento in cui Chiara stava parlando fosse sul punto di morire. Aveva gli occhi chiusi, in uno stato di apparente incoscienza; viveva l’esperienza che ogni uomo attraversa e che nessuno può raccontare. 

Sentiva tutti insieme i suoni e le voci della sua vita; i complimenti di sua madre e le risate di suo fratello, il tono pacato della maestra e la palpitazione del suo primo amore. Era incredibilmente capace di distinguere l’uno dagli altri, come se la sua mente fosse per la prima volta in grado di separare, senza sforzo e senza fatica, echi e timbri sovrapposti. In pochi minuti rivide le immagini di tutta la sua esistenza: i giochi da bambino, le mani della nonna che attaccavano i bottoni, gli occhi di sua moglie mentre lo raggiungeva all’altare. Si vide dall’alto, sdraiato sul letto e circondato da un turbinio di fiammelle volteggianti nell’aria. Ogni fiammella era una voce, ogni zampillo un ricordo che non sapeva di avere. A un tratto, una di quelle gocce di luce si fece spazio tra le altre e gli sfiorò l’orecchio; era la voce calma di Chiara:

-Se potessi esprimere un desiderio oggi, chiederei di ringraziare te – sentì dire.

Lui, che non aveva mai ripensato a quel giorno all’ospedale, improvvisamente ricordò. Fu un attimo di quiete, accompagnato dalla certezza di aver fatto qualcosa di buono. Sorrise, allentò la presa dell’ultimo respiro e si lasciò volare.

Il resto successe da sé, fu facile come iniziare a sognare.


Potrebbero interessarti anche...