Aristotele

Il pensiero di Aristotele è stato un pensiero potente, tanto da sopravvivere al crollo della civiltà che l’aveva originato e da resistere per quasi duemila anni come modello di sapere. La visione greca della realtà fisica immaginava la terra al centro di un universo formato da sfere celesti contenute l’una nell’altra e intarsiate di pianeti; l’ultima sfera era un globo blu rivestito di stelle che completavano il cosmo. La questione di cosa succedesse oltre quell’ultima cerchia era considerata priva di significato perché la realtà era di fatto racchiusa in un guscio adeguato a sé stesso, finito e completamente saturo di materia. L’interpretazione aristotelica dell’universo non ammetteva spazi vuoti e non contemplava l’assenza di estensione; non concepiva il niente e di conseguenza non prevedeva lo zero che tra i numeri era portavoce di quel nulla che appariva senza forma e senza quantità. Zero e infinito erano idee pericolose perché minavano il ragionamento deduttivo che proprio i greci avevano inventato; il paradosso di Zenone metteva in luce una debolezza che nessuno era in grado di risolvere e vanificava gli strumenti della logica là dove il piccolo diventava impercettibile e la successione appariva illimitata.
Così Aristotele respinse i due concetti, si arrese all’evidenza del senso comune e rinunciò a capire; alzò la barricata del dogma e rimase ingabbiato nella sua dottrina. Disse che l’infinito esisteva solo in forma potenziale e che nessuno aveva modo di manipolarlo; lo bollò come artefatto della mente e lo liquidò dall’ambito del conoscibile. Senza saperlo Aristotele frenò lo sviluppo del pensiero, soffocò il dubbio e bloccò la crescita di nuove idee che nel dubbio trovano il seme e l’aria; rallentò il cammino della conoscenza e spense la curiosità con la paura dell’ignoto, si adagiò sul desiderio di certezza e abdicò al coraggio di sognare.

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