Neurobiologia dell’acqua calda
Ci sono cose che sappiamo da sempre, aspetti del nostro funzionamento interno che riconosciamo d’istinto e che avvertiamo come procedimenti familiari: Il bisogno di staccare la mente se siamo affaticati, il pungolo sottile che sentiamo se facciamo qualcosa che non ci convince, la sensazione di appagamento che proviamo quando finalmente afferriamo un concetto che fino ad allora ci era sfuggito. Sono sensazioni che accompagnano la nostra quotidianità e che gestiamo mentre facciamo altro; voci che affiancano silenziosamente i nostri gesti e che inquadriamo per abitudine come parte di noi. Quando ho letto ‘Focus’, di Daniel Goleman, ho avuto l’impressione che tutte quelle voci, quegli stimoli e quelle sfaccettature interiori trovassero finalmente una giustificazione biologica; ho avvertito la meraviglia, anch’essa sfaccettata, di dare improvvisamente un senso a tutti quei processi che definiscono l’essenza di noi. 
Se dovessi dare una definizione di quanto ho letto e descrivere in una sola frase il cuore del libro, con un certo abuso di linguaggio direi che che si tratta di neurobiologia del buon senso: spiegazioni scientifiche di quello che sappiamo già. Perché allora tanta meraviglia, se tutte le ricerche conducono a quella che sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda? Il libro di Goleman non dice che esiste l’acqua calda; spiega invece perché è calda, individua i criteri con cui poterla accumulare e, soprattutto, aiuta a utilizzarla correttamente: senza sprechi e più a lungo possibile.
In questo articolo, dedicato alla pubblicazione del calendario del 2018, provo a delineare un percorso contenente alcuni dei punti del libro; una specie di riassunto commentato su certi elementi significativi. Mi sono imposta di fare una selezione stringatissima delle cose da dire e per motivi di spazio ho deciso di concentrarmi su tre aspetti. Rimando chi ha voglia alla lettura del testo integrale, che è scorrevole e molto chiaro. Il calendario del 2018 è ispirato a queste scoperte e riporta, mese per mese, alcune riflessioni sul tema. Come sempre, chi vuole può stamparlo e appenderlo dove gli va ( Goleman non dà indicazioni particolari al riguardo, potete sbizzarrirvi e attaccarlo, per esempio, sul SUV scintillante del vostro antipatico vicino di scrivania. In questo caso cercate di non farvi vedere e scappate subito molto lontano). Ecco dunque i tre punti, buona lettura.
Punto 1. Impulso istintivo e attenzione volontaria.
Il nostro cervello ospita due sistemi mentali che sono collocati in aree distinte e che hanno funzioni indipendenti. Il primo, assai più antico, si trova nella zona subcorticale, all’interno dei cosiddetti gangli di base. È il sistema in cui prendono vita l’istinto e il riflesso inconsapevole; quello che ci consente di avvertire il pericolo prima di averlo compreso razionalmente. Biologicamente, questo sistema ha consentito la sopravvivenza della specie perché ha dotato l’uomo di un radar interiore capace di allertarlo nei momenti di urgenza. È chiamato sistema ‘bottom-up’: dal basso verso l’alto: contiene capacità che emergono da dentro e che qualche volta ci stupiscono perché ci danno informazioni preziose.
Il secondo sistema è invece posizionato nella parte superiore del cervello, nella neocorteccia e nella regione frontale. È noto come sistema ‘top-down’: dall’alto verso il basso; è molto più recente (si parla comunque di centinaia di migliaia di anni) e gestisce le funzioni dell’intelletto: la razionalità, la progettualità, l’attenzione volontaria.
Il sistema bottom-up è veloce; quello top-down è lento.
Quando impariamo a fare qualcosa come guidare, parlare un’altra lingua o risolvere un problema matematico, utilizziamo il sistema top-down: per apprendere è necessario un atto di volontà ragionata. Non appena ci siamo impratichiti il cervello passa queste funzioni al sistema bottom-up che le fa diventare simili ad automatismi (che meraviglia!): dopo un po’ di esercizio guidiamo disinvoltamente mentre pensiamo ad altro e scomponiamo polinomi senza un grande sforzo, capaci di manipolare i simboli e, contemporaneamente, di dirigere il pensiero sul passo successivo del problema. Dopo questo passaggio di consegne, qualsiasi cosa stiamo facendo non impariamo più. Il nostro livello di bravura si arresta, continuiamo a fare quello che abbiamo imparato fino ad allora senza apportare un’ulteriore evoluzione. È qui che la via del professionista si biforca rispetto a quella del principiante: il primo continua a esercitare un’attenzione consapevole su ciò che sta facendo e raggiunge risultati progressivamente migliori; il secondo, invece, si accontenta del livello abbastanza buono che ha raggiunto e lascia che i propri sforzi diventino operazioni di routine.
Per tutto il corso della nostra vita, i sistemi Top-down e Bottom-up palleggiano i nostri meccanismi interni passandosi informazioni, stimoli e stati emotivi. Proprio gli stati emotivi di grande entità dirottano i circuiti neurali e danno alla parte bassa del cervello il comando delle nostre azioni. Per questo motivo urliamo se ravvisiamo una paura improvvisa, sobbalziamo se sentiamo un rumore inaspettato, diventiamo rossi e impacciati se incontriamo qualcuno che ci piace. La capacità di ripresa è opera del sistema top-down, che lavora per noi mentre siamo distratti.
Punto 2. La creatività.
Quando non lavoriamo su compiti mentali specifici, la nostra mente vaga.
Moltissimi scienziati di grande valore tra cui Einstein e Heisenberg, tanto per citarne due, hanno raccontato di essere giunti a grandi scoperte in momenti inattesi, in cui stavano facendo altro. Una passeggiata, un bagno in vasca (eureka!), un momento di svago. Che la notte porti consiglio, del resto, non è mai stato un mistero. Tutt’altra cosa, invece, è spiegare perché questo succeda.
Il nostro cervello immagazzina molte informazioni in diversi circuiti; quando gli concediamo un riposo dalle attività che richiedono concentrazione, entra nel cosiddetto ‘stato di default’ e gironzola tra i sentieri più profondi del nostro io.
Le scansioni celebrali degli studi recenti hanno rilevato che, durante questo vagabondare della mente, risultano attive due aree distinte. La prima zona, detta zona mediale, è da tempo associata all’attività di svago e ‘si accende’ quando non svolgiamo compiti cognitivi specifici, cioè quando non pensiamo a nulla di particolare. La seconda zona, invece, comprende il sistema esecutivo della corteccia prefrontale che, sorpresa delle sorprese, è normalmente deputato a mantenerci concentrati quando facciamo uno sforzo intellettivo consapevole.
Sembra dunque che una mente alla deriva abbia una funzione fondamentale per il nostro apprendimento e che, libera di vagare, contribuisca a incrementare tutte quelle abilità che risultano legate a intuizione e fantasia.
Suonano profetiche le parole di Emma Castelnuovo, insegnante e figura di spicco nell’ambito della didattica della matematica del secolo scorso: ‘bisogna dare ai ragazzi il tempo di perdere tempo’. Per essere innovativa, la mente ha bisogno di apertura; se siamo troppo concentrati su qualcosa riduciamo la possibilità di associazioni libere tra i ricordi e i pensieri immagazzinati nel nostro cervello.
Allo stesso modo, una mente continuamente bombardata da stimoli e distrazioni non ha spazio per creare e tende, come effetto collaterale, a soffermarsi sulle preoccupazioni generando uno stato di ansia. L’equilibrio, come vuole il buon senso, deriva da una forma di cooperazione tra il circuito della mente vagante e quello del controllo cognitivo e si traduce, di fatto, in un’alternanza ponderata tra momenti di pensiero attivo e momenti di libero svago.
Non esistono ricette sicure ma abbiamo a disposizione diversi fattori di incoraggiamento: qualche tecnica di respirazione, i pensieri positivi e la volontà.
Punto 3. Il pensiero di gruppo.
Tutti noi viviamo in diversi contesti sociali in cui esercitiamo le nostre funzioni: il posto di lavoro, la famiglia, la comunità del vicinato e delle nostre abitudini quotidiane.
Ciascuno di questi contesti rappresenta in qualche modo un gruppo che ci vede protagonisti: un ambiente in cui operiamo delle scelte e in cui adottiamo delle norme comportamentali condivise.
Il funzionamento di un sistema dipende, in gran parte, dalla condotta degli individui che lo compongono; dunque anche noi contribuiamo, in quanto partecipanti, a determinare il successo o il fallimento del progetto d’insieme.
Ciò nonostante il gruppo appare come un’entità autonoma, un soggetto che si profila diverso dalla somma dei suoi componenti e che acquisisce una forma di pensiero quasi indipendente: il gruppo sceglie, il gruppo sbaglia, il gruppo tramanda.
Si potrebbe parlare a lungo dei motivi per cui un gruppo funziona meglio o peggio di un altro, dando per scontato che il verbo ‘funzionare’ si riferisce a una serie di parametri tra cui la qualità dei rapporti all’interno dell’equipe, l’efficienza del lavoro di squadra, l’innovazione progressiva raggiunta nel quadro d’insieme.
Le ricerche più recenti hanno tuttavia messo a punto dei fattori di rischio e dei punti di forza da cui prendere spunto per ottenere risultati migliori, qualsiasi sia l’ambiente di riferimento.
Il primo punto, che appare come una via di mezzo tra un monito e una brutta notizia, è che il gruppo è capace di auto-convincersi di cose sbagliate. Sono pensieri alimentati dai cosiddetti ‘punti ciechi condivisi’, vere e proprie cantonate generate dal bisogno di difendere un’opinione anche quando sono presenti degli elementi che avvalorano l’opinione contraria. È un effetto che si verifica quando questi elementi, capaci di incrinare le assunzioni di base, minano l’esistenza e l’entità del gruppo stesso: di fronte alla paura di non superare la crisi, l’insieme nega l’evidenza. È il caso di consigli di amministrazione che portano a picco l’azienda con decisioni sbagliate, di famiglie che nascondono violenze domestiche per paura di quello che potrebbe succedere a seguito di una denuncia, di centri di potere che continuano a proporre modelli economici risultati dannosi. La paura consegna il gruppo all’errore.
Altra cosa, e questo è il secondo punto, è la responsabilità di ciascuno sul funzionamento collettivo. Goleman indica due fattori necessari affinché tutti diano il meglio di sé: presenza mentale e senso di sicurezza. La presenza mentale consiste nella volontà di ogni membro di capire quello che sta succedendo, l’acquisizione consapevole della direzione di marcia, degli ostacoli e dei punti di criticità. Il senso di sicurezza è la tendenza a riconoscere il gruppo come un ‘posto sicuro’, un luogo in cui ciascuno possa esprimersi liberamente e in cui sia permesso di dare opinioni diverse da quelle della maggioranza.
Si potrebbero definire atti collettivi di autoconsapevolezza, condizioni che mescolano la sfera privata delle proprie convinzioni con quella pubblica dell’agire sociale; pratiche che, a ben vedere, avvalorano la libertà della partecipazione.
In ogni caso, qualsiasi sia il gruppo di appartenenza, è necessario che ci siano degli ‘spiragli di apertura’ verso il mondo esterno. Gli elementi di novità, da qualsiasi parte arrivino, portano nell’aria l’ossigeno che mette in moto le idee. Singolare è, su questo punto, la somiglianza di funzionamento tra le mente collettiva e quella del singolo individuo: il bisogno di apertura caratterizza entrambe. Così come per il singolo, anche per il gruppo è utile disporre di tempo libero. La condivisione di momenti di svago rafforza e rinvigorisce le relazioni tra le persone come quelle tra neuroni; la gioia contribuisce allo sviluppo dell’intelligenza tanto quanto la tattica e la concentrazione.
Goleman continua, io mi fermo qui. Se siete arrivati a questo punto significa che siete dotati di un’ottima struttura di controllo cognitivo e che il vostro sistema top-down funziona egregiamente.
Vi lascio con i mesi del calendario e approfitto per augurare a tutti un bellissimo 2018, comunque sia cominciato.
Il vostro cervello è un’opera d’arte, trattatelo con cura.











