24. Le immediate vicinanze

Nel 2025, Norfe Canè era ancora in vita.

Erano passati nove anni da quando era stato operato; il pericolo si era placato insieme alla capacità di rinnovamento del suo corpo, ormai vecchio senza possibilità di interpretazione. 

Nonostante non fosse entrato nel mondo dei morti, non apparteneva nemmeno a quello dei vivi; chiuso in sé stesso camminava sulla terra di confine bilanciando l’umore del giorno con l’istintivo attaccamento all’aria, un’insopportabile dipendenza di cui non andava affatto fiero. Non aveva relazioni sociali se non con i musicisti dell’orchestra e con Alisa, la signora delle pulizie: poche presenze che, tuttavia, a lui sembravano abbastanza. 

Quando lei si assentava, per le ferie o per qualche motivo di salute, era costretto a occuparsi della propria sussistenza; andava in farmacia, all’edicola e al piccolo supermercato dove la gente, timorosa del suo brutto carattere, lo riconosceva ma restava un passo indietro.

Il rapporto con i nipoti, da quando li aveva visti da piccoli, non era mai decollato; dopo l’intervento non aveva trovato il modo né il coraggio di approcciarli, poi il tempo era trascorso e l’occasione era volata via. Continuava, tuttavia, a passare sotto la loro casa e, da giù, a guardare le finestre. Ogni tanto li vedeva arrivare e rimaneva a osservarli. Le prime volte si scansava o si copriva il volto per non farsi notare: prendeva un fazzoletto, abbassava il cappello, girava la testa in modo artificiale. Poi si accorse che era del tutto inutile perché non lo vedevano comunque. Si convinse, in quella circostanza, che agli occhi dei ragazzi i vecchi sono trasparenti, un arredo grigio come il marciapiede, assenti per il fatto di appiattirsi sulla scena. 

Tra le poche attività che si concedeva c’era la visita alla Pinacoteca Nazionale. Ci andava spesso, negli orari meno frequentati; col bastone camminava tra i dipinti e si fermava a osservare l’espressione dei ritratti. Alcuni lo guardavano, sembrava addirittura che dicessero qualcosa.

In quella forma bidimensionale ogni volto era una scheggia di pensiero senza fisicità. Gli sembrava che il risultato avesse a che fare con la musica, una realtà eterea che parlava d’altro, capace di descrivere il mondo interiore. Nel contesto del quadro, a una distanza che sceglieva lui, riusciva ad accogliere qualche aspetto dell’umanità che dal vivo rifuggiva: non c’era alito, non c’era sudore, non c’era accumulo di oggetti. Soprattutto, per lui, non c’erano le voci; le presenze affisse alle pareti – così discrete e pure così entranti – evocavano il ricordo di suo padre e lo ponevano in una posizione scomoda che, tuttavia, risultava familiare. Era come se il tempo l’avesse abituato a una postura storta, a forza di assumerla tornava sempre lì. Il silenzio affettivo che lo aveva accompagnato per tutta la vita era diventato un codice che delineava i confini del suo essere; uscire da quel bordo, ormai, non era più possibile, sarebbe venuta meno la rassicurazione del rifugio che aveva costruito nell’infanzia a suon di privazioni. 

Così si fermava a guardare gli uomini dei ritratti, che parlavano senza pronunciare le parole; ciascuno sospeso nel suo tempo, senza bisogni né voluttà. A volte cadeva in pensieri che seminavano il dubbio. Non l’incertezza su questa o quella cosa, piuttosto un sospetto sulla vita intera. Immaginava quell’ambiente di notte, quando non c’era più nessuno. Chi poteva dire che, proprio allora, i personaggi non cominciassero a discorrere tra loro? Vediamo solo un pezzo di realtà, le altre sono supposizioni… Oppure, ancora: Questo volto l’ho già visto, forse ai giardini. Possibile che sia proprio lui? Magari rinasciamo con un altro aspetto o forse, perché no, persino con lo stesso… siamo così improbabili in fondo…

Queste riflessioni, seppur assurde, inducevano in lui un’insolita forma di conforto: il suo corpo, in quei casi, avrebbe ancora avuto qualcosa da dare.

Tra tutti i dipinti del museo ce n’era uno che lo attirava più degli altri. Non lo aveva notato subito, le prime volte che ci era passato davanti non gli aveva fatto alcun effetto. 

Poi, un giorno simile agli altri, procedendo per la sala ci aveva posato gli occhi e aveva sentito una strana vibrazione, un MI di ottava superiore che arrivava dal pensiero e risuonava nel torace come un richiamo gentile. 

Incuriosito, si era fermato. Era un’opera di Giuseppe Maria Crespi, la famiglia di Zanobio Troni. 

Vi era rappresentata una donna, al centro, circondata dai figli e dal marito che la guardava con ammirazione. 

Riempivano la tela, i loro corpi erano decisamente troppo fitti per i suoi gusti. Ciò nonostante, osservandoli non era colto dal solito disagio, anzi sentiva una punta di malinconia. 

Vi era racchiuso tutto quello che avrebbe potuto avere e a cui aveva rinunciato per le ragioni della notorietà; l’amore di Ada – chissà come sarebbe stato vivere con lei – e i figli che avrebbero potuto avere dopo Carlo, che invece non aveva mai frequentato. Due sconosciuti… si sentiva stupido ad ammetterlo… lui e Carlo avevano vissuto tutta la vita come estranei senza sapere nulla l’uno dell’altro. Come era potuto succedere? Gli era sempre sembrato il momento sbagliato e adesso – momento dopo momento – il tempo era finito. 

Quel dipinto suonava come la sinfonia dell’occasione persa, l’antifrasi visiva del suo vuoto. Aveva avuto la notorietà – questo era innegabile – ma non sapeva che farsene; la fama che l’aveva reso eterno lo lasciava, adesso, inappagato. Quante cose aveva perso senza assaporarle, quanti frutti erano rimasti sugli alberi lungo il cammino… era arrivato in fondo e ora moriva con la sete. 

Ogni volta che guardava quei volti, cadeva negli stessi pensieri. E allora ci tornava – ci tornava apposta – per incontrarli lì. Come se quelle presenze avessero potuto portarlo nell’esistenza che non aveva avuto, dargli il calore della vicinanza che aveva rifiutato e che trovava, in quella stanza, una fantasia di compimento. Quello era il tempo che concedeva al rimpianto, lo sfogo con cui rimaneva a galla. Appena uscito dal museo tornava distaccato, indifferente anche a sé stesso.

Un giorno di novembre, rientrando a casa in taxi, si trovò ai bordi di una manifestazione. 

– C’è il traffico interrotto per la gente che va al corteo – comunicò l’autista – dobbiamo attendere che passino. 

– Non ci sono problemi – commentò lui – non ci vorrà poi molto. 

Invece, un’ora dopo, erano ancora lì; migliaia di persone arrivavano a raggiera e camminavano verso un centro comune.

Chiedevano la pace in Medio Oriente, la fine dell’attacco a un popolo massacrato sotto gli occhi di tutti, nell’immobilismo dei governi che restavano a guardare.

Blocchiamo tutto… dicevano i cartelli… cessate il fuoco… siamo in marcia per l’umanità.

Norfe Cané guardava dal finestrino. Aveva sempre pensato che il suo compito, nel mondo, fosse comporre melodie. Adesso si perdeva nell’immagine di quella moltitudine che stava accantonando il proprio ruolo per dedicarsi a qualcosa di più alto, il richiamo originario alla fratellanza. 

Stava lì, in silenzio, a pensare; stretto tra il cinismo che gli era naturale e l’idea – per lui del tutto inedita – che qualcosa gli fosse sfuggito. C’erano persone di ogni età, anche oltre la sua ma a lui sembrava di essere più vecchio di ciascuno. Il suo tempo stava finendo e ormai era tardi per tutto: per isolarsi, per criticare e anche per partecipare. Eppure, in qualche modo, ne era affascinato. Scorrevano davanti ai suoi occhi in un unico fiume: gli anziani, gli adulti, i figli di tutti.

Un osservatore attento avrebbe potuto riconoscere, in mezzo a quella folla, il loden fuori moda di Emilio Cortesi: transitò davanti al taxi e per un attimo furono vicini. Non si conoscevano e gli venne naturale non guardarsi. 

Qualcuno che ci è passato accanto

tornerà

  ma nuovo

sembrerà il suo aspetto.

Sfuggono

i legami

al nostro sguardo imperfetto.

Non erano gli unici di questa storia ad esser lì presenti, anche se il terzo aveva, con loro, decisamente poco a che vedere. Si trattava di Filippo, il giovane studente della scuola di Guidonia refrattario all’uso del casco per l’apprendimento. Era a Bologna per passare qualche giorno da un amico; camminava fiero, contento d’esser lì, nonostante i suoi disturbi di ogni tipo. Teneva alta la scritta su un cartello un po’ sgualcito:

Amici, non mollate.

A fianco, impercettibile, un pisello: non aveva resistito.

Fece lo slalom tra le macchine e proseguì verso piazza Maggiore. Cané, dal finestrino, lo guardò passare in mezzo all’altra gente; lui era comodo e fermo, loro in cammino.

Quando si diradarono, il taxi poté ripartire e di lì a poco arrivò al suo appartamento. 

L’autista fece per aiutarlo a scendere.

-Ce la faccio da solo – si appoggiò sul bastone. 

Arrivò, barcollante, allo stabile e poi dentro il portone.

La casa era buia; dopo tutto quel trambusto, il silenzio gli parve risonante. 

Si lavò le mani e si stese sul letto: aveva bisogno di riposare. Sdraiato, nella penombra, prese a guardarsi intorno; le tende, il quadro, la luce sul comodino… tutto era immobile da anni … per quanto ancora lo sarebbe stato? Respirava lentamente, con ritmo regolare… Potrei morire adesso, non se ne accorgerebbe nessuno… immaginava la scena di quello che sarebbe successo… quasi niente, per la verità… Alisa l’avrebbe trovato l’indomani, i giornali ne avrebbero parlato e Carlo avrebbe presenziato al funerale per gli obblighi della circostanza; nulla di più.

Poco dopo le 19 si alzò per la cena. Era già pronta, doveva solo riscaldarla.

Stese la tovaglia a metà tavola: un piatto, una forchetta, il solito bicchiere; poi accese la tv.

Al tg regionale parlavano della manifestazione. Piazza Grande era stracolma, traboccante di bandiere e di cartelli. Si incantò a guardare lo spettacolo che poco prima aveva visto comporre, cogliendone uno spicchio laterale.

Dopo qualche commento rilasciato dai partecipanti, la telecamera si spostò sul movimento giovanile e inquadrò, in primo piano, una studentessa. 

Norfe fece un sussulto: non ebbe dubbi che fosse sua nipote. Alzò il volume e si avvicinò allo schermo. 

Il cronista la intervistava sui motivi della protesta, su cosa rappresentasse, per loro, essere lì.   Parlava bene, si esprimeva con forza e precisione … Dio mio, quanto somigliava ad Ada…

I diritti dell’uomo, la collaborazione tra gli stati, la tracotanza di chi credeva d’essere padrone di ogni cosa. Siamo qui perché vogliamo esserci – diceva con fermezza – per far sentire la nostra voce e prestare gli occhi alla Storia. 

Quando il servizio finì, tornò seduto. Aveva nella testa pensieri diradati: uno qua, poi vuoto e uno là. Rimasero così durante la cena e anche di notte, come lampi che si accendevano a ritmo regolare.  

Rivedeva la ragazza. Lo sguardo limpido, il sorriso aperto… aveva il suo DNA ma da lui non aveva preso niente. Da una parte ne era felice, inspiegabilmente soddisfatto: Ada, con Carlo, aveva fatto un ottimo lavoro, lui non sarebbe mai stato all’altezza. Dall’altra parte, invece, languiva di nascosto: quello era il momento di buio. 

Avrebbe dato ogni cosa per stare un po’ con quei ragazzi; la ricchezza, il riconoscimento e -perché no – anche il talento pur di averli vicino. Ogni tanto, per guardarli; per sentirli anche suoi. Invece era solo, separato da tutto e abbandonato a sé stesso.

I giorni a seguire procedettero ordinati, uno dietro l’altro con le abitudini di sempre. L’inverno era arrivato, sotto i portici le vetrine erano allestite con colori della neve. Gli venne di chiedersi quante stagioni avrebbe ancora visto sfilare, per quanti cicli sarebbe stato ancorato alla terra nel viaggio intorno al sole. Era avvizzito, l’idea della luce non lo rinfrancava. Eppure girava, girava… ruotava insieme a tutte le cose che passavano con lui.

A metà mese arrivò la telefonata del suo manager e si sentì ancora più vecchio. 

-Maestro, abbiamo la data del concerto – comunicò entusiasta.

Si riferiva ai festeggiamenti per il decennale; questa volta erano ottanta: difficile pensare che ci sarebbe stato il successivo. 

-Quando è? – chiese senza alterare il tono della voce.

-Il 20 marzo nella capitale. È già pronta la grafica per i manifesti: Roma celebra il grande maestro. Le piace?

No, non gli piaceva. Quel concerto, che pure aspettava, non lo voleva fare; la sola idea lo faceva agitare.

-Si.

-Bene. Le mando presto il calendario delle prove.

-Arrivederci. 

Agganciò. Avrebbe voluto richiamarlo e buttare tutto all’aria, invece non poteva che avanzare; trascinato dal corpo, dalle circostanze, dal sistema solare. 

Il passato non lo confortava ma il futuro offriva poco o nulla, nessuna fiamma per potersi scaldare.

La sera, la notte, un altro giorno da passare. 

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