12. L’urlo della città
Il giorno della strage, la sala operatoria dell’ospedale Maggiore non conobbe le ore. I feriti arrivavano a ritmo incessante con immediato bisogno di cure e nessuno ebbe il tempo di guardare l’orologio.
I medici fuori turno, anche quelli in vacanza, furono richiamati d’urgenza. Non c’era un attimo da sprecare, in quei momenti frenetici Bologna lottava per la vita dei suoi figli. I dottori, gli infermieri e i volontari erano le mani della città, madre di tutti – dei bolognesi e della gente di passaggio – colpita a tradimento, senza pietà.
Emilio, come gli altri, fu accolto nel corridoio. Scorgeva dal basso la colonna della flebo e i visi concitati degli operatori. Pensò di non farcela, di andare incontro alla morte suo malgrado; le forze diminuivano e le voci intorno erano sempre più attutite. Ne distinse una sola, l’ultima in quel giorno, arrivare da qualcuno un po’ più in là.
– Bisogna toglierle i braccialetti – Poi, di nuovo, a rimarcare: – Via i braccialetti, vanno tagliati!
Quelle parole portarono la sua mente alla stazione, a quanto era successo prima dello schianto. Rivide i cerchi colorati al polso della bimba che aveva perso il treno con sua cugina, possibile che i medici si riferissero a lei? Forse erano vive… oddio sì… poteva…essere.
Il buio si allargò fino a inglobarlo; si vide in piedi, in mezzo a una radura, solo e incredibilmente calmo. Poi più niente, sul monitor una riga piatta che non poté sentire.
Si risvegliò diversi giorni dopo, a seguito di un coma farmacologico che gli aveva consentito di riprendere le funzioni cerebrali. Lo fece con una voce che non c’era, un sussurro all’orecchio che lo chiamava alla vita.
I braccialetti... Bisogna tagliare i braccialetti.
La stessa frase che lo aveva accompagnato al silenzio lo riportava ai suoni del mondo. Le note costanti degli apparecchi di misurazione, i passi nel corridoio, i rumori della città di sottofondo… tutto era tornato con naturalezza, come se fosse sempre stato lì.
Seguì una fase di rieducazione in cui ebbe modo di esercitare il corpo e la pazienza. I miglioramenti, piccoli e sofferti, si diffusero nel tempo dilatato dell’ospedale, dove la fretta non poteva entrare.
Venne a sapere che l’esplosione era stata causata da un ordigno, 23 chili di esplosivo posti in una valigia nella sala d’aspetto della seconda classe con lo scopo di uccidere. Proprio questa, la disumanità dell’intenzione, era forse la cosa più difficile da accettare. Non il dolore fisico, piuttosto la lacerazione interiore di un senso perverso e contrario alla vita.
Cercò, in quel periodo, di ripensare agli eventi di quel giorno, ma la sua mente lo rifiutava. Dei flash, al risveglio e prima di dormire, gli sferzavano i pensieri e la memoria: il boato, le immagini sfocate in mezzo al fumo, la sirena dell’ambulanza. Ma ripensava anche a quanto era successo prima, come se la ragione avesse bisogno di inquadrare il modo in cui era giunto lì, da quando era arrivato alla stazione fino al fragore dello scoppio. Rivide la ragazza che era scesa insieme a lui … come era bella… non riusciva a chiedersi che fine avesse fatto, a oltrepassare quell’ immagine di lei giovane e viva. Ripercorse la scena del turista con la cinepresa e la famiglia che inclinava le gambe per farlo passare nello scompartimento. Quando pensava a loro, un lampo gli accecava la mente, il ricordo dei volti si sovrapponeva a quello del vagone dilaniato producendo nella sua testa uno spasimo assordante.
Poi arrivava a lei, la ragazzina dei braccialetti colorati e di colpo si accendeva una speranza.
In quel periodo di degenza, si rafforzò in lui il desiderio di saperla viva, insieme alla paura di scoprire che la frase dei dottori era rivolta a qualcun altro o – peggio – che la sua storia si era interrotta. Era come se la vita di quella bambina rappresentasse una possibilità di ripresa, il messaggio – non contava da chi – che c’era il modo di svoltare.
Un giorno, quando gli parve di poter sostenere la risposta, si fece coraggio e lo chiese a un’infermiera. Tra tutte le operatrici sanitarie che passavano dalla sua stanza, scelse Maria, una signora sulla quarantina con lo sguardo malinconico. Lo aveva accudito nel momento del risveglio e con lei, più che con gli altri, aveva instaurato un legame di intesa. Nonostante il silenzio di entrambi, Emilio sentiva che riuscivano a capirsi.
È singolare come un paziente possa legarsi agli infermieri, persone vestite di bianco che entrano ed escono dalle camere con qualcosa da fare a tutte le ore. Il malato è lì, disteso, col suo ingombro silenzioso e li osserva mentre lavorano; capta le espressioni dei loro volti, sente mentre parlano tra sé. Dopo poco, sa quasi tutto quel che occorre sapere – quanto basta per lasciarsi chiamare per nome – e affida a loro la propria intima presenza, la parte più vulnerabile di sé.
Come tutte le mattine, Maria era nella sua stanza per l’igiene. Con garbo gli sollevava le gambe, ancora dolenti dopo l’intervento, e medicava le ferite. Emilio la guardava svolgere le sue mansioni – la confidenza che aveva col suo corpo e il peso che sembrava non sentire – quando iniziò il discorso. Prese a parlare lentamente, girando intorno alla questione, poi, finalmente, arrivò al punto che gli interessava. Voleva sapere, semmai ci fosse stato il modo di scoprirlo, se la bambina dai braccialetti colorati fosse stata portata lì il 2 agosto e, in caso affermativo, che cosa fosse successo di lei.
Cercò di descriverla sommariamente, riportò le parole che aveva sentito mentre aveva perso conoscenza, sperando di fornire un indizio che consentisse a Maria di identificarla. Fu in quel momento, mentre raccontava, che gli venne un lampo tra i ricordi. Un dettaglio emerse all’improvviso come un bagliore dietro alle nuvole di un temporale. Tornò con la mente alla stazione … signore, ti si è slacciata la scarpa, poi il richiamo della cugina perché non desse noia… Sonia, non disturbare… Certo, sì! … La cugina l’aveva chiamata per nome… Sonia, ne era certo, si chiamava Sonia.
Fece un sorriso, come se quel dettaglio inaspettato potesse rappresentare una conquista o un motivo di compiacimento, ma subito rientrò.
L’infermiera aveva l’espressione addolorata, quasi contratta. Forse sono stato inopportuno… La vide prendere un fazzoletto per asciugarsi gli occhi e abbassare la testa.
-Mi scusi se l’ho turbata.
-Non è colpa sua. Vede… ho perso anch’io qualcuno quel giorno, il fratello di mio marito. Se riesco a lavorare, da allora, è perché guardo ogni paziente e penso che sia lui.
Emilio comprese, in quel momento, che la tragedia aveva colpito tutti. Non c’era distinzione tra le famiglie dei feriti e quelle dei soccorritori; ciascuna era l’una e l’altra, come i punti alternati dello Yin e dello Yang.
Non ne parlarono più, rimasero congelati in quel sentimento di frantumazione, incapaci di stabilire se il freddo, col tempo, sarebbe passato.
Un giorno, inaspettatamente, lei entrò nella stanza con un biglietto in mano. Glielo passò senza commentare, aspettando che lo leggesse da solo.
Terzo piano, settore H, letto 137
Aggiunse solo una battuta, mentre faceva l’occhiolino: – Però ci andiamo con le stampelle, niente carrozzina.
-Affare fatto.
Finalmente, un sorriso.
Con un po’ di fatica attraversarono il corridoio fino all’ascensore.
La porta era socchiusa; Maria dette un leggero picchiettio per avvisare della loro presenza.
Quello che successe dopo, mentre il sole filtrava dalla finestra più forte che poteva, fu qualcosa di semplice e straordinario: Emilio tornò alla vita.
Sul letto 137 c’erano la ragazzina dei braccialetti, con una gamba fasciata fino all’anca, e una giovane donna seduta a farle compagnia. La sua compagna di stanza, probabilmente, visto che era in pigiama anche lei.
Qualche passo e la riconobbe. Dio, sì… è proprio lei… che meraviglia… la ragazza del treno.
Ci sarebbero un sacco di cose, a questo punto, che si potrebbero dire.
I cuori che battevano all’impazzata, il sole che scaldava da dietro – suo era il messaggio, quel giorno – e le lacrime commosse di Maria.
Un sacco di cose, appunto; tutte quelle che è possibile provare. Ma su certi sentimenti è bene commentare poco, descriverli vorrebbe dire perderne la forza a suon di parole. Sono misteriosi e irraggiungibili, numeri irrazionali che resistono all’azione di misura, attimi in cascata che curvano di qualche grado l’ingiustizia mitigando il dolore. Vanno visti così, come momenti di riconnessione, loro è il potere del risveglio.
Nella stanza 137, quel giorno, tutti rinacquero. Si immersero nella gioia di incontrarsi e ne uscirono con la forza di reagire.
Sofferenti, con la prospettiva di una strada in salita, ma animati da una forza superiore: il bene che li fece tornare.




