13. Il silenzio di Libero

Libero si tolse l’orologio e lo infilò nel cassetto. Aveva bisogno di pensare con calma, di riflettere su tutto quello che era successo e di prendere una decisione. Si slacciò la camicia svincolando i bottoni dalla morsa degli occhielli, arrotolò le maniche e si sfilò le scarpe. Poi tirò via i calzini e si sdraiò sul pavimento.

Da qualche tempo viveva in quella casa di cui non aveva mai visto i proprietari, un appartamento signorile nel centro di Berlino dove la gente passava distrattamente e le abitazioni cambiavano affittuari di continuo. Turisti e uomini d’affari restavano in zona per qualche settimana e poi passavano oltre, senza stringere rapporti con nessuno. Lui e la sua famiglia avevano trovato le stesse dinamiche di non vicinato in tutti gli alloggi che avevano occupato da quando, cinque anni prima, erano improvvisamente partiti lasciando Siena e tutte le loro abitudini. Arrivavano in quei palazzi accompagnati da autisti sempre diversi, uomini taciturni che caricavano in macchina le loro valigie e guidavano con gli occhiali da sole masticando chewing gum per l’intera durata del viaggio. Prima di congedarsi gli consegnavano una busta sigillata contenente un numero di telefono; a seguito di quella telefonata qualcuno arrivava per aprire la porta della nuova abitazione. Avevano vissuto quei momenti molte volte passando da Berkeley a Washington, da Amsterdam a Lille, da New York a Portland fino ad arrivare, qualche mese prima, nella capitale tedesca.

Disteso sul pavimento, Libero ripensava alle tappe dei loro spostamenti e si chiedeva come sarebbe potuto uscire da quella situazione che stava logorando le loro vite. Gli venne in mente quel giorno di Aprile, in cui tutto cominciò. Ripensò ai momenti convulsi della partenza, alla concitazione della decisione affrettata e allo smarrimento muto negli occhi di sua moglie. Rivide la scena e rivisse quegli attimi di confusione. Stava tornando dall’Università, aveva appena infilato le chiavi per entrare in casa quando sentì la voce di un uomo che parlava con Adele.

-A che ora torna suo marito?

-Dovrebbe essere qui a momenti, le preparo un caffè?

-No grazie, ma non si allontani da casa per favore.

Quando Libero entrò nella stanza d’ingresso vide un individuo alto vestito di scuro. Lo guardò per qualche secondo, cercando capire se l’aveva già incontrato da qualche parte ma non gli venne in mente nessuno.

-Buon giorno signor Martinelli- disse l’uomo- aspettavo lei.

Libero si sedette, con un certo presentimento. Fu colto dall’ansia e la sua testa cominciò a girare tra i circuiti delle sinapsi, il suo sistema nervoso si riempì di adrenalina sotto l’effetto di un’inondazione improvvisa e le parole cominciarono ad accavallarsi nei suoi pensieri per uscire, poi, dalla sua bocca attorcigliate.

-Mi dirà- pronunciò.

-Sono venuto a prendervi, dovete lasciare la città.

-Che cosa?- si intromise Adele- come sarebbe a dire? Noi non abbiamo fatto nulla di male. E poi scusi, lei chi è?

L’uomo proseguì, nello sgomento dei coniugi.

-Sono Franco Greco, da qui in avanti mi occuperò di voi per tutto il tempo che sarà necessario.

-Ma perché?- chiese la donna in stato confusionale.

-Suo marito può immaginarlo, vero signor Martinelli?

-Veramente io…. non so di cosa stia parlando…mi creda, non motivo il sospetto della sua congettura.

La testa di Libero frullava in un vortice di ricordi e di considerazioni accelerate dall’urgenza di trovare una via di uscita. Era sicuro di non aver parlato con nessuno e di aver agito con la massima prudenza. Scorse le immagini dei giorni appena passati e si chiese dove aveva sbagliato, perché qualcosa gli era sfuggito dal controllo.

-Andiamo, su- riprese Greco- non faccia finta di non capire.

Adele guardava esterrefatta, con la faccia di chi vive un brutto sogno e non riesce a svegliarsi.

-Non può obbligarci a partire – disse Libero.

-È vero, non posso- commentò l’uomo di fronte a lui- ma vi conviene seguirmi. Sarete sotto protezione per un po’, finché la situazione non sarà più chiara. Siete tutti in pericolo, avete alle costole uomini molto pericolosi, disposti a fare qualsiasi cosa pur di ottenere quello che cercano. C’è in gioco una posta altissima e la sua famiglia è un bersaglio fin troppo facile da colpire. Pensi ad Anna.

Libero trasalì. Quel tipo sapeva troppe cose della loro vita, l’idea che qualcuno potesse far male ad Anna lo fece infuocare e lo stordì.

-Ma insomma, che cosa cercano?- Urlò Adele.

-Ora non c’è tempo- prendete le vostre cose, i documenti e andiamo. Ho già avvertito la scuola di vostro figlio, passiamo a prenderlo tra un’ora e ci rechiamo all’aeroporto. Fate presto! – poi guardò Libero e aggiunse – Mi raccomando, prenda TUTTO.

Libero cominciò a girare frettolosamente. Passò dal salotto alla cucina, dallo studio al ripostiglio, dalle camere al bagno senza dire una parola.

Adele mise qualcosa in una valigia, alcuni vestiti suoi e di Greg, gli spazzolini da denti e poco altro. Stava per uscire quando tornò in camera e si infilò la fede nuziale.

– Sono pronta – disse

-Andiamo- aggiunse Greco.

Dopo 10 minuti arrivarono a scuola. Adele entrò nell’edificio e Libero uscì dalla macchina per prend

ere un po’ d’aria; la situazione lo stava soffocando. Si appoggiò all’auto e cercò di pensare, ma la sua mente era in un evidente stato di agitazione e non riusciva a concentrarsi.

Qualche minuto dopo la donna tornò con il figlio.

-Che cosa succede?- chiese il ragazzo.

Il padre farfugliò qualcosa ed entrarono in macchina.

Ci fu qualche minuto di silenzio, accompagnato da una tensione palpabile e innaturale. Poi Adele prese la parola.

-Ci dica almeno dove stiamo andando!

-A Berkeley- rispose Greco- Starete lì per qualche tempo, finché non vi sposterete e faremo perdere le tracce.

-Berkeley?- chiese stupito Greg. Ma la domanda non ebbe seguito, perché era successo tutto così velocemente che nessuno trovava le parole per parlare.

Adele sussurrò qualche parola, con un filo di voce talmente sottile da risultare simile a un fruscio:

-A Berkeley ci ha studiato Gregory Peck.

Greco si girò e le dette un’occhiata incredula, poi fece finta di nulla.

Presero l’aereo e viaggiarono in silenzio, ciascuno con i suoi pensieri.

Quando arrivarono presero alloggio in una casa presso la Facoltà di Matematica, un’abitazione riservata alle famiglie dei docenti in assegnazione provvisoria.

Lì trovarono cibo e tutto quello che poteva servirgli per rifocillarsi dal viaggio.

Adele accese la televisione e, come sperava, scoprì che si vedevano i canali satellitari dall’estero. Mosse il dito su e giù tra tasti del telecomando fino a trovare Canale Italia, poi si mise a sedere fissando lo schermo.

-Meno male- sospirò- finalmente qualcosa di buono.

Prima di uscire, Franco Greco gli disse che dovevano tenere i cellulari staccati.

Greg non fece domande, sicuro del fatto che nessuno gli avrebbe risposto. Libero si guardò in torno, aprì il frigo e prese da bere. Camminò avanti e indietro per il corridoio incrociando le gambe, entrò in bagno e immerse la testa sotto l’acqua fredda che scorreva dal rubinetto del lavandino. Senza asciugarsi riprese a camminare e andò nella stanza più lontana dall’ingresso.

Aveva bisogno di pensare con calma, di riflettere su tutto quello che era successo e di prendere una decisione. Si tolse l’orologio e lo infilò nel cassetto. Si slacciò la camicia svincolando i bottoni dalla morsa degli occhielli, arrotolò le maniche e si sfilò le scarpe. Poi tirò via i calzini e si sdraiò sul pavimento.

 

 

Potrebbero interessarti anche...