14. L’origine della menzogna
Ci sono tanti motivi per cui si può mentire. C’è chi finge per ottenere qualcosa e chi lo fa per compiacere, qualcuno inganna per timore di mostrarsi e qualcun altro per fuggire, con l’istinto di uscire dalla conversazione senza lasciare tracce di sé.
Aldo Balzani, semplicemente, mentiva per abitudine.
In casa, da quando era piccolo, aveva respirato la doppiezza di ogni racconto come una diramazione dell’aria attraverso le narici del naso: pertugi separati con la funzione di veicolare la narrazione a destra o a sinistra e filtrare la verità.
Sua madre, da sempre, raccontava cose mai avvenute, infarciva di descrizioni gli eventi della sua fantasia e li tirava fuori – chissà perché – nei discorsi con gli altri.
Quando ero giovane vinsi un concorso di bellezza… ero nel luogo dell’incidente e scampai per miracolo… trovai le fragole sulla neve, come spiccavano sul manto bianco!
Nei primi anni Aldo credeva a tutto – del resto, era un bambino, perché avrebbe dovuto dubitare… – poi, crescendo, cominciò a guardare con distacco la realtà. Con sicurezza, la sentiva riferire di eventi a cui aveva assistito e che non erano andati così, come lei li riportava. Ho protestato col salumiere perché il prosciutto non era buono… ho aiutato un signore che era caduto… ho vinto al gioco del lotto con i numeri di mia nonna…piccole cose che non avevano motivo di essere inventate e definivano la sua immagine nella società.
Aldo la osservava, giovane e silenzioso, mentre si districava con disinvoltura tra una finzione e l’altra. Ne assorbiva i modi e le giustificazioni – mai date – che si manifestavano nella ripetizione di quella prassi consolidata, con la costruzione di un’impalcatura che si portava da sé.
A distanza di tanti anni, quell’ossatura gli pareva storta. Eppure, c’era stato dentro tutta la vita, fissando dal basso le pareti che divergevano senza cadere e lasciavano il tetto scoperto. Nel tempo si era adattato a quel contesto instabile e provvisorio dove aveva fatto proprie le dimensioni dell’obliquità. Adesso – sghembo a sua volta – si sentiva stanco, deformato dall’assenza di rettitudine. La novità, per nulla scontata, era la sua consapevolezza, una caratteristica che da sempre aveva compresso in fondo allo stomaco e che, di tanto in tanto, era emersa nei retropensieri come un conato di vomito. L’aveva respinta, tutte le volte, con ogni forza. Forse era per quello che le mani gli tremavano, per la tensione a cui le aveva sottoposte.
Nell’ultimo periodo uno spiraglio si era schiuso e lo scenario che intravedeva al di là della fessura, gradevole come l’odore di limone, era lo studio della dottoressa Betti. Durante l’ultima seduta aveva cominciato ad aprirsi; senza aver percepito alcuna deviazione, si era trovato con una gamba fuori da sé stesso, a osservare le cose da un’altra prospettiva. Il percorso che aveva iniziato per disperazione aveva suscitato delle sensazioni inaspettate a cui non era abituato. Si sentiva alleggerito, talvolta addirittura bendisposto, con una tendenza al possibilismo che non ricordava di aver mai provato e che, quindi, non sapeva gestire.
Tuttavia, anche il rapporto con la dottoressa Betti nascondeva dei lati oscuri, delle venature di morbosità che trovavano appiglio nella sua zona più intima, dove ristagnava l’abitudine al peccato. Ne riconosceva gli effetti nel vibrato delle interiora, in mezzo alle viscere. Al pensiero di lei, un sottile senso di piacere si diramava attraverso i nervi e produceva calore al basso ventre; uno strano senso di potenza saliva dalle gambe e lo trasformava in animale. Un toro, forse… o una iena eccitata dall’odore della preda. Furtivamente compiaciuto, lo assecondava e poi lo ricacciava, in una diatriba logorante. Chiara Betti era l’unica speranza che aveva per uscire dal groviglio; il tempo che passava nello studio era pulito, quasi di quiete, con la sua voce che guidava le sedute e lo portava in un’altra dimensione, dentro e lontano da sé. Sapeva bene che doveva preservarne l’immagine, rispettarla e tenerla lontana dalle sue pulsioni, come si fa con le figure sacre.
Invece, una volta uscito da lì, il suo pensiero sterzava su dei lati che avrebbe voluto non intercettare e che gli davano il piacere della trasgressione. Nonostante i buoni propositi, li agognava, li bramava per goderne l’ossessività; sapersi inopportuno, beffardamente, non lo tratteneva dalla depravazione e anzi alimentava le sue fantasie. Spinto dall’inosservanza, si perdeva in strade torbide dove si sentiva a proprio agio; scenari di cui avrebbe dovuto vergognarsi e che erano, invece, rifugi abituali.
Era uno spasmo sottile e angosciante che lo portava alla vita mediante un dolore sottile, come uno spillo infilzato su un braccio o un taglio tra il torace e l’addome. Lì, in quello spazio oscuro e incontrollato, prendevano forma i suoi istinti più biechi.
Perché proprio lei… si chiedeva quando tornava in sé. Non era certo per la sua avvenenza; lo riceveva in modo semplice, senza elementi di provocazione. Portava scarpe basse e camicette a tinta unita, i capelli sbarazzini le circondavano il viso, struccato, mentre il suo sguardo seguiva gli indizi della verità. Non aveva mai detto nulla che potesse incoraggiarlo a inserirsi nella sua vita privata, nemmeno in modo laterale, con piccoli commenti od osservazioni personali. Dopo l’episodio di Rocco, non c’erano più state voci al di là dalla parete e lei era sempre stata estremamente professionale, allo stesso tempo comprensiva e distaccata.
Già… Rocco… ancora aspettava di vederlo. Non era mai riuscito a incontrarlo, nonostante gli occasionali appostamenti e il senso di aspettativa che aveva ogni volta, quando entrava e usciva dal portone.
Perché proprio lei… continuava a ripetersi … perché proprio lei.
Ma un motivo, in fondo, c’era. Andava oltre le menzogne bianche di sua madre e oltre i silenzi opportunisti che negli anni aveva esercitato in corsia, spinto dall’assillo della carriera.
Era qualcosa che teneva soffocato nel suo mondo di bambino e che ancora gli faceva male, probabilmente l’origine della sua falsità.
Tutto era cominciato nel 1995, alla fine di un secolo fin troppo breve. Alberto Tomba aveva vinto lo slalom gigante e la gente andava al cinema a vedere Forrest Gump. In molti, in quel periodo, pensavano che la propria vita fosse una scatola di cioccolatini già mangiati e che quello più invitante fosse passato ancor prima di ingoiare il boccone. Grandi novità comparvero sul fronte delle abitudini, Bill Gates e Steve Ballmer presentarono, a Washington, la prima versione di Windows 95 e un tal Bezos, nella sua casa di Bellevue, inaugurò una libreria on line che qualche anno dopo avrebbe inglobato ogni forma di commercio, mangiando i negozianti insieme ai negozi.
Aldo aveva allora undici anni: troppo pochi per apprezzare i grandi cambiamenti della società ma abbastanza per intuire che cosa la società fosse: un insieme di persone propense a spingere nella stessa direzione, trascinando con sé i piccoli e gli indecisi.
Abitava nella parte sud del quartiere Saragozza, vicino al canale del Reno e frequentava la prima media. La vita, nel rione, era vivace; lui e i suoi amici avevano giocato insieme fin dai tempi dell’asilo, nei giardini e nelle case di ciascuno per le feste di compleanno.
Faceva eccezione Irina, una bimba con gli occhi scuri che, invece, non era della zona. Era arrivata a settembre con la sua famiglia, otto persone di cui tre nonni sui quali si sapeva poco o nulla. Tra loro parlavano slavo e non erano troppo propensi a socializzare; vivevano in una casa popolare sottodimensionata dalle cui finestre, a tutte le ore, usciva l’odore di zuppa.
Qualcuno diceva che provenissero dal mondo del Circo, altri li collocavano in paesi imprecisati dell’est, giunti in Italia per via dei conflitti balcanici.
Dei tre figli, Irina era la maggiore; dopo di lei, due maschi di sei e quattro anni. Aveva lunghi ricci neri tenuti insieme da un fermaglio di velluto amaranto. Quel fiore tra i capelli, stinto e consumato, era l’unico vezzo della sua persona e non si scordava mai di portarlo con sé. Rispetto alle altre bambine aveva qualcosa di diverso; forse tutto – come pensavano loro – eccetto l’età. Era vestita senza garbo e senza cura, con abiti aggiustati in modo grossolano, tanto per fornire una copertura. Le gonne larghe giravano sul suo fisico esile senza alcun rispetto per il ruolo della cerniera, spostata ora qua e ora là dove capitava. Parlava un alfabeto incomprensibile ma aveva lo sguardo dolce e questo le bastava per farsi voler bene. Il primo giorno la accompagnò a scuola il nonno, un signore dalla faccia generosa che odorava di cipolla e sorrideva per non saper parlare, poi si impratichì e cominciò ad arrivare da sola.
Fu in quelle circostanze, lungo il percorso, che fece amicizia con Aldo. Comunicavano a modo loro, con piccole parole e tanti gesti, facendo trapelare il senso delle cose dal tono della voce.
Lui era timido, lei anche. L’impedimento della lingua dava a entrambi il modo di rifugiarsi negli spazi del silenzio senza l’imbarazzo di sembrare distaccati.
In poco tempo, come succede a chi viene da lontano, imparò a esprimersi. Prima qualche vocabolo staccato Bello… grazie… amico… poi anche i verbi, coniugati senza regole ma chiari nel contenuto.
In quell’andirivieni tra la casa e la scuola, un giorno qualunque raccontò la sua storia. Cominciò con calma, quasi per gioco. Gli fece capire che aveva qualcosa da dire e si misero seduti sullo scalino davanti a un portone. Lì, senza che lui potesse impedirlo in alcun modo, lasciò uscire quel che aveva dentro.
Proveniva dalla regione di Krajina, che era in Serbia ma da poco era diventata Croata. C’era stata un’invasione con tanti morti, lei pure aveva visto dei cadaveri pieni di sangue, compreso quello di sua zia e dei suoi tre cugini.
La sua famiglia era scappata, la loro casa non c’era più. Non era più da nessuna parte – disse con tristezza – gli oggetti erano stati rubati, i muri bruciati. Erano venuti via con due valigie in cui avevano messo tutte le loro cose il giorno della partenza.
-Sono riuscita a prendere questo – disse mostrando il fermaglio – è un regalo della zia.
Aldo la guardava mentre parlava con quell’italiano accidentato. La fissava per seguire il filo del discorso e intanto sentiva un’onda crescere da dentro, il senso di ingiustizia che montava.
-Come mai siete arrivati qui? – chiese soltanto.
-Il nonno si ricordava di un parente venuto a vivere da queste parti, ma ancora non l’abbiamo trovato.
Quando si salutarono, alla fine del racconto, Irina fece un timido sorriso. Sembrava alleggerita, quasi contenta per aver condiviso il suo dolore.
Aldo, quella notte, non riuscì a prendere sonno. Faceva e rifaceva l’elenco delle cose che avrebbe messo in due valigie. Il Game boy, la felpa Hoodie, le Nike. Quanti pantaloni? Poi c’era la roba di mamma e papà: le medicine, i bigodini, qualcosa da mangiare… no, tutto non c’entrava. Forse i bigodini si potevano lasciare. E così ricominciava da capo, senza mai giungere a una soluzione.
Nei giorni successivi, la voce si sparse nel quartiere. In poco tempo si attivò una catena di solidarietà tra la gente del posto, scossa da quella sofferenza oltre confine. Sembrava che le notizie del telegiornale avessero preso forma nello spazio del rione, perdendo l’eco della lontananza.
Cibo, vestiti, inviti ai dibattiti nei circoli… la parrocchia attivò la rete di accoglienza e invitò i bambini all’oratorio; nessuno rimase a guardare.
Anche la famiglia di Aldo si propose per dare una mano, invitando Irina a giocare e fare i compiti. Lei rispose con gioia, per diversi motivi. Con lui si trovava bene, in più la sua abitazione era troppo affollata e non c’era uno spazio in cui stare in silenzio; qualsiasi altro posto sarebbe risultato migliore.
La prima volta che entrò nel villino, rimase tutto il tempo a guardare.
I quadri, i lampadari, i mobili della cameretta… ogni cosa era diversa dalla sua casa in Serbia, accattivante e nuova. La sua attenzione fu attratta da una lampada a siluro, con una sostanza simile alla lava che ondeggiava all’interno. Formava delle bolle di materia, poi risaliva e tornava indietro, mescolando ogni cosa. C’era anche un acquario di plastica con un pesce che andava su e giù premendo un bottone; ne cercò l’utilità e fu sorpresa di non trovarne. Nel suo paese, tutto era razionato e funzionale. Qui, invece, sembrava che le cose fossero a misura della fantasia più che della necessità.
Nei giorni a seguire, dopo aver assorbito gli elementi più colorati e sorprendenti, scoprì il pianoforte in salotto. Si mise seduta e cominciò a premere i tasti, seguendo il suono che usciva.
Uno bianco e uno nero… poi due bianchi, tre neri e così da capo, come veniva. Un dito alla volta e a palmo pieno, per vedere l’effetto che faceva. Rapita da quelle onde, la sua mente si allontanò dai rumori delle bombe e degli spari che ancora le stavano addosso, ormai diventati un tutt’uno con le orecchie.
Un sabato, il papà di Aldo le propose di imparare a suonare.
-Se vuoi, posso insegnarti qualche nota e i primi rudimenti; poi decidi se continuare.
Lei, entusiasta, accettò.
Così iniziarono le lezioni, di pomeriggio quando lui tornava dal lavoro.
Aldo c’era e a volte non c’era, secondo gli impegni delle sue giornate. Gli allenamenti di calcio, la nonna il giovedì, la preparazione alla Cresima… la sua vita scorreva con la presenza di un’amica in salotto, quando lui era via.
Un giorno, tornando da catechismo, decise di farle uno scherzo. Voleva agitare delle fronde dalla finestra e mostrarsi al di là del vetro per ridere, come aveva fatto altre volte con i suoi amici. Una volta passato il cancello, invece di entrare in casa andò in giardino e si adoperò a cercare il ramo giusto, stando attento a non fare rumore. Ci mise sopra i suoi guanti – a simulare le braccia – e infilò il berretto sulla punta, poi salì su una sedia per arrivare all’altezza dello scuretto.
Proprio lì, da quella posizione instabile, vide qualcosa che avrebbe cambiato la sua percezione del mondo e l’intero suo modo di essere, fino a renderlo complice dei suoi stessi pensieri.
La mano di suo padre era sulla gamba di Irina. Troppo aperta per essere un gesto paterno, troppo in alto per essere un gioco. Aveva uno sguardo che non aveva mai visto; un sorriso ambivalente che lanciava segnali di perversione, come i cattivi dei fumetti.
Lei, accanto, era immobile, pietrificata e priva di espressione.
Scese d’istinto dalla sedia e uscì dal cancello, lasciando la fronda vestita. Corse lungo la via fino alla strada sterrata, ai bordi del canale. Proseguì, più forte che poteva, ingoiando polvere e saliva. Nella testa aveva un’unica immagine: il ritratto del male.
Stette fuori tutto il pomeriggio, finché fu completamente buio.
Al rientro, giustificò il ritardo con poche parole, dicendo che si era trattenuto con gli amici dopo il catechismo. Mangiò poco o nulla mentre sua madre raccontava le solite cose e suo padre aveva la faccia di sempre. La voce di un uomo pacato, i modi di un uomo normale. Lo guardava e vedeva la sua mano sulla gamba di Irina, esile e irrigidita.
Come poteva conciliare quell’immagine con l’idea che aveva di lui?
Forse aveva visto male… la posizione era scomoda ed era in bilico su una sedia storta. Possibile che ci fosse stato un fraintendimento? Possibile, certo…anzi, c’era da vergognarsi ad averlo pensato.
Quella che seguì, fu la notte più brutta della sua vita. O forse la prima di una serie di notti tutte uguali, dopo aver perso l’innocenza. Non si addormentò mai più senza pensieri, mai più senza quella sensazione di irrimediabile colpevolezza che lo avrebbe accompagnato negli anni, rendendolo mostro per sempre.
L’indomani, Irina non era a scuola. I professori dissero che era malata, che aveva la febbre e non poteva uscire. Aldo, a sua volta, si chiuse in camera e non parlò con nessuno. Fece lo stesso nei giorni a seguire: andava e tornava dalle lezioni senza scambiare una parola, mentre lei non rientrava. Troppo tempo – avrebbe pensato un giorno – troppo tempo.
Quell’attesa lasciava un sapore amaro, lo stesso delle parole che non era riuscito a dire.
Dopo due settimane, si decise ad andare da lei. Trovò la casa chiusa, senza panni stesi e senza odore di zuppa che usciva dalle finestre. Rimase tutto il pomeriggio sullo scalino del portone ma nessuno arrivò.
Lo vide una signora dello stabile accanto:
-Sono andati via con le valigie – riferì con tenerezza.
-Quante valigie avevano?
-Poche, soltanto due.
Aldo si sentì gelare, come chi cade nel burrone senza appigli, come chi resta ad accettare il male. Nello stesso modo in cui erano arrivati, così erano ripartiti.
Immaginò Irina, che camminava col suo fiocco tra i capelli e aveva addosso un peso che non doveva avere, l’ennesimo episodio rivoltante nella sua vita di bambina. Si era fidata di lui e gli aveva raccontato la sua storia; chissà che cosa aveva in testa adesso, se pensava che fosse colpevole. Non c’era nessuno che potesse rispondere alle sue domande, nessuno che fosse in grado di salvarlo dalla scoperta di suo padre e dal silenzio che aveva ingurgitato senza intervenire. Aveva pagato lei, lei era stata costretta a partire e non era più lì.
Come la spensieratezza, non sarebbe tornata mai più.






