20. Quel che è mancato
I giorni successivi al rientro furono pieni di faccende da sbrigare. L’attentato alle Torri Gemelle aveva invaso i canali di informazione monopolizzando l’opinione pubblica. Che fossero lì o dall’altra parte del mondo, i cittadini di ogni dove si sentirono coinvolti: il pericolo appariva improvvisamente a un tiro di schioppo e non risparmiava nessuno.
A Bologna, come nel resto d’Italia, ripresero le misure antiterrorismo che erano state alleggerite negli anni ‘90. In ogni piazza comparvero barriere, cancelli di protezione, militari col mitra.
Le testate giornalistiche e le trasmissioni televisive aprirono finestre di approfondimento sulle questioni che rimbalzavano tra le voci dello shock collettivo, quesiti di natura politica e sociale a cui nessuno sapeva rispondere e su cui ciascuno diceva la sua. Intanto, dall’America, arrivava incessante il gazzettino quotidiano: con la perfetta corrispondenza dei vasi comunicanti, il numero dei feriti scendeva mentre quello dei morti saliva.
A fine mese, quando la situazione si era vagamente stabilizzata, Emilio dovette andare nelle Marche. Sarebbe stato via qualche giorno per l’apertura di una rubrica nelle pagine di Ancona, un progetto pianificato da tempo e surclassato dagli ultimi avvenimenti, finalmente attuabile.
La trasferta non portò alcuno scompiglio: la vita familiare era allenata alle missioni di breve durata e nessuno si scompose.
Una sera, mentre era via, un evento turbò la sua quiete.
Erano le 21, aveva appena finito di cenare al ristorante dell’albergo e chiamò a casa per il solito saluto. Fece il numero del fisso, pensando di sentir prima i bambini, ma nessuno rispose. Riprovò, poi passò al telefonino di Margherita.
Il cliente chiamato non è al momento raggiungibile.
Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.
-Dove siete tutti? – provò a dire. Ma sapeva bene che Margherita non ascoltava i messaggi e che, il suo, era nastro sprecato.
Lasciò trascorrere mezz’ora prima di fare un nuovo tentativo, anche questo fallito.
Che fossero dai nonni? Strano… Margherita non era mai andata d’accordo con i suoi genitori. Fin dai primi tempi della loro relazione, i suoceri avevano disapprovato tutto: la casa in affitto, il lavoro da giornalisti, la linea popolare delle proteste che mettevano in atto. Ogni scelta era apparsa poco consona alle aspettative che riponevano sulla figlia, educata ai parametri della buona società.
Il ruolo che aveva assunto al Resto del Carlino aveva ammorbidito i toni senza però renderli affettuosi. Anche la nascita dei nipoti aveva portato qualche elemento di serenità, ma Margherita glieli affidava mal volentieri per paura che esercitassero su di loro le pressioni che avevano riservato a lei. Nonostante tutti questi pensieri, compose il numero.
-Salve Mirella, sono Emilio. La chiamo per sapere se ha sentito Margherita, a casa non c’è e non risponde al cellulare.
-Sì Emilio, è passata da qui e ha lasciato i bimbi; andava a una cena di lavoro.
-Capisco – no, non capiva – se me li passa li saluto.
-Certo, un attimo.
Li sentì chiamare, arrivò Martina.
-Ciao papà.
-Ciao tesoro. Tutto bene?
-Sì, dormiamo dalla nonna.
Dormite dalla nonna… non era mai successo… – Perché dormite lì?
-La mamma torna tardi e non voleva svegliarci.
-Siete contenti?
-Facciamo un pigiama party.
-Mi fa piacere. Paolo che fa?
-Gioca in salotto.
-Salutalo da parte mia.
-Ok, ciao!
-Un’ultima cosa… – pensò di chiederle se la mamma fosse tranquilla.
Clic
Aveva riagganciato.
Ebbe la sensazione di essere stato emarginato, messo a tacere da un bavaglio fastidioso.
A sera inoltrata, Margherita lo richiamò. La conversazione non fu delle migliori, aveva addosso un’agitazione che, con ogni mezzo, sbuffava per uscire.
-Non mi hai detto che portavi i bambini dai tuoi.
-L’ho deciso all’ultimo. E poi non volevo darti pensieri.
-Sono i miei figli e ho piacere di sapere dove sono.
-Guarda che non li ho abbandonati sull’autostrada, sono a casa dei nonni.
-Non li hanno mai frequentati.
-Ne parliamo domani.
-No, parliamo adesso.
-Adesso non posso.
Era nervoso, rivangò il passato.
-Certo, c’è sempre qualcosa più importante di noi.
-Ma che dici…
-È così, lo fai tutte le volte.
-Ne riparliamo, ho detto, ora sono tra la gente.
-Non mi interessa dove sei…
Clic
Ancora clic.
Tutte le strade venivano interrotte da quel maledetto suono che non si poteva invertire.
Secondo principio della termodinamica:
L’entropia di un sistema aumenta nel corso di una trasformazione irreversibile.
Le cose si mescolano o si rompono
ma non tornano indietro da sole.
Questo successe ad Emilio la sera in cui perse la calma.
Il calore passò dal telefono all’orecchio, trasformandosi in rabbia. La vena del collo si gonfiò e aumentò il disordine delle sue particelle attraverso stati di non-equilibrio che avanzavano a cascata
Andò a letto col bruciore allo stomaco e dormì a spizzichi e bocconi, girandosi continuamente tra le lenzuola.
Alle due di notte ricevette un SMS: – Mi dispiace.
Guardò l’ora e pensò di non rispondere. Era ancora pieno di rancore e aveva più di un motivo per essere seccato: forse era ancora fuori, non si sa con chi.
–Dispiace anche a me – digitò invece.
Lasciò passare qualche minuto.
-Sei rientrata?
-Sì.
Un’onda di sollievo gli sciolse i muscoli ma il pensiero andò per conto suo. E se non fosse stato vero? Gli venne in mente di chiamarla sul fisso ma decise di non farlo, ignorando se quella scelta fosse dettata da un eccesso di fiducia o, piuttosto, di paura.
In fin dei conti, il messaggio lasciava intuire il desiderio di fare la pace, bastava così.
Finalmente si addormentò, fino al mattino.
Il giorno dopo tornò a Bologna. Quando arrivò era già pomeriggio, c’era la nebbia.
Entrando in casa, sentì uno strano silenzio. Ancora uno qua e uno là … gli venne da pensare.
Invece Margherita sbucò dallo studio.
-Sono un po’ indietro con l’articolo ma ho già pensato alla cena – disse al posto del saluto.
-Di che ti preoccupi… possiamo fare con calma. Paolo e Martina dove sono?
-Agli Scout, vado a prenderli alle nove. Intanto sistemati, arrivo al punto e faccio una pausa.
-Perfetto, giusto il tempo di una doccia.
Dopo mezz’ora si trovarono in cucina, il pentolino bolliva sul fuoco.
La guardò in silenzio. Era ancora bella… con lo sguardo volitivo anche mentre preparava il tè. Lei sentì la carezza dei suoi occhi.
-Beh?
Lui non rispose. Con la spalla appoggiata sullo stipite della porta, la osservava. Quello di cui aveva bisogno era lì, in quelle curve che trapelavano dalla felpa sbrendolata.
Lei la causa del suo malessere, lei l’effetto della guarigione.
Si avvicinò e le spostò i capelli dal collo.
Doveva essere arrabbiato – lo era – e per questo, stranamente, la desiderava. Sentì il bisogno di prendere quel corpo, di darle piacere, di affermarsi attraverso di lei. Per ricucire gli strappi dell’ultimo periodo – le incertezze che lo avevano insidiato – e per sentire che era ancora sua.
Tirò giù la maglia e le baciò le spalle, poi passò le dita sul collo e soffiò piano, per farsi riconoscere.
Lei chiuse il fornello, lui aumentò la presa sui polsi. Sentì il filo del braccialetto; era un regalo dei bambini, non lo toglieva mai.
Le strinse le gambe, i fianchi, la carne; la catturava con le mani e intanto si mischiava a lei. Lì, in cucina, come non erano soliti fare, in perfetta simmetria di volontà. Sembrava che facessero una lotta, ciascuno con i suoi motivi da affermare, cercando la sensualità nella contestazione. Con i respiri si sfidavano, con gli occhi ribadivano la loro differenza e intanto si attiravano per volersi legare.
Fare l’amore per avere qualcosa
o per avere qualcosa da dare.
Per non lasciare che il filo si tagli,
per ripararsi dalla tempesta,
per sfidare la sorte
e poi stare a guardare.
Loro lo fecero per cause diverse: lui per riprenderla, lei per restare.
Qualche ora dopo arrivarono i bimbi e la serata cambiò registro.
Guardarono un film e mangiarono popcorn tutti insieme, come non facevano da tempo.
La mia famiglia… pensò lui mentre ce li aveva accanto. La sola parola bastò a farlo sorridere e a dargli la pace.
Anche i giorni a seguire trascorsero in serenità, poi l’inverno arrivò e infarcì la città di zucchero a velo. Il 13 dicembre, una tempesta di neve si abbatté sul nord Italia e Bologna si trovò bloccata da un manto silenzioso. Fu chiamato il Blizzard di Santa Lucia, la sferzata di un clima che ancora faceva battere i denti sotto i paltò.
Verso le quattordici, Emilio tornò a casa. Le strade erano interrotte e le previsioni allertavano a un peggioramento. Trovò Margherita sulla porta col cappotto addosso, mentre stava per uscire.
-Hanno chiamato da scuola, escono in anticipo.
-Vuoi che venga a prenderli con te?
-Ma no… sono vicini… faccio in un attimo.
-Ok, il pane c’è?
-C’è tutto. Ci vediamo tra poco.
-A tra poco.
Prese l’ombrello e si avviò per le scale. Lui si scrollò la neve di dosso e batté i piedi sul pianerottolo.
Una volta entrato, si tolse le scarpe e il giaccone, poi si avviò verso la stanza da letto per cambiarsi i vestiti. Passò davanti allo studio e vide che la porta della camera oscura era aperta; probabilmente Margherita l’aveva lasciata così per la fretta di uscire. Si trattava di un piccolo stanzino, nato come ripostiglio e reinterpretato nel tempo, in cui lei sviluppava le foto dei reportage. Lo faceva da sempre, un po’ per la passione della fotografia e un po’ per vedere gli scatti in anteprima, quando le andava. A volte, addirittura, calibrava l’articolo sulle immagini, scrivendolo dopo averle guardate.
I bambini avevano il divieto di entrare per via degli acidi e della delicatezza delle operazioni; Emilio, pur non essendogli richiesto, si era adeguato alla riservatezza del luogo e di fatto non ci andava mai.
Di solito la porta era chiusa, con tanto di disegno a ricordarne l’interdizione; quella volta, invece, se la trovò davanti spalancata, con la luce rossa accesa e le foto ad asciugare. Sembrava l’ingresso di una grotta, invitante e pericolosa.
Fece per accostare il battente poi – senza saperne il motivo – lo riaprì.
Qualcosa lo chiamava dall’interno, lo spingeva ad entrare.
Non fu difficile assecondare quell’impulso, con due passi si trovò sotto le stampe.
Le scorse a una a una, certo di trovare le immagini delle ultime inchieste. C’erano, in effetti, molti riferimenti alle torri insieme a diversi scorci di New York. Accanto, dei ritratti; probabilmente per il servizio su cui stava lavorando.
All’improvviso vide qualcosa, una foto insolita appesa tra le altre. Lì per lì non ne inquadrò il soggetto, tanto era dissimile dalle aspettative.
Due mani si stagliavano contro il cielo. Una era indubbiamente quella di Margherita, aveva il suo braccialetto. Ma l’altra… l’altra di chi era? Un uomo… sì… era più grande della sua… apparteneva certamente a un uomo. Si sfioravano, si posavano l’una sull’altra come veli spostati dal vento. La guardò turbato. Non era per il contenuto, in fin dei conti erano mani… parti di corpo normalmente esposte in quasi tutte le azioni. Ciò nonostante, si sentiva agitato. Uno stato di allerta lo percorreva lungo i nervi bussando ai centri dell’emotività. Aveva caldo, sudava. In che posizione erano messi per scattare una foto così? Le braccia, anche se non si vedevano, erano per forza vicine. E poi il significato, il messaggio che arrivava… quelle mani si cercavano, dicevano qualcosa.
Passavano i minuti e il timore si faceva acuminato, lo punzecchiava senza schiaffeggiarlo. Si era chiesto, a volte, come sarebbe stato scoprire un tradimento. Nei suoi incubi aveva immaginato una passione impetuosa, istintiva e sanguigna; invece, quella foto conteneva altro, era piena di dolcezza. Perché aveva immortalato quel momento? Con lui un’inquadratura così non l’aveva mai cercata, eppure era sempre stato premuroso, attento ai suoi bisogni. Che cosa le mancava, allora?
Uscì dallo stanzino e volutamente non chiuse la porta. Sperò che lei potesse sospettare che vi fosse entrato, che avesse visto quel che non doveva vedere.
Quando arrivò, con i bambini, sembrò non essere sfiorata dal pensiero.
Spense la luce e chiuse la porta, come in un giorno qualunque.
Lui rimase zitto tutta la sera, inghiottito dalla neve che attaccava e fermava ogni cosa.
Fu taciturno anche nei giorni successivi, incerto se desiderare che parlasse lei. Poi il ghiaccio si sciolse e le giornate ripresero la loro andatura, talvolta dritta e talvolta inclinata. Diverse volte fu tentato di entrare nell’argomento, sempre trovò un motivo per non farlo.
La sua natura lo teneva in disparte, a riempirsi senza straripare.
Si può lavorare perché l’acqua non bagni
Il fuoco non bruci,
il gallo non canti
e l’uccello non voli
ma è tempo sprecato
e non c’è nulla da fare
Emilio era mite ed accudente, il suo verbo era aspettare.
Non seppe mai se la foto raccontava qualcosa di vero, se i suoi timori fossero fondati. Cercò di non pensarci, più che poté, sperando che i sospetti scomparissero da soli.
Invece rimase tutto lì, per anni, sedimentato nella profondità delle sue paure. Anche quando credeva di essere appagato – quando la vedeva ridere o aver premura per qualcosa – l’ombra di quelle mani appesantiva l’atmosfera.
Un giorno, quando il tempo era passato in tre decine e Margherita era già senza giudizio, gli venne di affrontare la questione. Non lo fece per avere una risposta e nemmeno per liberarsi di un pensiero, visto che lei non era in grado di capire. Lo fece, invece, tra un discorso e un altro, quasi senza avvertire d’essere giunto lì. Da più di un anno, ormai, parlava con lei come si parla con un gatto o con l’immagine di un santo appesa al muro.
Un po’ per abitudine e un po’ per non morir di isolamento, discorreva da solo per farsi compagnia. Lei lo osservava inespressiva, come si guarda forse da distratti, quando il corpo è lì davanti ma la mente non è chiaro dove sia.
Ogni tanto diceva qualche parola o qualche frase che le era rimasta impressa, poi si incantava e ritornava assente.
Quella sera erano a letto, l’aveva sistemata per dormire e la sentiva respirare piano, in modo regolare.
-Sai Margherita – cominciò – insieme abbiamo avuto tanto, siamo stati tante cose. Ti ricordi, no? I nostri figli, le vacanze a Ladispoli…
Lei, come sempre, stava zitta, chissà se sentiva.
-Insomma … eravamo felici – le accarezzò la mano – almeno io lo ero. Ne abbiamo fatte di battaglie… ti rammenti come ci siamo conosciuti? Non è stata una passeggiata ma abbiamo resistito perché eravamo insieme.
Stesso respiro, stessa regolarità senza inflessioni.
Parola dopo parola, arrivò a quel punto che, da anni, era fermo ad aspettarlo, come una tappa che non si può evitare.
-A volte mi chiedo se ti sono bastato, se c’è qualcosa che avresti voluto e io non me ne sono accorto. Non qualcosa di materiale… a quello so che non ci hai mai tenuto… qualcosa nel rapporto di coppia, giusta per te. Potrebbe essere, no? Succede a tanti, forse a tutti…
Inspirava, espirava. Poi rallentò, si stava addormentando.
-Va bene – le toccò la fronte – proseguiamo domani.
Fu in quell’istante che lei disse qualcosa, quando era vicina ad assopirsi. Erano tre parole pronunciate a stento, perse nel su e giù del moto polmonare.
-Non eravamo complici – sembrò lasciar andare.
Come? – Gli venne il dubbio di non aver sentito – Non è possibile … ho capito male…
-Che hai detto? … Margherita… che hai detto?
Le scosse la spalla, le braccia, le mani.
-Dimmi Margherita, dimmi.
L’aveva immaginato, era la cosa più probabile. Ma lei qualcosa aveva bisbigliato, di questo era sicuro. Qualcosa che faceva male.
-Sei sveglia? – un tentativo assurdo, tanto per provare.
Non ci fu alcuna risposta.
Il respiro riprese il suo andamento, col timbro basso e il ritmo regolare.
Clic.
Aveva riagganciato.
E non poté tornare.




