18. Nel mezzo del riscontro

-Sei sicura di andare da sola? – Chiese Mia – Se posticipi di qualche ora la partenza posso accompagnarti io.

-Certo che sono sicura – rispose Anna – Sono stata alle terme centinaia di volte e conosco la strada a memoria, me la caverò benissimo. E poi oggi è giorno di interventi, la sala operatoria non aspetta!

Mia si era laureata e aveva conseguito la specializzazione in Chirurgia, da qualche tempo lavorava all’ospedale di Siena e aveva davanti a sé una brillante carriera; era precisa, scrupolosa e affidabile; in una parola, era presente a se stessa.

-Va bene- disse rassegnata la ragazza- ma mandami un messaggio appena arrivi, poi ci sentiamo stasera con calma.

-Lo farò – aggiunse Anna. 

La donna spinse con le mani le ruote della sedia a rotelle e si avviò verso la porta. Poi si girò, per dare un ultimo saluto alla giovane amica.

– Ti ho mai detto che ti voglio bene? – Le disse.

-Centinaia di volte, ma non mi stanco mai di sentirlo.

-Mi fa piacere – aggiunse. Fece una breve pausa e, con estrema naturalezza, lasciò cadere una frase:

-Se qualche volta le cose non vanno come devono andare, basta scambiare l’ordine degli elementi in gioco, tutto apparirà sotto una luce nuova.

Mia la Fissò per qualche secondo. Avrebbe voluto approfondire il discorso e chiedere ad Anna che cosa volesse dire esattamente ma non c’era abbastanza tempo. Si limitò a guardarla, si abbassò e le dette un bacio sulla guancia:

-Buon viaggio amica mia.

-Buon viaggio a te.

-Ma io non parto! – Esclamò la ragazza.

Anna le fece l’occhiolino e uscì. Mia rimase per qualche istante interdetta, poi procedette a chiudere la casa: abbassò l’avvolgibile della finestra del soggiorno, fece un giro per controllare che tutto fosse a posto e prese le chiavi nella borsa. Infine si avviò verso la porta e dette due mandate, come Anna le aveva chiesto.

Oltrepassò il cancellino e salì sullo scooter per andare all’ospedale. Aveva abbastanza tempo per fermarsi al bar e per fare colazione con qualche collega prima di iniziare gli interventi della giornata.

Mezz’ora dopo, Mia cominciò le operazioni di rito per accedere alla sala operatoria: si spogliò, indossò il camice e gli zoccoli, si coprì la testa con la cuffia verde e si lavò le mani fino al gomito. Entrò in sala, aspettò che le mettessero gli indumenti sterili e i guanti, poi cominciò l’intervento. 

Durante l’operazione avvertì una sensazione strana. Sentì una vampata di calore, seguita da un brivido di freddo. Avvertì un insolito formicolio e una scossa che la percorreva per intero, dalle gambe alla schiena. Abbassò gli occhi e vide che la sua mano stava tremando; ebbe paura di svenire e passò velocemente il bisturi all’altro medico. Lui la guardò stupito, chiedendosi che cosa stesse succedendo. Prese lo strumento senza dire una parola e proseguì l’intervento. Lei si mise a sedere e incrociò con lo sguardo l’orologio affisso alla parete, erano le 11:38.

Anche Greg, quel giorno, visse un’esperienza a dir poco singolare.

Stava tenendo una lezione di Analisi all’Università di Vienna, presso la quale lavorava da qualche mese come docente distaccato. Negli ultimi anni era passato da un polo universitario all’altro presentando, tutte le volte, riconoscimenti e pubblicazioni ragguardevoli. Come suo padre, Greg aveva la tempra del grande matematico, era freddo e distaccato all’apparenza ma aveva in dono una grande fantasia sulle relazioni astratte. La sua creatività poteva tuttavia essere apprezzata solo dagli addetti ai lavori; per tutti gli altri lui era un giovane uomo discreto ed educato che non dava troppa confidenza a nessuno e non lasciava trapelare molto di sé. In quel semestre si trovava nella capitale austriaca e teneva dei corsi per gli studenti del secondo anno. 

-Cortesemente, qualcuno può chiudere la finestra? – Disse mentre spiegava alla lavagna – sono in mezzo al riscontro.

-Professore – risposero i ragazzi della prima fila – la finestra è chiusa.

Greg si girò e guardò la vetrata. In effetti, non c’era alcuna apertura.

-Strano – pensò Greg – avrei giurato di sentire addosso il vento.

Riprese la lezione; dopo qualche secondo lo sentì di nuovo. Si girò verso la finestra e vide che era ancora serrata; poi guardò i fogli che aveva sulla cattedra e notò che alcune delle pagine appoggiate in cima stavano svolazzando. Si avvicinò al tavolo e mise a fuoco lo sguardo: le carte erano ferme.  Sentì prudere le mani e rimase immobile per qualche secondo, aveva bisogno di rimanere solo.

-Per oggi può bastare – disse mentre guardava l’orologio- Tra due minuti suona la campanella, sono le 11:38.

Gli studenti uscirono e lui si mise a sedere, senza sapere che cosa pensare.

Non fu l’unico a rimanere interdetto; per motivi diversi sua madre visse in quelle ore la stessa forma di ingiustificato sgomento.

Adele stava facendo la spesa al mercato rionale dell’Alfama, nel centro di Lisbona. Lei e Libero erano arrivati nella capitale portoghese un paio di mesi prima, obbligati dal solito rito di trasferimento che, ormai da molti anni, li obbligava a spostarsi da una città all’altra per non farsi trovare.

Come tutte le mattine, la donna si era mescolata tra le persone ed era rimasta in silenzio ad ascoltare la musicalità della lingua lusitana, cercando di comprendere il significato di quei suoni mediante i gesti degli acquirenti e gli oggetti che vedeva comprare.

Esponja vuol dire spugna – pensava quel giorno – Sabao significa certamente sapone.

Stava riflettendo sul suono dei termini quando sentì un grido. Era un urlo acuto, simile a quello di chi chiede aiuto perché si trova in pericolo. Si guardò intorno, cercando di capire da dove potesse provenire e notò che nessuno l’aveva avvertito. Vicino a lei, tutti continuavano a fare quello che stavano facendo con la stessa espressione.

Rimase incerta, poi lo sentì di nuovo. Guardò ancora le persone del mercato: nessuno sembrava aver udito alcunché.

Si sporse a destra e a sinistra, fece qualche metro e si affacciò nei vicoli; poi arrivò alla scalinata di una chiesa. Sentì l’istinto di salire, spinta dal desiderio inconsapevole di trovare un rifugio. Sul portone vide un cartello con gli orari della Messa; la prossima sarebbe stata alle 11,40. 

Guardò l’orologio e pensò che stava per cominciare: erano le 11:38.

Nell’istante in cui lei entrò in chiesa, a casa sua bussarono alla porta.

Libero, nell’ultima stanza dell’appartamento, rimase immobile trattenendo il respiro per non far rumore.

-Signor Martinelli, apra – disse una voce da fuori – sappiamo che è lì.

Si sentì uno sparo, la serratura saltò e la porta si aprì.

Libero si avvicinò all’ingresso e guardò gli uomini che gli comparvero davanti: erano due signori alti e distinti, vestiti di grigio. Avevano i capelli rasati e il volto scuro, sembravano molto abbronzati.

-Finalmente l’abbiamo trovata – disse uno dei due – ora non ci scappa più.

Libero si sentì avvampare, pensò a sua moglie e si figurò l’espressione che avrebbe avuto quando, di lì a poco, sarebbe tornata a casa senza trovarlo. Avrebbe voluto dire qualcosa, raccomandarsi almeno di lasciare in pace lei, ma  cominciò a vedere che la stanza gli girava intorno e sentì che stava perdendo conoscenza.

In quel momento, mentre cadeva a terra, ebbe una visione. Gli tornò in mente una scena della sua infanzia, un episodio a cui non aveva più ripensato e che rivide adesso, chissà per quale connessione di idee.

In primo piano nei suoi pensieri, scorse il viso di suo nonno. Poi sentì, con l’eco ovattato della lontananza, la voce della mamma che proveniva dalla cucina.

-Non dargli noia, il nonno ha bisogno di riposo.

-Ma dorme da giorni, quando si sveglierà?

-Non lo sappiamo – aveva risposto la voce – quando avrà riposato abbastanza tornerà con noi.

Libero rivide se stesso, mentre avvicinava la sua mano di bambino al braccio del nonno per fargli una carezza.

In quel momento, inaspettatamente, il vecchio si era mosso; aveva aperto gli occhi in modo repentino e lo aveva gelato con lo sguardo, gli aveva afferrato con forza la mano e gli aveva fatto l’occhiolino; poi aveva mollato la presa, aveva richiuso gli occhi ed era tornato immobile, come se niente fosse accaduto.

Dopo aver rivisto quella scena, Libero cadde. I due uomini vestiti di grigio fecero qualche tentativo per rianimarlo ma non ebbero alcun risultato.

-Che cosa facciamo? – Chiese uno dei due.

-Telefoniamo a Mr. Brail- Rispose l’altro.

Gli fu risposto di rimanere lì e presidiare la casa. Nessuno sarebbe potuto uscire fino a nuove istruzioni.

Quella sera a Siena fu una brutta sera. Verso le 19 Mia entrò nel suo appartamento e posò la borsa sulla panca d’ingresso, come faceva di solito.

Andò in bagno e si lavò le mani, poi entrò in camera e si slacciò il colletto della camicia. Stava per togliersi le scarpe quando sentì suonare il campanello.

Guardò dallo spioncino e vide Sauro sul pianerottolo. Aprì la porta e lo fece entrare. Seguì una scena che non avrebbe mai scordato, ricevette la notizia più feroce che potesse immaginare. Il poliziotto, visibilmente sconvolto, farfugliava parole senza riuscire a pronunciare una frase di senso compiuto.

-Ecco Mia…forse è meglio se ti siedi…insomma devo dirti qualcosa…non siamo ancora sicuri, non del tutto almeno, ma i ritrovamenti ci farebbero pensare che…

-Non siete sicuri di cosa? – Chiese Mia, che avvertiva tutta la gravità della circostanza senza capire dove l’uomo volesse andare a parare.

-Anna.

Sauro disse quel nome, una parola sola, e Mia si sentì gelare il sangue nelle vene.

-Che cosa è successo ad Anna?

-Non lo sappiamo – il poliziotto si lasciò cadere sulla sedia e proseguì con aria greve – abbiamo trovato la sua macchina nel fiume. Deve essere precipitata dalla scarpata, stiamo valutando tutte le possibilità e cerchiamo il corpo. 

Mia urlò, con tutto il fiato che aveva nella gola. Urlò per il dolore e per la disperazione; urlò perché era entrata di colpo nel nero più profondo e non sapeva risalire. Tutto era improvvisamente scuro, tutto era di colpo perduto. 

Sauro la abbracciò.

-Trovatela Sauro, trovatela – disse Mia.

-Faremo il possibile, ti tengo aggiornata.

Quella sera a Siena fu una brutta sera. In piazza Del Campo Fonte Gaia era pronta a riflettere la luna ma nel silenzio della notte gelata, la luna non arrivò.

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