Pezzi di blu

Una volta andai a trovarlo nel suo studio di Milano. Entrai in punta dei piedi in un ambiente pieno di opere d’arte: in ogni stanza e in ogni corridoio c’erano dipinti, quadri e sculture, non sapevo se eravamo noi a guardare loro o seppure fossero loro che, mentre camminavamo, con una certa indiscrezione guardavano noi.

Mi guidava mentre si muoveva con l’andatura affaticata di chi non vuole cedere al bisogno di fermarsi, puntava il dito qua e là su qualche tela per mostrarmi particolari che al primo sguardo non avrei notato. ‘Le opere d’arte vanno vissute’- diceva-  ‘il senso ti deve arrivare addosso’.

Io camminavo, guardavo, cercavo il senso sulla punta del suo dito.

Dopo un po’ siamo arrivati in una sala vasta e luminosa; nel centro una grande scrivania da lavoro e sulle pareti quadri e foto della sua vita: viaggi, ricordi, momenti rubati al tempo e fermati sul muro. Ricordo qualche immagine di lui da giovane, vestito da turista in giro per il mondo, con i piedi su scalini diversi e le gambe piegate nella posa di chi è deciso a salire.

Si avvicinò a un vaso, ci infilò la mano e tirò fuori una manciata di pietre di vetro blu. Poi prese la mia mano e la aprì, ci mise i sassolini e la richiuse: ‘ Tienili con te’- mi disse- ‘non li perdere’.

Io li guardai e d’istinto li contai: erano 6 pezzi di vetro grandi come ghiaia, levigati e vagamente triangolari. Non seppi che cosa rispondere e dissi semplicemente grazie, misi le pietre in tasca e continuai a seguirlo tra le stanze dello studio.

Una volta tornata a casa appoggiai i ciottoli sulla scrivania, vicino al computer. Di tanto in tanto li guardavo, li toccavo e li spostavo in silenzio nel tentativo soffuso di cercare un significato. Uno davanti e cinque dietro, tre e tre su due file, due da una parte e quattro dall’altra. Avevo preso l’abitudine di muoverli con le dita mentre pensavo ad altro, ne catturavo col polpastrello le imperfezioni e ogni tanto tornavo a chiedermi se quel dono giocoso potesse avere un’interpretazione nostra, qualcosa che non ci eravamo detti perché già sapevamo.

Quelle pietre erano sue, mi aveva detto di portarle con me. Che cosa potevano rappresentare? Poco importava che il suo gesto fosse intenzionale, mi piaceva l’idea di dare un senso a ogni sasso, indugiavo nella tentazione di trovare un significato per ciascun pezzo di vetro.

A un certo punto, in una sera rubata all’abitudine, ho avuto l’impressione di vedere qualcosa di nuovo.  Non saprei descrivere con esattezza che cosa succede quando qualcosa mi cattura, sento una specie di tuffo interiore che all’improvviso si fa spazio e scende velocemente nel profondo, dove non avrei pensato di avere una voce. Se dovessi fare un gesto per descrivere la sensazione mi metterei la mano tra lo sterno e lo stomaco, ad indicare che c’è in corso un  sobbalzo, qualcosa che mi fa vacillare. È come se fosse un lancio al contrario, un moto di parole senza suono che invece di uscire entra e precipita fino in fondo. È quello il momento in cui da sempre vedo il colore arancione, un arancione incandescente pieno di sfumature e di filamenti luminosi in un tono che potrei paragonare a quello del fuoco. Dopo qualche istante tutto torna normale e qualcosa è cambiato.

Quella sera, dopo questa esperienza ho messo il dito su una pietra e l’ho spostata separandola dalle altre: – Questa è la fantasia’.

Mi è venuta in mente la sua prima mail, scritta per prendere accordi su un tema da trattare a una conferenza: ‘dimmi quando sei pronta, che accendo la fantasia’.

Con quella frase mi convinse a partecipare, quelle parole alleggerirono il peso di ogni pensiero. Ho fatto un sorriso, sicura di aver centrato il senso del primo dono.

Il giorno della conferenza lo vidi per la prima volta, mi avvicinai per salutarlo e mi dette la mano. ‘Sei come ti immaginavo’ – mi disse. Poi ci sedemmo.

Lui iniziò a parlare per primo, mentre tutti ascoltavano. Avrei pensato che cominciasse da qualcosa di suo, da qualche riflessione sul tema che avevamo scelto; invece aprì la borsa e tirò fuori un mazzo di fogli. Erano cose che avevo scritto io e che lui lesse come un omaggio alla presenza, in un gesto di signorilità che lasciava senza parole.

Ho messo il dito sulla seconda pietra e l’ho spostata: – ‘Ecco, questa è l’umiltà.

D’istinto ho immaginato le sue parole e ho mosso il terzo sasso: ‘non avere paura di mostrare la  fantasia, segui libera l’immaginazione e cammina a testa alta per la tua strada.’ – Hai ragione- ho pensato- porto con me il coraggio. Il coraggio è l’audacia di essere scalzi e senza scudo; con le nostre incertezze, le nostre vulnerabilità, la nostra velocità inadeguata. È la sfrontatezza di mettersi in discussione e l’animo nudo di chiedere scusa.

Così mi sono ritrovata con i sei pezzi di vetro divisi in due gruppi, tre da una parte e tre dall’altra. Li ho lasciati in quella posizione per qualche giorno, su un foglio bianco tra i libri e i compiti da correggere.

Improvvisamente mi è tornata in mente la prima telefonata. – ‘Voglio parlarti di Michelangelo’- mi aveva detto.- ‘Dell’affresco nella Cappella Sistina e del mistero della creazione. C’è qualcosa che  mi sfugge, che mi risuona nella testa e non mi lascia riposare. Se Dio ha fatto l’uomo a sua immagine, che cosa c’è di Lui in noi e che cosa invece di noi in Lui? ’ – Era un dilemma antico che passava dal pensiero collettivo alla mente di un singolo individuo. Non so se ci sia un modo migliore di dare senso all’esistenza, se non quello di racchiudere l’eco dell’intera umanità. L’uomo cammina sull’orlo della conoscenza, perennemente in bilico tra certezze e indecisioni; percorre una linea tratteggiata nella nebbia con l’illusione di vedere, brancola per non perdere l’orientamento tra le acque opache di una laguna. Il singolo sta fermo, l’umanità si muove. È la mancanza di equilibrio che lascia spazio al movimento, la ricerca si nutre di domande che spingono in direzioni creative. Ho spostato col dito la quarta pietra; rappresentava il dubbio.

Ci ho messo un po’ a capire che il sasso successivo era la profondità, la dimensione indefinita dell’io.

Il peso dei quattro ciottoli di vetro, raggruppati in cima al foglio, ha trascinato il quinto in una danza di richiami inaspettati. La fantasia spinge in alto, il dubbio scava; l’infinito si annida negli anfratti delle nostre pieghe, tra ciò che possiamo fare e ciò che sogniamo. -‘Non ti accontentare della superficie’- mi aveva detto-  ‘Da sempre il cuore è più in basso della testa’.

Scendere in profondità significa cercare nelle radici l’essenza delle cose, lasciare i termini di principio e addentrarsi nella natura delle nostre azioni, arrivare fino al pianto e guardare più giù del dolore. La profondità è la dimensione delle vibrazioni che generano i legami.

Ho spostato la pietra; sul foglio bianco rimaneva ora una configurazione di 5 sassi più uno isolato, ancora da interpretare. È rimasto così per molto tempo, separato dal gruppo e senza spiegazione.

In questi giorni il mio amico se ne è andato, ha lasciato il peso del corpo e in silenzio ha preso il volo.

Mi piace pensare che ora stia navigando in un mondo colorato, costellato di fantasia. Quando la sua compagna mi ha dato la notizia ho avvertito la sensazione di un improvviso svuotamento, un cedimento alle braccia e alle gambe accompagnato tutto intorno da un’indescrivibile un’ondata di bianco.  Sono andata verso la scrivania e ho spostato il sesto sasso.

Se siamo quello che siamo, è perché qualcuno ci ha fatto sognare; era il sasso del ricordo.

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