14. L’espressione di Anna

La mattina in cui Anna lesse a voce alta la lettera di Libero, quel giorno di tanti anni prima, Sauro sentì una vibrazione allo stomaco. Ebbe la sensazione che un pungolo sottile si fosse incastrato tra le parole ascoltate e il loro significato, come se un ago invisibile avesse cominciato a bersagliare il suo corpo qua e là spingendo il suo intuito a punzecchiare il pensiero.

Quando uscì dal villino dell’amica, l’uomo si diresse alla Centrale di Polizia.

Aprì la foto col testo della lettera e, per prima cosa, cercò l’indirizzo che Libero aveva indicato per farsi spedire il quaderno delle ricette di Adele.

Constatò che apparteneva al dipartimento di matematica di Berkeley e si mise a pensare.

Rilesse il contenuto più volte, soffermandosi su ogni riga. In quella lettera c’era qualcosa, una sfumatura indefinibile e silenziosa che continuava a ronzargli nella testa; la possibilità di un secondo livello di lettura deliberatamente taciuto. 

Come faceva tutte le volte che doveva riflettere approfonditamente, Sauro si mise alla scrivania e prese un foglio; poi cominciò a scarabocchiare delle righe più o meno marcate con un paio di matite colorate, allentando la mano quando gli sembrava di avvicinarsi a un’idea e tornando a calcare quando l’aveva perduta. 

Tratteggiava e pensava, tenendo lo sguardo fisso sul colore nella speranza che prima o poi prendesse una forma.

-Per prima cosa il mezzo di comunicazione – pensò – è decisamente insolito. 

Non gli tornava che Libero avesse deciso di scrivere su carta, quando poteva benissimo mandare una mail. 

Forse l’uomo sapeva che la posta elettronica, a certi livelli, era più facile da controllare di un semplice foglio, mescolato a migliaia di altri fogli e adagiato in grandi sacchi lungo il tragitto degli uffici postali. Chissà, magari aveva usato un biglietto spinto proprio dall’intento di non farsi intercettare.

E poi quell’aspetto di normalità ostentata, come se la comunicazione fornita dal messaggio non fosse stata la prima forma di contatto dopo un silenzio lungo e ingiustificato.

Era davvero possibile che il matematico avesse scritto alla sorella disabile per farsi mandare un quaderno di ricette? E che pensare della storia del quadro, che Libero aveva chiesto di togliere dal suo appartamento in attesa che venisse affittato? Niente, agli occhi di Sauro non tornava niente.

La famiglia era partita senza dare spiegazioni convincenti; padre, madre e figlio erano risultati irraggiungibili per diversi mesi e alla fine si erano fatti sentire, con un mezzo insolito, per avanzare delle richieste bizzarre.

Il poliziotto si stava perdendo in questi pensieri, quando la sua mano si fermò di colpo. Un’immagine si fece spazio tra ricordi di qualche ora prima e impose la sua efficacia fino a colpire il centro di una visione illuminante. 

Ripercorse le tappe dell’incontro e ripensò alla faccia di Anna, rivide la sua reazione e si fermò sul suo sguardo mentre fissava un punto fuori dalla finestra subito dopo aver letto la lettera. 

Sauro fu sicuro di intravedere, in quel ricordo, qualcosa di singolare. Non un’espressione di sconcerto o il piglio di uno smarrimento, che sarebbero stati giustificati dalla stranezza  delle richieste; piuttosto l’aria di chi afferra qualcosa e poi decide di tacerla, l’aspetto incerto di chi comincia a districarsi e ha il bisogno istintivo di riflettere da solo. 

Ripensò alla scena una, due, tre volte finché non riuscì a metterla a fuoco per bene; alla fine non ebbe più dubbi: Anna aveva capito qualcosa e l’aveva tenuta per sé.

Una volta terminato l’orario di ufficio Sauro tornò a casa, mangiò il roast beef che aveva nel frigo e fece una doccia; poi si sdraiò sul divano e chiuse gli occhi. 

Verso le 23 sentì la sveglia del suo orologio da polso, si alzò e uscì dall’appartamento. 

Prese l’auto e si fermò dopo qualche decina di metri, vicino al villino di Anna.

Aspettò tutta la notte fissando il cancello in ferro battuto dell’abitazione. 

Alle prime luci dell’alba vide uscire la macchina dell’amica e si destò, pronto a seguirla.

Lasciò che passasse, contò fino a 20 e mise in moto, stando attento a non perderne le tracce. 

Guardò da lontano, mentre la donna si infilava con l’auto in una via secondaria dove la vide parcheggiare. La pedinò finché si accorse che stava entrando in un cortile. Fece qualche ricerca col cellulare della Centrale e constatò che era un accesso secondario dell’appartamento di Libero. Guardò le finestre del palazzo finché vide accendersi una luce attraverso le fenditure di un avvolgibile abbassato. 

Rimase fermo ad aspettare per un’ora e quando la lampada si spense, si spostò in una zona d’ombra. Dopo qualche istante Anna ricomparve, seduta sulla sedia a rotelle con un quadro appoggiato sulle gambe; Sauro fu sicuro che si trattasse del ritratto di Libero.

La donna rientrò in macchina e mise in moto, il poliziotto stava per fare altrettanto quando notò un movimento di frasche vicino a un cespuglio. D’istinto fece un passo indietro per non farsi vedere, tornando nel buio. Guardò meglio e vide uscire una figura, la sagoma di un individuo alto che, evidentemente, fino a quel momento era rimasto nascosto tra gli arbusti. L’uomo, che sembrava distinto e ben curato, gettò in terra un mozzicone, entrò in una Volvo grigia e partì dietro la macchina di Anna. Sauro sgranò gli occhi e fece un’espressione attonita.

-Sono più avanti di quello che pensavo– disse tra sé. 

Mise velocemente la mano in tasca ed estrasse un taccuino su cui annotò il numero della targa. Aspettò cinque minuti, in cui rimase turbato e incapace di pensare. Poi partì e si recò al commissariato; erano le 7 in punto.

Fece colazione al bar, con un caffè doppio e un paio di cornetti.

-Nottataccia eh? – chiese il barista, che conosceva tutti gli uomini della Centrale.

-Poteva andare meglio – rispose Sauro distratto.

Rientrò, mise in ordine i fogli sulla sua scrivania e aspettò che fossero le 9, poi si recò da Anna.

Suonò il campanello con un certo imbarazzo, consapevole di aver fatto qualcosa difficile da giustificare: doveva trovare il modo di spiegarle che l’aveva pedinata.

La porta si aprì ed entrò nel villino.

-Permesso- disse con voce ferale.

La donna lo guardò negli occhi e capì che sapeva qualcosa.

-Perché sei venuto?- gli chiese.

-È inutile che io ci giri in torno – rispose lui- con te voglio essere sincero. Ti ho seguita stamani, quando sei andata a casa di Libero per prendere il quadro.

Anna si fece improvvisamente pallida e il poliziotto continuò.

-L’ho fatto perché sono preoccupato per te, non mi tornavano certi particolari della lettera e avevo paura che tu fossi in pericolo; spero che tu possa perdonarmi. 

Lei non disse nulla e lo guardò con gli occhi pieni di rabbia e di paura. Lui riprese il discorso.

-Ascoltami Anna, stammi bene a sentire. Non so che cosa sia successo, in quale situazione si sia cacciato Libero e che cosa ti abbia chiesto di fare con quella lettera. Quello che so, invece, è che stamani non ero l’unico a pedinarti. Quando sei uscita dall’appartamento di tuo fratello, un uomo ti ha seguita; era nascosto in un cespuglio del cortile e aspettava te. C’è qualcuno che cerca qualcosa e ti tengono d’occhio per capire se sei in possesso di informazioni rilevanti. La situazione è estremamente delicata. 

Per qualche secondo Anna rimase ammutolita, in un vortice di sconcerto e turbamento. Poi prese la parola. 

-Che cosa posso fare?

-Fidati di me, ti prego. Mi rendo conto che non è facile, con i nostri trascorsi.

Su questa richiesta la mente di Anna si perse in un mare di dubbi. Che cosa avrebbe dovuto fare? La sua disabilità la rendeva vulnerabile, ma l’idea di accettare aiuto per la sua debolezza la faceva avvampare di collera. Era abituata a cavarsela da sola, a fronteggiare le situazioni con le sue forze e a bastare a se stessa, sempre. E poi Sauro, che aveva deciso di pedinarla invece che parlare direttamente…come faceva a essere certa che non l’avrebbe tradita e che avrebbe rispettato le sue scelte? Aveva due possibilità: proseguire da sola o accettare di collaborare. Lei, ferma in mezzo al bivio, non sapeva quale direzione prendere.

 

Anna si interrogò convulsamente su quali fossero le strade da seguire;

sentì d’istinto d’esser diffidente con chi l’aveva già fatta soffrire.

L’angoscia si mescolò con l’ira e piombò nel terrore,

la rabbia minò le sue certezze e alimentò il rancore. 

Poi accadde un imprevisto, l’intralcio di un sentore inaspettato;

si soffermò su un lampo appena visto e si dissolse l’astio accumulato.

Lei lo guardò, e scorse una scintilla di dolore;

riconobbe il dispiacere di ferirla e il cruccio di sembrare un impostore. 

Entrò nella sua voce e nel suo sguardo, dalla dolcezza si lasciò guidare;

come un bersaglio che è scosso dal dardo, lei sentì la certezza di accettare. 

 

 – Mi fido- disse alla fine.

Appena ebbe mollato la presa della resistenza, Anna percepì la tensione diventare liquida tra i muscoli del suo corpo e avvertì la sensazione che i suoi nervi si stessero sciogliendo in un oceano di connessioni inesplorate. 

Sauro sorrise. 

-Non tradirò mai la tua fiducia, mai. 

 I due si abbracciarono e lei provò, per la prima volta, lo struggimento azzurro del conforto.

-Raccontami tutto dall’inizio, non c’è tempo da perdere.

Anna cominciò a parlare.

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