Le parole dei numeri. Viaggio nelle opere di Tobia Ravà

Da qualche tempo ho capito che ogni quadro contiene una porta, un punto d’accesso non sempre evidente che consente di addentrarci in una realtà diversa dalla nostra, con connotati più fini.

La sensazione che ho provato quando ho visto le opere di Tobia Ravà è stata quella di essere risucchiata dallo scenario come se l’intero dipinto fosse, esso stesso, una grande piattaforma di imbarco: un vortice misterioso capace di catturarmi e di condurmi in una dimensione sconosciuta.

Ferma a guardare l’immagine, ho avuto per diversi giorni l’impressione di mettere un piede nel dipinto e poi di tirarlo indietro, seguendo un istinto che mi invitava alla prudenza. C’era qualcosa, in quel panorama, che il mio sistema percettivo riconosceva come un segnale di allerta, una specie di brulichio sulla punta delle dita che mi poneva in uno stato di allarme e mi rendeva, nello stesso tempo, desiderosa di entrare. 

Non era il sentore di un pericolo; si avvicinava, piuttosto, al presentimento di una realtà difficile da dominare in una volta sola, qualcosa che richiedeva tempo e apertura per essere afferrata. Potrei definirla come una connessione di rimandi, un pullulare di richiami inconsapevole che esibiva la sua forza indipendentemente da me e forse, nella sua verità, dall’intenzione dell’artista. 

Finalmente, dopo un periodo di vacillamenti e di sguardi laterali, in un pomeriggio ho lasciato che il mio corpo varcasse la soglia e scivolasse nell’immagine. 

Mi sono trovata in una foresta che aveva tronchi alti come betulle, perfettamente allineati. 

Sotto i miei piedi, incredibile a dirsi, una serie infinita di numeri incastrati l’uno sull’altro, a comporre un intarsio di cifre. Stavo ancora guardando con attenzione quando ho sentito una voce provenire da dietro.

-Non sono numeri – ha detto.

Mi sono girata di sorpresa e mi sono accorta di essere completamente immersa nel bosco: la porta che avevo appena varcato non si vedeva più.

Seduto su un tronco, pochi passi più in là, sedeva Tobia Ravà.

-Salve, ben arrivata. 

-Salve – ho risposto io incredula.

Lui ha ripreso con grande naturalezza.

-Dicevo che non sono numeri, ma parole. O meglio, sono numeri che indicano delle parole.

-Non sono sicura di aver compreso bene – ho commentato io con un filo di voce. 

-Le spiego. Ha mai sentito parlare della Ghematrià?

-Mai.

-È un peccato, le piacerebbe. Se ha qualche minuto le dico di che si tratta.

-Grazie, ascolto volentieri.

-Vede, la cultura ebraica non usa i numeri arabi, cioè le cifre che usiamo oggi noi. Ogni numero viene indicato da una lettera dell’alfabeto. Ci sono dunque ventidue lettere che corrispondono ad altrettanti numeri: le prime nove alle unità, poi le decine e, infine, le ultime quattro alle prime centinaia. Ogni parola, che è composta da lettere, dà quindi luogo a un insieme di numeri, sommando i quali si ottiene un valore complessivo. Per esempio la parola ‘AV’ che significa padre, corrisponde alla somma dei due numeri legati alle lettere ‘A’ e ‘B’ , perché la B in certi casi si legge V. Ebbene, A e B sono rispettivamente 1 e 2; dunque PADRE è associato, nel complesso, al numero 3. 

Tobia abbassò il tono della voce e fece una breve pausa, lasciando trapelare una forma di sacralità per quello che stava dicendo. Poi riprese a parlare. 

-Questo legame tra lettere e numeri dà vita a una singolare trama di significati, il luogo misterioso in cui adesso lei si trova.

Credo di aver fatto, in quel momento, un’espressione sbigottita, colta dalla meraviglia per qualcosa che andavo a scoprire.

-Il concetto è semplice – ha continuato – il risultato sbalorditivo. Mi spiego meglio. Ogni parola, abbiamo detto, genera un numero. Lo stesso numero potrà essere prodotto anche da altre parole, giusto?

-Giusto – ho risposto. 

-Ecco, le parole che danno luogo allo stesso numero, sono in qualche modo collegate nel significato. E badi bene, non lo esauriscono! Prenda queste, per esempio: il termine AIN SOF significa infinito e dà origine al numero 207. Lo stesso numero viene fuori dalla parola OR, che significa luce, ma anche da RAZ, che vuol dire segreto e da ZER, corona, fino ad arrivare a ADON OLAM, Signore del mondo. È un po’ come se i numeri fornissero una chiave d’accesso ai simboli che ci avvicinano a un concetto. 

-Simboli che ci avvicinano a un concetto – ho ripetuto, cercando nel suono delle parole un modo per comprenderle. Tobia mi ha letto nelle intenzioni e ha aggiunto qualche spiegazione.

-Vede, ci sono delle nozioni che non sono comprensibili fino in fondo. Se diciamo tavolo, tutti abbiamo chiaro che cosa rappresenti: banalmente un piano su cui possiamo appoggiare delle cose. Ma se diciamo mortebellezza o appunto infinito, la questione si fa molto più insidiosa. Per questi tipi di parole, il significato è ampio e inarrivabile. Ci giriamo intorno, ricamiamo dei merletti d’esperienza, intravediamo qua e là qualche riflesso ma non possiamo catturarli completamente: loro sono fluidi come l’acqua e noi, al cospetto, rigidi come la pietra. I simboli, in qualche modo, ci aiutano a coglierne l’idea: ogni simbolo è uno spiraglio che fornisce un sentiero nel significato e in quel momento ci dobbiamo accontentare perché il panorama, nella sua interezza, semplicemente non è accessibile. Le faccio un altro esempio, sa qual è il numero legato al termine SHADAI, che dignifica onnipotente?

-No, non lo so.

-314 cara, le dice qualcosa?

-Pi greco – ho sussurrato incredula. 

-Esatto! La scritta Shadai viene messa per tradizione sulla culla dei neonati. È un’ usanza antica, una pratica ripetuta con l’intenzione di generare positività in una zona circolare in cui poggia la testa del bambino. Circolare appunto, come l’ambiente naturale di Pi greco. Ma 314, badi bene, è anche il valore di SUACH, meditare e di CHUSH, che significa senso. Vede che cosa succede? Non possiamo comprendere Pi greco fino in fondo, non possiamo contenerlo! Ma questi legami tra le parole ci aiutano a coglierne degli aspetti, tutt’altro che secondari. 

-È un po’ come vederli in sogno, non trova?

-In un certo senso sì, ogni richiamo fa intravedere qualcosa. L’accostamento tra le parole diventa un percorso di senso; le lettere sono vettori che mediante i numeri conducono altrove e quell’altrove ci riguarda profondamente, ci accoglie e parla ancora di noi. 

-Siamo lì adesso? Nell’altrove? – ho detto mentre guardavo i miei piedi, poggiati su un terreno di numeri.

-Esattamente, come si trova?

-Benissimo, grazie.

-Non avevo dubbi. L’altrove è un posto miracoloso, immacolato e difficile da raggiungere. Le parole sono porte, metterle insieme è un atto creativo. Del resto, l’ebraismo è una cultura fondata sulla Parola detta e trasmessa. Venga con me, le faccio vedere qualcosa.

Tobia si alzò e cominciò a camminare nel bosco, in direzione della luce. Io lo seguivo in silenzio. Arrivammo a un edificio e ci trovammo nel corridoio di un chiostro, completamente rivestito di numeri. Io mi rivolsi a lui e feci una domanda.

-Stiamo passando da un dipinto a un altro, giusto? Sembra di seguire dei tragitti precisi, all’orizzonte c’è sempre un’apertura.

-Giusto.  Spesso i miei boschi e le mie architetture aprono dei percorsi prospettici di fuga o comunque d’uscita; in fondo ad essi compare un punto di luce. Rappresentano la strada che dobbiamo intraprendere per raggiungere quello che la Kabbalah Luriana chiama Tikkun, ovvero la riqualificazione positiva di ogni individuo e quindi, poi, di tutta l’umanità. È un percorso di conoscenza ma anche di altruismo e di empatia nei confronti degli altri esseri viventi. I miei boschi sono idealmente piantati dall’uomo, ogni albero è equidistante dall’altro come quelli in area golenale; il concetto è che l’uomo possa essere socio del Creatore in una ideale ricostruzione del Giardino dell’Eden. 

-C’è qualcosa, nei suoi lavori, che mi fa girare la testa – ho esclamato, quasi pensando a voce alta.

-Saprebbe dirmi cosa?

-Sì. Credo che sia una strana mescolanza tra oriente ed occidente, qualcosa che guarda all’uomo come Umanità e lo descrive senza distinzioni. Mi spiego meglio. La Ghematrià appartiene alla cultura ebraica, i numeri che lei rappresenta, però, sono in cifre arabe. Vi sono reti di parole che non si vedono, ma la prima cosa che mi è venuta in mente guardando i suoi dipinti è la frase di Pitagora: tutto è numero. È questo che mi fa girare la testa, la spirale che genera e descrive ogni cosa, a cui tutti sembriamo appartenere. La natura unifica, il ciclo della vita racchiude un’essenza che tutte le culture cercano di cogliere da sempre. Ho interpretato male? Non vorrei contraddire le sue intenzioni di artista.

Tobia mi guardò e rispose così:

-Accetto le sue osservazioni. L’opera d’arte, se è tale, non ha bisogno di essere spiegata. La visibilità del lavoro è determinata dal corto circuito psichico che l’immagine produce. Il fruitore, in base alla sua capacità empatica, deve poter interagire autonomamente con l’opera. Più forti sono le connessioni intellettive che ha con l’opera, più potente sarà il salto psichico prodotto. L’intenzione è quella di intraprendere in ogni lavoro una nuova strada della conoscenza: ogni opera è una macchina razionale di interazione con l’irrazionale. Vuole connettere particelle di senso, atomi di un modo fisico, con un “oltre”, un universo metafisico che tende all’infinito. 

Varcammo un’altra porta, passando di scenario in scenario. Il mio sguardo fu colpito da alcune radici quadrate, dipinte sulle pareti. Tobia parve leggermi nel pensiero e aggiunse queste parole:

-Le radici estraggono i concetti, tirano fuori l’essenza. 

Non potei fare a meno di pensare alle soluzioni di un’equazione, chiamate radici perché rimangono nascoste fino all’ultimo passaggio, prima di essere trovate.

Arrivammo in una stanza circolare, al centro della quale c’era un grande cuore che si reggeva in equilibrio poggiando su un unico punto, come una trottola capace di girare. Sopra due alberi, i cui rami erano incredibilmente allacciati gli uni con gli altri.

-A cosa corrisponde il numero 484? – gli chiesi.

-Alle parole ATID e CHALOMOT, che indicano il futuro e i sogni.

-La radice quadrata di 484 è 22.

-Esatto. 22 sono le lettere dell’alfabeto ebraico e il numero 22 è ghematrià di ZIVUG, l’accoppiamento. Il rapporto sessuale è la radice quadrata del futuro.

Rimasi zitta ad ascoltare. In mezzo a tutti quei numeri sentivo le parole, in mezzo alle parole trovavo la strada per procedere. 

Continuammo a camminare, finché mi accorsi che eravamo di nuovo nello stesso bosco in cui ci eravamo incontrati. Riconobbi gli alberi alti, il terreno di numeri sotto i piedi, la luce in lontananza.

Non ci fu bisogno di dire altro, capii che era il momento di varcare la porta e di tornare indietro. Ci demmo la mano in silenzio, poi facemmo un sorriso di saluto. In un attimo mi ritrovai di qua, il passato remoto tornò ad essere prossimo e poi di nuovo presente: la lancetta dell’orologio, nel mio salotto, non si era spostata. 

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