Il ladro dell’ora legale

Il 22 maggio del 1966, alle due del mattino, Aldo uscì dal suo bar. Aveva appena smesso di piovere, guardò la bici appoggiata sul palo e pensò che, grazie a Dio,  sarebbe tornato a casa senza bagnarsi. 

Abbassò il bandone, dette due mandate alla serratura e chiuse il lucchetto esterno, poi salì sullo scalino e smontò il vetro dell’orologio che sporgeva come un lampione dalla facciata del palazzo. 

-Ecco qua – disse piano mentre spostava la lancetta – adesso sono le tre.

In quel preciso momento sentì un suono, il mormorio di una voce sottile che proveniva da dietro.

-Che cosa fa, bel giovanotto? 

Si girò; nessuno lo chiamava giovanotto da almeno vent’anni e rimase interdetto; era un’ora decisamente insolita per fare conversazione.

Si trovò davanti una figura femminile i cui tratti apparivano sfumati per via del buio e della nebbia. Per di più, la donna indossava un cappello scuro sopra il quale sventolava una specie di foulard, infilato forse per via della pioggia appena cessata. 

-Ho aggiunto un’ora all’orologio – rispose Aldo – oggi inizia l’ora legale.

-Interessante. Dove l’ha presa? – incalzò la donna.

-Dove ho preso … cosa? 

-L’ora. Quella che ha aggiunto.

-In che senso scusi, non ho capito bene.

-Lei mi ha detto che ha aumentato il tempo di un’ora. Da qualche parte l’avrà pur presa…esiste forse un magazzino delle ore in esubero? 

-Beh, no … ho mosso la lancetta col dito.

-In quel caso, giovanotto caro, lei l’ora non l’ha aggiunta, l’ha tolta. Anzi, l’ha rubata!

-Come sarebbe a dire, io non ho rubato proprio niente a nessuno. Anzi, se vogliamo essere precisi, l’ora gliel’ho regalata. Erano le due e adesso sono le tre, vede che ha un’ora in più!

-Ma quell’ora io non l’ho vissuta. È rimasta nel suo dito, giovane imbroglione!

Sulla parola giovane Aldo trasalì. Avrebbe potuto prenderla come un complimento, ma il tono della conversazione era ormai troppo esacerbato per consentirgli di tornare indietro.

-Non sono imbroglione e tanto meno giovane – disse stizzito. 

-Per forza, si fa rubare le ore!

-Ma insomma, chi è lei per rivolgersi a me in questo modo? Io sono un cittadino onesto. E ho anche sonno, perché ho lavorato tutto il giorno e adesso sono le due di notte; anzi, le tre. Vede che mi fa confondere … E lei piuttosto, non ha sonno? Una signora a quest’ora dovrebbe essere a letto già da un po’.

-Questo proprio non lo doveva dire – ribatté lei – ma stia tranquillo, tra poco arriva il 68 e vi sistema tutti. Maschilisti impertinenti!

-Che cosa arriva?

-Il ’68. Tra due anni saremo nel 1968, ve ne accorgerete!

-Bella scoperta! – disse Aldo mentre esplodeva in una risata grassa – E l’anno dopo, ci potrei scommettere, sarà il 1969. Ho indovinato?

-Faccia pure il burlone, si ricorderà di me e delle mie parole. Adesso mi perdoni, ma devo proprio andare. Ho delle ore da restituire.

Il barista la guardò. Finalmente, illuminato dalla luce fioca del lampione, riuscì a scorgere il suo volto. Era il viso di una donna anziana, col naso adunco e i capelli raccolti in un ciuffo di riccioli posticci che le cadeva compatto sulla fronte.

Lei gli rese lo sguardo e si girò. Inclinò la testa e mosse le spalle, poi ruotò il busto in un movimento decisamente atipico per una signora di quell’età. 

Quando Aldo osservò di nuovo i suoi lineamenti, tutto era cambiato.

Era adesso una donna giovane e assolutamente bellissima, con le ciglia lunghe e una collana di filo nero intorno al collo.

– Non siamo in grado di vedere il tempo – vagheggiò lei – abbiamo davanti solo il nostro aspetto. Mi creda giovanotto, qualsiasi età si abbia, si è sempre troppo giovani per comportarsi da vecchi. 

Aldo rimase basito, avrebbe voluto dire qualcosa ma non la vide più; era svanita tra la nebbia e il buio.

Salì sulla bici e tornò a casa, con la testa vuota di pensieri. Passò la notte a girarsi e a chiedersi se avesse veramente fatto quell’incontro o seppure fosse stato solo il frutto di tanta stanchezza e della sua immaginazione.

Dal giorno dopo tutto riprese come sempre: le lancette giravano, il sole e la luna si alternavano nel cielo.

Il 24 settembre del 1966, alle tre del mattino, Aldo uscì dal suo bar. Abbassò il bandone, dette due mandate alla serratura e chiuse il lucchetto esterno, poi salì sullo scalino e smontò il vetro dell’orologio che sporgeva come un lampione dalla facciata del palazzo. 

-Ecco qua – disse piano mentre spostava la lancetta –  ti ho reso l’ora. 

Poi fece una risata e aggiunse: 

-Tutto sommato, sono un giovane onesto.


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