U come febbraio

Linda guardò dalla finestra e decise di prendere l’ombrello.

-Il cielo è tutto nero – pensò – meglio essere prudenti. 

Si infilò l’impermeabile, si mise la sciarpa e il berretto e afferrò lo zaino, poi uscì di casa e dette una mandata alla porta. 

Una volta fuori dal cancello, sentì una goccia caderle sulla testa, poi una sulla mano e una sul naso; si guardò intorno ed ebbe l’impressione netta che di lì a poco sarebbe arrivato un temporale. Aprì l’ombrello e aumentò il passo, sperando di arrivare alla fermata dell’autobus prima che cominciasse a piovere più forte. 

Voltò l’angolo e fu colta da una folata di vento, inaspettata e repentina. D’istinto si resse il berretto e sentì l’ombrello sfuggirle dalla mano, scaraventato nel centro di un’aiuola qualche metro più in là.

Si avvicinò e si chinò sul prato bagnato con l’intenzione di riprenderlo, quando improvvisamente fu attratta da qualcosa.

Si piegò sulle gambe e puntò lo sguardo tra le margherite bagnate, concentrata su un particolare che stentava a decifrare. 

In mezzo ai fili d’erba, diritto come un palo e corto come una matita spuntata, un piccolo UNO rideva e dava bella mostra di sé.

-Buon giorno – disse l’Uno togliendosi il cappello – con questo tempaccio non avrei proprio pensato di incontrare qualcuno.

Lei lo guardò incredula e disse la prima cosa che le venne in mente.

-Hai parlato? 

-No, no…sono stato zitto. 

Linda si accorse di aver fatto una domanda poco intelligente e si schernì con una smorfia che esprimeva, tra i suoi stati d’animo, una sensazione a metà strada tra il vittimismo e la perplessità.

Ancora appoggiata sulle gambe piegate, la ragazza drizzò l’indice con l’intenzione di toccare la singolare figura.

Il suo dito allungato si infilò nel busto dell’Uno e comparve dall’altra parte, senza aver toccato alcunché.

-Prego – disse l’Uno mentre si rimetteva il cappello e alzava le braccia per invitare la ragazza ad avvicinarsi ancora – oltrepassami pure. Sono inconsistente.

Linda, basita, introdusse il dito avanti e indietro più volte cercando una spiegazione che le consentisse di inquadrare l’improbabile vicenda. 

-Di che cosa sei fatto?

-Quante domande, signorina. Non è una cosa che si può spiegare così, su un piede solo!

Linda abbassò gli occhi e vide che, in effetti, l’Uno poggiava su un basamento unico, proprio come il numero che da sempre aveva visto stampato sui libri.

Stette zitta per qualche secondo, guardando quel piedino acuminato  affondato nel terreno. 

-Come fai a spostarti? 

-Non ne ho bisogno, sono già dappertutto.

-Vuoi dire che mentre parli con me, sei anche da altre parti?

-Esattamente. Io sono una proiezione, è per questo che non mi puoi toccare. Come dire…un’immagine riflessa, un simbolo, la rappresentazione di qualcos’altro.

-Interessante … Ma che cosa rappresenti?

-Sapessi, cara mia, quante cose si nascondono nell’unità! Senza di me non si può fare nulla, è impossibile perfino contare. Sono nascosto in ogni dito della tua mano, in ogni filo d’erba, in ogni giorno del calendario! Non mi si nota ma sono dappertutto, fondamentale e inconsistente proprio come mi vedi ora. Vieni qui, ti faccio vedere una cosa. 

L’Uno si levò il cappello e indicò la cima della sua testa, il punto esatto in cui la linea sottile formava una cuspide per poi, con una virgola, scendere in obliquo e ritornare indietro. 

Linda si avvicinò dall’alto e notò un aspetto singolare. L’estremità del numero, senza il cappello, aveva la forma di una sezione circolare; una specie di lente a cui si poteva avvicinare l’occhio come nelle vecchie macchine fotografiche, prima del digitale. Strinse le ciglia per appuntire lo sguardo e la sua vista, in risposta, si aprì su uno scenario sconfinato.

-C’è un sacco di gente che cammina – disse stupita –  è una folla immensa, senza inizio e senza fine…. chi sono? E dove vanno?

-Guarda bene cara, avvicinati di più – aggiunse l’Uno.

Linda strizzò l’occhio fino a farlo diventare un puntino e si accostò il più possibile al numero, quasi a sfiorarlo.

-Zoomma cara, Zoomma.

-Devo ballare?

-Ho detto Zoomma, non Zumba! Devi fare lo zoom, spalancare le pupille per vedere il campo allargato. 

Linda arrossì e inarcò le sopracciglia per eseguire le istruzioni.

-Ecco sì … ho capito, ora li vedo da vicino. Qualcuno è triste, altri ridono … ci sono dei bambini che cantano… Santo Cielo … Ma quella sono io! Come è possibile?

L’Uno fece un sospirone e poi prese a spiegare.

-Quella che vedi è la gente del mondo, il popolo variopinto di questo pianeta, l’umanità in cammino. Siete tanti eh?! Ciascuno ha la sua storia, il suo bagaglio, i suoi compagni di viaggio… ma in qualche modo siete legati gli uni agli altri perché siete figli dello stesso tempo. Visti dall’alto sembrate un tutt’uno, proprio come me. 

-Dove andiamo?

-Non ho la minima idea, dovremo attendere il corso degli eventi. E tra qualche anno lo leggeremo sui libri.

Linda stette zitta, poi cambiò espressione.

-E se mi voglio staccare dal gruppo? Seguire un’altra strada, andare da un’altra parte…

-Puoi farlo qui, dove sei adesso, nella dimensione del quotidiano. Ci sono persone che con le loro scelte hanno cambiato la direzione del corteo. Non è stato mica facile sai, ma qualcuno ce l’ha fatta. 

L’Uno abbassò la voce, come per dire qualcosa di segreto. 

Col dito la invitò ad avvicinarsi e lei, d’istinto, si accostò alla sua bocca. Il vento soffiava forte e le parole dell’Uno si mescolavano al fruscio delle foglie.

Per concentrarsi Linda chiuse gli occhi, attenta solo a sentire la flebile voce.

-Devi ricordarti una cosa che ti aiuterà durante il viaggio. A volte le persone accanto a te sembreranno isolate, ciascuna presa dalla sua strada e dai suoi pensieri. Non aver paura di parlargli, non ti avvilire se non rispondono, in cuor loro ti sentiranno e non sarà tempo sprecato. Non giudicare l’espressione, non guardare il ghigno… non ti fermare all’apparenza…nella loro valigia pesante… in fondo alla luce…rabbia e poi pace.

Le parole dell’Uno diventavano sempre più sottili e Linda faceva fatica a seguire il filo del discorso, sopraffatta dal rumore del vento. Quando non sentì più niente aprì gli occhi e guardò davanti a sé: l’Uno non c’era più.

Si voltò a destra e a sinistra, sperando di trovarlo poco più in là, ma capì di essere sola e fu certa che non l’avrebbe più rivisto. Aspettò in silenzio qualche secondo, poi afferrò l’ombrello e si avviò stranita verso la fermata dell’autobus. Mentre camminava, tra i sassi e le foglie del viale, scorse qualcosa. Si chinò per guardare meglio e vide un piccolo bastone che presentava una biforcazione sulla punta. Lo prese e lo guardò con cura, era diritto come un palo e corto come una matita spuntata.

Si era fermata Linda 

per prendere l’ombrello,

distratta poco dopo

da un Uno col cappello.

A ripensarci, poi,

non non le era parso strano

che un Uno la chiamasse

col cenno della mano.

Una creatura piccola 

nel mezzo dell’aiuola

le aveva ricordato

che lei non era sola.

Non è la dimensione

a fare la grandezza,

in quella situazione

ne prese la certezza.

Son poche le persone

che hanno la fortuna

di trovar dentro l’Uno

l’essenza che accomuna.

Se è vero che il buon giorno

si vede dal mattino

lei scorse con la pioggia 

l’umanità in cammino.

Era una folla immensa

che procedeva insieme

mille foglie di un albero

cresciuto da un sol seme.

C’era chi zoppicava

in mezzo a quel paesaggio,

qualcuno si fermava 

e completava il viaggio.

Linda si avvicinò

al piccolo bastone,

curiosa lo guardò

da ogni angolazione.

– Chi sei esattamente?

Chiese con far discreto

– Parla liberamente

Io manterrò il segreto.

-Ti spiego – disse lui

con aria misteriosa

-da sempre sono e fui

nascosto in ogni cosa.

-Il meglio di ogni uomo

è luce nel profondo,

da sola può bastare 

a illuminare il mondo.

Mi troverai in ciascuno

nel mezzo della fila

in ogni uomo l’Uno,

nessuno e centomila.


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