13. L’illusione di sapere

Il 20 marzo 2026, Orfeno Palanca si alzò di buon umore. 

Lasciò nel water una pipì scura e schiumosa, scaracchiò nel lavandino e si guardò allo specchio inclinando il volto a destra e a sinistra con soddisfazione. Al solito, non pulì la tavoletta, il problema di chi se ne sarebbe occupato, anche quella volta, non albergò tra i suoi pensieri.

Ancora in pigiama, si diresse in cucina e aprì il frigo. Il piano centrale era pieno di bottiglie d’acqua da mezzo litro, ne prese una e la bevve a metà; la appoggiò sul tavolo, aperta, e la lasciò lì. 

Erano le 5:30… che orario da mediocri… ma i suoi coglioni, quel giorno, non giravano. La levataccia era insaporita dall’affare che stava per stringere, un boccone succulento che da mesi rosolava tra gli intrallazzi delle sue conoscenze e che adesso, finalmente, stava per entrare nelle sue fauci impastate di salivazione.

Alle 6:10 aveva il taxi per l’aeroporto, diretto verso Roma. Ancora poche ore e sarebbe uscito dal Ministero ricco come Paperon de’ Paperoni, con l’affare del secolo tra le mutande e i pantaloni.

Chi avrebbe mai detto che era possibile fare tanti denari con l’istruzione... certo non quei falliti del ’68 che volevano migliorare il mondo con i libri e con i fiori… ma nemmeno quelli dopo, che a forza di abbassare il livello avevano portato la Scuola in pianura, senza più nulla da calare. Quel decadimento decennale, neanche a farlo apposta, era cascato a fagiolo – preciso nei tempi e nelle circostanze – e adesso arrivava diritto a lui. In passato sarebbe stato impossibile infilarsi tra le proposte progettuali degli organi statali… adesso, invece, il suo piano era ascoltato e addirittura invocato, presentato nelle scartoffie pubbliche come una svolta per l’innovazione. 

Coglioni… coglioni… sogghignava mentre si faceva la barba. Si guardò compiaciuto; quello che ai più sarebbe sembrato un viso goffo e disarmonioso, a lui parve virile e risoluto. La testa calva, le mascelle volitive, il naso importante… tutto, ai suoi occhi, lo rendeva maschio. Era una spanna sopra agli altri, un uomo tutto d’ un pezzo che si era fatto da solo.

La sua fortuna, da lui definita capacità d’impresa, era iniziata trenta anni prima quando, senza muovere un dito, si era trovato socio fondatore di una scuola privata. Era, allora, un giovane poco disposto a faticare per avere uno stipendio a fine mese. A venticinque anni, guardava con disprezzo i suoi coetanei che studiavano o lavoravano per mettere insieme una vita decorosa. Una casa, una famiglia, le vacanze d’estate… li osservava adoperarsi … addirittura con soddisfazione, gli idioti… e ravvisava in loro l’essenza degli smidollati, miseri e irritanti moscerini laboriosi. Dal canto suo, non aveva dubbi né scrupoli sul da farsi. Traeva le entrate da piccoli affari nel mondo della notte procacciando le cubiste per le discoteche e intrattenendo rapporti con gli spacciatori di cocaina per gli strippati più ricchi. Ce n’erano ovunque, bastava entrare nel giro giusto e conquistare la loro fiducia; a questo fine si adoperava con impeccabile dedizione.

Un rampollo di alta discendenza, un sabato sera, gli fece una proposta inaspettata. Si trattava di Mariano Colasanti, suo ex compagno di scuola e figlio di un deputato democristiano che in città godeva di un prestigio non proprio limpidissimo. Lo avvicinò nella balera e gli chiese di parlare. Naturalmente Orfeno acconsentì, spinto dalla curiosità e dalla posizione di spicco dell’interlocutore. 

Con grande abilità comunicativa, Colasanti gli disse che aveva individuato in lui le caratteristiche necessarie per un affare di alto livello, un business in fase di decollo che in breve tempo avrebbe riempito le tasche di entrambi.

In pratica, Palanca avrebbe dovuto fare da prestanome per l’apertura di una scuola privata -una delle tante già presenti sul territorio – che aveva una tacita caratteristica: sarebbe stata capace di garantire diplomi senza alcun impegno da parte degli iscritti, purché lautamente pagati.

L’attività si inseriva in un una più ampia struttura a scatole cinesi finalizzata a far perdere la tracciabilità di certi grandi capitali, ma Colasanti tenne quei particolari per sé e rimase sul punto della scuola.

-Interessante – commentò Orfeno – se fosse esistita prima l’avrei fatta anch’io, invece di bocciare per quei cretini che mi chiedevano storia e matematica. Come se servissero a qualcosa… ho la metà dei loro anni e già guadagno il doppio, teste di cazzo senza palle – poi si contenne e tornò sull’argomento: – Quale sarebbe il mio compito nell’affare?

-Per adesso, metti le firme dove le devi mettere e siamo a posto; alla fine dell’anno conti gli incassi. Ma sia chiaro: niente domande e niente proteste: i soldi ti avanzeranno, dovrai prenderli e stare zitto. 

Palanca, neanche a dirlo, accettò. Il lavoro ideale era giunto nelle sue mani e già se le fregava con cupidigia. Scommise sul fatto che, in breve tempo, sarebbe diventato un pezzo grosso della nuova imprenditoria scolastica e così fu.

Dopo i primi anni, la scuola si ingrandì. Le trasformazioni del paese contribuirono a far nascere una diversa idea di successo, dove la conoscenza calava ai piani più bassi.

Le enciclopedie, comprate a rate dai padri qualche anno prima, furono sostituite da nuovi oggetti del desiderio: giubbini firmati, computer per i giochi in cameretta e Game Boy da chiedere a Natale. Tutti, in base all’età di appartenenza, si trovarono raggruppati in qualche categoria di consumatori. 

Le donne, grazie al cielo, si resero autonome per mezzo del lavoro, ma le case si svuotarono e i ragazzi rimasero più soli. Gli insegnanti divennero presto una classe fuori moda, aggrappati all’idea – ormai desueta – che studiare fosse anche fatica.

Nella nuova scuola di Palanca, gli studenti venivano attirati con degli slogan semplici e rassicuranti, ottenuti per di più dall’accostamento di un infinito e un gerundio: Imparare giocandodivertirsi facendosemplificare saltando… forme accattivanti della più vera linea educativa diplomarsi pagando.  L’aspetto ludico dominava su tutti gli altri, illudendo i ragazzi di uscire preparati.

Poi le cose andarono oltre, insieme ai nuovi cambiamenti della società. Nel 2007 arrivò uno strumento che avrebbe modificato per sempre il modo di acquisire le informazioni e, insieme, ogni pratica sociale: lo schermo multitouch dello smartphone.

Nuovi oracoli presero posto nel luogo sacro dell’interfaccia, forme di divinazione utili a fornire guide e responsi su bisogni che prima non esistevano e che erano diventati imprescindibili nel momento della loro comparsa. I gesti, insieme ai verbi, abbracciarono nuove funzionalità. Si scrollava, si pizzicava per ingrandire, si cliccavano le app per fare foto e video da conservare in rete, anche se pochi avevano chiaro dove la rete fosse e molti pensavano che non fosse da nessuna parte.  Ogni notizia sembrava contenibile nello spazio di una tasca e durava qualche manciata di secondi, giusto il tempo in cui un dito poteva risalire il rettangolo retroilluminato del display.

Ma la rivoluzione era solo all’inizio: nel 2008 approdò in Italia il primo Social Network, un luogo invisibile capace di inglobare i contatti di tutti e la percezione di sé. Ciascuno prese a vedersi con gli occhi dell’altro, incurante del fatto che lo schermo palmare amplificasse le menzogne insieme ai difetti. Non le imperfezioni del corpo – per quelle arrivarono i filtri – piuttosto le sfocature del carattere. Spinti da un inedito desiderio di affermazione, le persone cominciarono a pubblicare ogni cosa rendendo gli altri sempre e comunque partecipi, loro malgrado. Un click sull’icona e partiva l’esibizione collettiva: non più panorami ma primi piani senza pietà, piatti da ristorante a tutte le ore e vacanze planetarie col sottotesto di essere arrivati chissà dove, con l’unico scopo di apparire eternamente felici.

In quel contesto di menzogna dilagante, Palanca dette il meglio di sé.

Il suo talento naturale nel cavalcare l’onda trovò, nel mare agitato, la più grande delle possibilità. Sui social faceva pubblicità a sé e alla scuola, offrendo di fatto insegnamenti su tutto: cosa si dovesse scegliere, con quale carattere ci si dovesse presentare, come si dovesse vivere. Il messaggio era chiarissimo: tutti dovevano fare qualcosa che era implicitamente dettato da lui.

La sua fama cresceva al passo delle parolacce che aveva l’ardire di sbraitare in ogni dove, sprezzante per il gusto di mostrarlo, come a dire che era arrivato. Spinto dalla notorietà e convinto del proprio talento, trovò terreno fertile per nuovi bacini d’affari: la sua scuola aprì sedi in quasi tutte le regioni trovando ovunque migliaia di iscritti. 

La maggior parte dei giovani clienti rientrava in categorie precise, facili da scovare con la pubblicità: ragazzi poco inclini allo studio – certamente facoltosi – e ragazzi fragili, che faticavano a misurarsi con un percorso scolastico ordinario.

Palanca puntò su di loro e vinse tutto. 

Non fu una scelta casuale, piuttosto il risultato di uno studio mirato, sciacallo e geniale.

Le indagini che aveva svolto attraverso le sue conoscenze al ministero avevano evidenziato una tendenza che sembrava inarrestabile: i ragazzi con qualche tipo di certificato aumentavano di anno in anno, richiedendo forme di educazione personalizzate. Le case vuote, l’abuso di schermo e la mancanza di condivisione tra pari avevano evidentemente indebolito parte dei giovani, schiacciando quelli più sensibili o già in difficoltà.

La prima reazione di Palanca alla lettura dei dati fu di assoluto compiacimento verso sé stesso. 

Le sue catastrofiche previsioni si stavano avverando: l’incremento che aveva percepito nella sua scuola rifletteva un andamento reale e in breve sarebbe stato in grado di girare quel dato a proprio favore, interpretando il nascere di un’emergenza come la nuova normalità.

La diffusione massiva dell’intelligenza artificiale, nel 2023, offrì, ancora una volta, il gancio perfetto per la sua furbizia.

La sua scuola, prima tra tutte, cominciò ad avvalersi di metodi d’apprendimento completamente virtuali, venduti con entusiasmo nel pacchetto formativo e affabilmente denominati immersioni nella conoscenza

C’era l’immersione di storia, di matematica, di diritto e di qualsiasi altra disciplina. Al posto dei docenti, una serie di caschi con cui era possibile accedere a uno scenario simulato per trovarsi, là dentro, competenti su tutto. Attraverso la stimolazione della corteccia frontopolare, il cervello rilasciava sostanze capaci di attivare i centri della ricompensa, favorevoli al rinforzo positivo della realtà immersiva. Col casco addosso, ogni studente si vedeva istruito e autorevole e quell’esperienza era talmente appagante da condizionare, come una droga, la percezione delle proprie capacità reali. In pratica, la sensazione di conoscere era così forte che chiunque usciva convinto di aver appreso chissà che. In poco tempo, nella scuola si prese ad insegnare solo così, con meno costi e più iscritti, tutti illusi di sapere.

Quel metodo andò talmente bene, in termini di risparmio e di gradimento, che fu impossibile, per Palanca, non fermarsi a valutarne le potenzialità. Lo fece a modo suo, affondando le radici del proprio guadagno nella crisi generale. 

Nonostante i tagli che lo Stato praticava da anni nei tre principali settori di spesa – sanità, pensioni e scuola – la situazione del Paese era al tracollo e, a breve, non ci sarebbe stata più copertura. La sua idea, geniale come lui era capace di sfornare, avrebbe consentito alla Ragioneria dello Stato di fare economia e, a sé medesimo, di lucrare sulla nuova gestione dei costi. Il concetto era semplice, talmente lineare da risultare irresistibile.

In pratica, avrebbe preso su di sé la gestione dei ragazzi certificati – qualsiasi fosse il loro disturbo – trattandoli col metodo delle immersioni. Questo avrebbe liberato lo Stato dalle responsabilità educative e, soprattutto, dallo stipendio degli insegnanti di sostegno, più che decuplicati negli ultimi anni. La crescita che aveva registrato rendeva possibile il piano: le sue sedi erano in grado di accogliere decine di migliaia di iscritti e sarebbero potute crescere in capienza occupando spazi sempre più vasti. Un semplice appalto, passato con la riforma giusta, avrebbe accontentato tutti: lo Stato avrebbe risparmiato, lui avrebbe guadagnato e i ragazzi col casco avrebbero giocato, senza protestare, fino a esaurimento delle loro possibilità di protesta.

Ci lavorò intensamente e, con l’appoggio di qualche funzionario di commissione, riuscì a far entrare la proposta nelle linee guida di una sperimentazione fittizia, presentata come l’innovazione del secolo. 

Questo era il motivo per cui andava a Roma il 20 marzo del 2026: siglare un accordo che coronava la sua carriera e omaggiava il suo spirito da conquistatore. Di lì a poco, tutto sarebbe cambiato e non ce ne sarebbe stato più per nessuno. 

Alle 5:40, in mutande, si guardò allo specchio dell’armadio. Non vide la pancia e nemmeno la forma a gruccia delle spalle. Si passò una mano sulla testa pelata come a tirare indietro i capelli, poi aspirò l’aria e gonfiò il petto.

-Teste di cazzo senza midollo, sto arrivando da voi. 


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