15. La fiducia
Dopo aver compreso che il peggioramento di Rocco era causato dalla riapertura del processo e dall’imminenza della sua deposizione, Chiara Betti lavorò per mettere a punto un’azione di cura.
Voleva prepararlo ad affrontare la testimonianza che avrebbe rilasciato il 20 marzo a Roma e attuare una terapia che gli consentisse di arrivare a quel momento senza incorrere negli episodi dell’ultimo periodo. In diverse occasioni aveva assistito a una regressione della sua personalità, uno sdoppiamento che lo riportava bambino e lasciava emergere l’origine del trauma. Era successo in piazza Malpighi, quando si era accasciato tra i passanti per aver perso la consapevolezza di sé, e si era ripetuto al Vincere Medusa, proprio durante una conversazione con lei. Tirato dal racconto di un trenino, aveva cambiato voce ed era entrato nello stato emozionale che aveva generato la frattura, alla fonte del disagio. Era passato dal dialogo con l’analista a quello con sua madre finché la paura si era trasformata in rabbia ed era uscito dallo studio in preda alla collera. Una fuga, più che un congedo: una ritirata da sé stesso.
Il suo compito di analista, adesso, era inserirsi nelle crepe della sua psiche e sintonizzare gli stati emotivi sulla base di nuove esperienze che potessero correggere i processi inconsci. Avvalersi della pratica di auto osservazione per consentire al paziente di riparare la rete di relazioni tra il centro emozionale e quello razionale fino alla ricostruzione dell’io.
Il fatto che il paziente fosse anche l’uomo con cui aveva una relazione rendeva tutto bollente.
Ogni sua riflessione era annodata, sottoposta al vaglio delle implicazioni che avrebbe potuto scatenare. Non solo su di lui, che aveva diritto di essere curato, ma anche su di lei e sulla sua professione.
Non avrebbe mai creduto di trovarsi in una situazione simile, mai avrebbe immaginato di dover gestire i ruoli di un teatro tanto complicato che vedeva, tra gli attori, la sua vita privata.
Pensava di essere dritta e si trovò declinata.
Rimuginava sulla sua scelta – semmai una scelta fosse stata – ripercorreva le circostanze che l’avevano condotta lì, tra le maglie della rete.
Nonostante il turbamento, l’autocritica e il giudizio morale, percepiva una strana sensazione.
Arrivava come un pungolo di lato; una voce mescolata alle altre che alla fine diventava sola, tagliata su di lei.
Poteva essere un argomento di giustificazione – tutti ne hanno – una scusa per rendere accettabile un legame che invece andava respinto. Ma qualcosa la faceva propendere verso una spiegazione più personale. Non c’era senso di colpa tra i suoi sentimenti, non c’erano tracce di pentimento né di rammarico; al contrario, una strana forma di pienezza liberava delle corde nascoste e le faceva suonare.
Le pareva che quella situazione fosse sempre stata lì, ad aspettarla. Qualcosa che rispecchiava il suo modo di essere fin dove questo arrivava, oltre la percezione di cui era consapevole, più giù delle sue stesse convinzioni.
Dov’era l’incoerenza tra l’amore per la psiche di Rocco e l’amore per la sua professione?
Era sempre stata coinvolta in quello che faceva, immersa completamente nella passione, esposta al rischio e senza protezione. La sua carriera era piena di scelte che altri avevano scansato; più volte si era trovata a esercitare una libertà di pensiero che attingeva da elementi sotterranei, dove l’intuito guidava la razionalità. La relazione che viveva era coerente col suo modo di addentrarsi nella vita, di farsi bagnare senza lasciare parti scoperte.
L’amore per Rocco era arrivato inaspettato, cogliendo lei per prima di sorpresa. Era un sentimento reale, vero come il turbamento che sentiva quando lui era vicino e come la smania dell’attesa quando doveva arrivare. Non l’aveva cercato e certamente non l’aveva mitizzato, ci era caduta dentro per una reazione tra le sue cellule prima che della sua volontà, con un’attrazione limpida e totale. Riusciva, adesso, a pensare di allontanarsi da lui senza tentare di guarirlo, utilizzando il canale che si era aperto tra loro? Poteva accantonare la possibilità di mescolare i due aspetti dell’amore – quello per lui e quello per la psicanalisi – come una forma alchemica di trasformazione?
No, non poteva…. Non poteva. E quel non potere, ben lontano dal generare sensi di colpa, calzava perfettamente sull’immagine che aveva di sé; amplificava la percezione, da sempre in lei, di avere una forza libera e ribelle, incline alla ricerca di interezza più che al rispetto delle convenzioni. Nel desiderio consapevole di seguire Rocco, si sentiva appagata, padrona delle proprie decisioni e vibrante di possibilità. Avrebbe pagato, un giorno, per quella forma di disobbedienza; avrebbe reso conto di ogni fallimento, semmai ci fosse stato. Sapeva che la loro relazione era un’arma a doppio taglio; tuttavia, la presenza di Rocco era così totalizzante che al momento non aveva alternative.
All’inizio si trovavano tutte le sere, quando lei finiva le visite e lui tornava dal lavoro. Arrivava nello studio in S. Stefano riguardoso, quasi in punta di piedi; con gentilezza manifestava il rispetto per quel luogo che accoglieva i problemi di tutti e che a tutti concedeva una tregua.
Lei ne ammirava l’eleganza e la cultura, sempre legate, sempre naturali. Sembrava che il suo modo di esprimersi fosse un’apertura verso l’interiorità, uno spacco che immetteva in una forma di armonia timida e inespressa, quasi imbarazzata.
Quando faceva una battuta abbassava la testa, come se volesse ridere da solo. Lei lo osservava, concentrata e sedotta. Quell’ironia, sopravvissuta a tutto, aveva probabilmente una funzione salva vita.
Durante le sedute, appuntava a margine della pagina pezzi di discorsi e schegge di pensiero cercando di trovare il filo dell’identità. Gli aspetti discordanti che ne uscivano erano i sassi nel fiume su cui avrebbe dovuto camminare, gli elementi su cui prendeva forma l’insieme. Li guardava da ogni lato, li spostava per renderli fermi e poterci passare. Per non cadere nell’acqua, per trovarne il legame e vederli quadrare.
Una strana forma di contrappasso regolava i suoi comportamenti: le crisi plateali e la sottigliezza, i modi gentili e le sfuriate furibonde… in quella mente c’era tutto e il contrario di tutto, quasi a rivendicare il diritto all’incoerenza.
–Nessuno ha detto che sarebbe stato facile – pensava quando lui andava via – Non l’ha detto nessuno.
Alla trentaduesima ora di cura, Rocco manifestò una reazione di transfert.
Stava raccontando della sua infanzia prima del rapimento. La macchina con l’autista per andare a scuola, la stanza dei giochi, il cavallo regalato da suo padre.
-Avrei dovuto essere felice – mormorò.
-Non lo eri?
-Non saprei, facevo parte di un quadro perfetto.
-Ma…?
-Ma non bastavo.
-Approfondisci questo punto.
-Mio padre non c’era mai, il lavoro lo assorbiva molto ed era spesso fuori città.
-Ti dispiaceva?
-Diciamo che ero abituato, per gli uomini d’affari funzionava così. Un giorno tornò con un fucile da caccia, una doppietta calibro 12 col manico di legno. Disse che era per me, per quando diventavo grande. Mi avrebbe portato alle battute insieme agli altri del gruppo. Partivano all’alba ogni quindici giorni, alle quattro del mattino. Poi è successo quello che è successo e non sono mai andato.
Su quelle parole, la conversazione cambiò registro. Abbassò il tono della voce, dal discorso su suo padre passò a delle riflessioni personali, come se le rimasticasse per buttarle giù.
La mamma no… non era contenta, ripeteva sempre che era una modella… Eccomi qua, sola con te. Mentre lui è impegnato!… Lo diceva tutte le volte, si capiva che avrebbe voluto essere occupata anche lei, invece di stare con me.
Ero un bambino, santo cielo, ero solo un bambino! – cambiò interlocutore – ma tu non ci pensavi, non mi volevi… ero la causa della tua infelicità.
Poi ancora un’alterazione, tornando al presente. Con tono alto si rivolse a Chiara. Parlava concitatamente, stringeva i pugni e si agitava.
-Mi vedi? … Mi vedi? Sono qui!
Era evidente che stesse trasferendo su di lei la frustrazione provata con sua madre, proiettando su quel momento i suoi atteggiamenti passati. Una riedizione degli impulsi che avevano partecipato alla sua dissociazione, improvvisamente risvegliati dalla psicanalisi.
Chiara appoggiò il blocco sul tavolo e si tolse gli occhiali. Sapeva bene cosa questo significasse. La mente di Rocco stava cercando, con i mezzi che le erano propri, di controllare le circostanze esterne. Non una ripetizione dell’esperienza originale, piuttosto il tentativo di costruire qualcosa di nuovo. Il motivo per cui portava il passato nel presente non era ricordarlo ma riformularlo, creando nuove reti di contenimento. La psiche di Rocco stava lavorando per sanare il trauma dell’infanzia, esplorando delle connessioni che allora non aveva. Questo diceva la letteratura e questo emergeva dalla relazione analitica con i suoi pazienti, quando il transfert si manifestava.
Ma Rocco non era un paziente qualunque, era molto di più. E lei, in quella spasmodica ricerca, aveva una posizione di privilegio, un canale esclusivo per fare da guida.
Si alzò, come non avrebbe fatto mai, e si avvicinò a lui. Lo guardò con fermezza e gli prese entrambe le mani. Lui girò lo sguardo, quasi per fuggire; muoveva la testa a destra e a sinistra per divincolarsi dalla presa.
-Soffoco, soffoco…
-Non soffochi, ci sono io.
Aveva la fronte lucida e il volto pallido. Sudava una sofferenza che non riusciva a liberare.
-Soffoco, ti dico. Soffoco!
-Ci sono io – ripeté lei con dolcezza – Non ti lascio soffocare.
In quell’attimo, rivisse la disperazione.
-Me lo merito, me lo merito… volevi andare via! Non sei venuta a cercarmi, ti ho aspettato… la notte ti chiamavo. Faceva freddo, avevo paura… non sei venuta…non sei mai venuta…
Abbassò gli occhi e si mise a piangere come un bambino. Forse lo era, con la mente arenata lì, dove si era incagliata; di nuovo solo e senza prospettiva.
Mossa dall’esperienza e guidata dall’istinto, Chiara prese su di sé il fardello che lo stava schiacciando: la paura di non valere abbastanza per una scelta d’amore.
-Ti tirerò fuori di lì. Guardami Rocco, guardami! Non ti lascio nel buio, te lo prometto.
Guardami
sono sincera
te lo prometto.
In quel preciso momento accadde qualcosa. Una sorta di miracolo neurobiologico, un processo taumaturgico attivato dal cervello – così, all’improvviso, senza rumore – azionato da una leva precisissima che i saggi, con saggezza, chiamano fiducia. Durò poco, forse pochissimo, ma abbastanza per sentirla arrivare.
Le spine dendritiche dei suoi neuroni si moltiplicarono, modificandosi in forma e dimensione, una comitiva di neurotrofine corse a stimolare il sistema nervoso, l’ippocampo si ricompose e un rigagnolo di ossitocina si immise nel sangue rinvigorendone il flusso e la gioia di andare. Per la prima volta, come un cieco che riprende la vista, ebbe la sensazione che vivere non fosse un pericolo da evitare.
Quella sera rimase a dormire lì, tra le braccia di lei. Nel suo profumo trovò i suoni della notte, una nuova città da ascoltare.
Chiara gli accarezzava i capelli, gli passava i polpastrelli sulla fronte.
-Hai avuto molte donne?
-Sì, molte.
-E poi?
-Quando non sapevano più che fare, venivo via.
Rimasero in silenzio, a immaginare come sarebbero andate le cose tra loro. Rocco sperò che Chiara ci riuscisse, Chiara sperò di potercela fare.
Poi fu lui a porre una domanda.
-Che cosa ti piace di me?
Ci pensò un attimo. Le vennero in mente la testa abbassata quando rideva, il garbo dei modi e i disegni in terapia, durante le sedute. Le mani, l’anello, la voglia assurda di poterlo mangiare. Un motivo, due motivi, tre motivi per farsi afferrare.
Disse una cosa sola, che forse era niente ma poteva bastare.
-Le righe dei calzini.
E si lasciò contare.




