Bernhard Riemann

Bernhard Riemann era un ragazzo timido arrivato nel ginnasio di Lüneberg nel 1842, ad anno scolastico iniziato. Il direttore della scuola si accorse delle sue straordinarie capacità e gli dette la possibilità di consultare liberamente la biblioteca dell’istituto. Lì Riemann incontrò un’opera che avrebbe cambiato il corso della sua storia e della nostra eredità culturale.

Non è banale l’accezione della parola incontro quando i soggetti sono uomo e un libro, si può usare questo termine quando la lettura modifica il pensiero di chi si avvicina casualmente al testo e poi rimane imbrigliato nel filo trasparente delle parole, le divora per necessità di nutrimento e alla fine si sente ritemprato.

Così accadde per Riemann quando incontrò La Teoria dei Numeri di Adrien-Marie Legendre: lo prese in mano e non fu in grado di riporlo se non dopo una settimana di frenetica lettura.

In quel volume, che la maggior parte dei ragazzi avrebbe volentieri evitato, c’era l’accenno a una relazione che utilizzava la funzione logaritmo per quantificare i numeri primi compresi in un certo intervallo. Era una supposizione nata dall’analisi di certi casi sperimentali, un’ipotesi proposta senza alcun tipo di dimostrazione. Tanto bastò a scatenare l’immaginazione di quel giovane studente poco incline alla socializzazione, il tarlo del dubbio si era insinuato tra i suoi pensieri e non l’avrebbe più lasciato.

Nel 1859 Riemann pubblicò un saggio tra le note delle scoperte mensili dell’Accademia di Berlino. Si trattava di un piccolo testo,10 pagine in tutto, in cui Riemann forniva l’interpretazione visionaria di un’idea bizzarra e originale. Era un’ipotesi che riprendeva il pensiero di Legendre e permetteva di trarre informazioni sulla posizione dei numeri primi mediante l’utilizzo di nuove grandezze comparse in quel periodo sulla scena del teatro matematico europeo, i numeri complessi.

L’ipotesi di Riemann è ancora un mistero, un enigma aperto su cui si sono dibattute le menti più grandi degli ultimi 150 anni. La soluzione è ad oggi ignota e la dimostrazione non si trova, sta di fatto che quell’ipotesi sembra funzionare e sottende i parametri numerici dei sistemi di sicurezza informatici mondiali.

Riemann morì in Italia a soli 39 anni, stroncato da una malattia. Si racconta che la sua governante abbia bruciato gran parte dei suoi appunti e che altri scritti inediti siano stati occultati per anni da altri matematici, forse nel tentativo di capirli.

Fu sepolto nel piccolo cimitero di Biganzolo di Verbania, in Piemonte. La sua tomba oggi non esiste più ma una lapide è appesa sul muro del cimitero, vicino al cancello: ‘Qui riposa in Dio Georg Friedrich Bernhard Riemann, professore a Gottinga, nato a Breselenz il 17 settembre 1826 e morto a Selasca il 20 luglio 1866. Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio’.

Così Riemann ci ha lasciato in un dubbio, l’incertezza di un risultato eccezionale. Una visione insolita e geniale, illuminata dagli occhi della mente. È una speranza un po’ sconsiderata che alla lunga diventa impertinente: che arrivi, un giorno, qualcuno che la sa guardare e la dimostri inaspettatamente.

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