Pitagora

Pitagora fu l’uomo del mistero. Poche parole tramandate a voce, verità segrete per descrivere l’essenza delle cose. Alla base di tutto il numero e nel numero le forme del plurale; nei rapporti la possibilità di confrontare e nelle frazioni una via per misurare. Se contare significava calcolare la lunghezza di una linea, il rapporto tra due numeri non era altro che
il confronto tra grandezze; le relazioni tra misure producevano frazioni capaci di spiegare l’universo e nulla sfuggiva a questa descrizione.
La matematica era la strada e il panorama, la voce e il suono, l’artista e la scultura. I numeri spiegavano ogni forma e ogni proprietà; le proporzioni erano parole nascoste nel regno della natura, insieme musica e bellezza del cosmo.
Successe però qualcosa che turbò questo equilibrio del pensiero, una scoperta che minò l’impalcatura della visione pitagorica e travolse come un uragano la coerenza della spiegazione razionale.
Pitagora trovò che il lato del quadrato non produceva alcun rapporto con la diagonale e che i due segmenti sfuggivano a ogni forma di misura relativa. Se il quadrato aveva lato 1 la diagonale risultava uguale alla radice quadrata di 2, numero che non poteva essere scritto come frazione e che per Pitagora non aveva significato.
Pitagora si era imbattuto in un controsenso che non sapeva gestire, era inciampato in una realtà inevitabile e spaventosa che faceva vacillare l’intero edificio del mondo. Avrebbe forse potuto accettare il fallimento di una teoria ma non riuscì a sopportare il crollo dell’intera realtà. L’ordine pitagorico decise di tacere, di ignorare la voce di quella figura che sbandierava una contraddizione tanto indisponente e adottò l’incommensurabilità della radice di 2 come un inconfessabile segreto.

Non chiedermi di parlare, di raccontare il risultato
di fronte a ciò che ho visto mi trovo disarmato.
Vacilla la realtà, crolla la mia difesa
ma il non sapere ha un prezzo e il mio silenzio pesa.
Ho perso il sonno ed il pensiero razionale
mi schiaccia il peso di quella diagonale;
una lunghezza assurda, semplice e sfrontata
che sotto i miei occhi esiste e non può esser misurata.
Passa le tue dita sul lato del quadrato
sfiora ciò che è minuscolo e non può essere acchiappato.
Comprendi la mia rabbia e il mio tormento silenzioso,
mi ha colto l’incertezza là dove ero vittorioso.
Si chiude il mio sipario, è il momento dell’ inchino
perché senza pensiero sono solo un manichino.
Ma un vezzo voglio averlo, un saluto originale
io che sulle forme ho saputo volteggiare;
sul triangolo rettangolo del nobile teorema
incido la mia firma e poi esco di scena.

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