12. Il dubbio di Mia

Arrivò l’estate e nessuno la poté fermare.

Mia frequentava la facoltà di Medicina, aveva dato i primi esami all’inizio dell’anno e adesso studiava per l’appello di Luglio.

Le giornate da studentessa universitaria erano molto appaganti; dopo le lezioni della mattina la ragazza si fermava a studiare nella Biblioteca degli Intronati, in via Della Sapienza e nel silenzio assaporava l’odore della storia. Aveva la sensazione che in quell’ambiente antico i suoi libri prendessero la forza di mille pensieri, come se le parole stampate sotto i suoi occhi si ingigantissero e diventassero incisive, spinte dalla memoria di coloro che in quegli spazi avevano a loro volta riflettuto in passato.

Leggeva poche righe alla volta e si fermava quando la sua mente afferrava un concetto nuovo, in quel contesto si arrestava e fissava un punto sulla parete di fronte – Chissà quanti occhi avranno guardato quella pietrarimuginava lei-quanti si saranno fermati proprio in quel punto.

Con una sorta di languore, sospeso tra il respiro e la pelle, proseguiva a pensare. Dopo qualche secondo sottolineava una frase utilizzando un righello che usava anche come segnalibro e scriveva una parola a margine della pagina. Annotava un unico termine in grado di catturare l’intero principio proprio in corrispondenza della sua spiegazione, dopo di che riprendeva la lettura. Alla fine del pomeriggio, prima di uscire dalla biblioteca, rileggeva l’elenco di vocaboli e soddisfatta annuiva. 

Mia era indubbiamente affascinata dal mondo universitario, nel primo anno aveva conosciuto ragazzi e ragazze provenienti da tutte le regioni d’Italia e con loro passava gran parte del suo tempo libero per andare a ballare, al cinema o in birreria. Non aveva avuto più notizie da Greg e dalla sua famiglia, si era lentamente riappropriata della sua spensieratezza e aveva ricominciato a divertirsi.

Gli appartamenti degli studenti fuori sede erano per lei luoghi incantati in cui incontrava un sacco di gente, giovani di tutte le facoltà accumunati dal fatto di avere amici con lo stesso domicilio. In qualche caso assomigliavano a un affascinante paese dei balocchi, erano così giocosamente affollati che in un attimo ci si poteva distrarre e scordarsi di essere effettivamente in quel posto con lo scopo di studiare, sempre che il termine studiare venisse usato nella sua più rigida accezione. Si poteva invece continuare a considerarsi parte della categoria degli studenti nel caso in cui questo vocabolo venisse usato per indicare semplicemente soggetti in possesso del libretto universitario, giusto quel tanto che consentisse di avere, come effetto indotto, lo sconto sull’autobus e la tessera della mensa. Se poi, tra una festa e l’altra, qualcuno fosse stato in grado di sostenere anche un esame, questa era tutt’altra storia che interessava poco ai giovani affittuari e punto ai loro molteplici amici. 

Tuttavia, nonostante l’innegabile distanza tra i temi affrontati e il piano di studi dei partecipanti, quei ritrovi avevano una singolare funzione formativa.  Lontani dai libri di testo e dalle lezioni accademiche, in quegli appartamenti si parlava di tutto: dal cinema neorealista di Rossellini all’omosessualità del cugino di Tizio o di Caio, dal potere imperante dei mercati finanziari alle dinamiche delle relazioni di coppia. Si passava con leggerezza dall’attualità dei concerti di Nino Rota alle frasi del Dalai Lama; dalla psicologia delle relazioni tra vittima e carnefice alle battaglie sull’inquinamento globale; ogni tipo di fermento culturale, pubblico o privato, passava di lì. Erano luoghi in cui l’evanescenza del fumo si mescolava al corpo delle idee, ambienti dall’atmosfera satura di odori e di suoni che fornivano un estratto rappresentativo dell’intemperanza giovanile.

Mia frequentava quei posti con la curiosità di chi si affaccia per la prima volta da una scogliera, a metà strada tra la voglia di vedere e la paura di precipitare. Nonostante l’interesse e le piacevoli distrazioni, la ragazza aveva una struttura interiore solidissima, d’istinto sapeva scegliere la strada migliore per arrivare a qualsiasi meta. I pomeriggi passati con Anna le avevano insegnato il coraggio della determinazione e le avevano trasmesso l’idea che per essere liberi occorre perseverare nei propri obiettivi; l’impegno era dunque la condizione necessaria per arrivare all’altezza dei sogni. Così lei usciva con gli amici e si intratteneva con gusto ai dibattiti delle serate a casa, ma a una certa ora si congedava, salutava tutti e andava a dormire per non perdere le lezioni del giorno dopo.

Accadde così una sera del 2 Luglio, il giorno della corsa del Palio. La Tartuca aveva vinto la gara e i contradaioli  festeggiavano in piazza, intenzionati a celebrare il trionfo fino a notte inoltrata. Insieme agli altri ragazzi del gruppo, Mia aveva passato la serata a giro per le strade del centro, tra cori e schiamazzi di brigata. Quando guardò l’orologio erano le una e decise di andare. 

-Ti accompagno allo scooter- Disse Niccolò.

-Grazie- Rispose lei.

Da qualche tempo i due si scambiavano occhiate d’intesa; senza farsi vedere dagli altri cercavano l’uno lo sguardo dell’altro in una sorta di provocazione e desiderio, comunicavano silenziosamente con una mescolanza di vibrazioni tra l’invadenza sottile e la riservatezza sfacciata.

Durante il percorso cominciarono a parlare, mentre il loro cuore balzava al ritmo dei piedi su e giù per i vicoli di Siena. 

-C’è il Palazzo del Capitano aperto, entriamo a vedere- disse lui con entusiasmo – ti faccio vedere una cosa.

Niccolò studiava Storia dell’Arte ed era appassionato di curiosità, piccole e grandi coincidenze che rendevano le città ricche di fascino.

I due ragazzi si affacciarono nel cortile dell’edificio e in un attimo si trovarono all’interno.

-Dove ti sembra di essere?- Chiese il giovane.

-Non saprei- rispose Mia.

Il ragazzo estrasse il cellulare dalla tasca dei Jeans e digitò qualcosa, poi girò lo schermo e mostrò a Mia l’immagine del dipinto di Hayez. 

-Ti manca il cappello!- disse lei ridendo.

-L’importante è che non mi manchi il bacio- ribatté lui -perché vedi, in questo posto incantato può succedere qualsiasi cosa, lo spazio in cui siamo ha la forma e i colori dello scenario del quadro.

Le prese la mano e si avvicinò per baciarla. Lei ripeteva tra sé le ultime parole sentite. Senza sapere perché, ascoltava il suono che faceva eco tra i suoi pensieri in un ipnotico mantra.

La forma e i colori, i colori e la forma…

All’improvviso le tornò tutto in mente. Si vide qualche anno indietro, sdraiata in Piazza del Campo con Greg nello stesso identico modo con cui da piccoli si stendevano sul tappeto. Ricordò la scena, le parole, le emozioni provate. 

Parlavano della geometria delle cose, di come fosse possibile aumentare la superficie di una figura senza alterarne la forma. Perché la magia di Greg, come quella di Anna, scaturiva dal fatto che lui sapeva portare la matematica nelle faccende più intime della vita e quando lo faceva non c’era niente da fare,  sapeva incantare.

-Per ingrandire una figura devi tener fermi gli angoli e aumentare i lati in proporzione- diceva lui.

-Voglio rimpicciolire la torre del Mangia e farti diventare una formica- rideva lei.

Quando il ricordo diventò sfumato, Mia alzò gli occhi e vide il viso di Niccolò vicino al suo. Ebbe un attimo di incertezza, qualche secondo in cui sentì con forza la voce di un dubbio dilaniante. Che cosa doveva fare? Vivere nell’attesa di un amore perfetto o lasciarsi andare alla tenerezza di quel momento, assecondando d’impulso uno slancio che le sembrava autentico ma non travolgente?

 

Il cuore di Mia parve essere un ladro

nello scenario del bacio del quadro;

non le era chiaro se prendere adesso 

ciò che vedeva attraverso un riflesso.

Si chiese se fosse davvero importante

aspettare una luce impetuosa e abbagliante

o se non fosse la cosa migliore

guardare una fiamma e accettarne il calore.

Conobbe l’idea di lasciarsi tentare

e tuffarsi nell’acqua solo per galleggiare;

invece che attendere nell’agitazione

la furia che passa e diventa passione.

Fu il dubbio più grande che lei avesse avuto

la scelta tra il sogno o il reale com’è,

per tutta la vita un dilemma assoluto

che avrebbe per sempre portato con sé.

 

Quando Mia smise di pensare, vide gli occhi di Niccolò vicinissimi ai suoi. Sentì il profumo della sua pelle, il calore delle sue mani, la dolcezza della sua presenza discreta.

Fu combattuta per qualche secondo, poi prese una decisione.

-Vaffanculo Greg- disse tra sé.

E si lasciò baciare.

Night Time Tower Clock Moon Drawing

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