17. Troppo tardi
Un venerdì di agosto, mentre andava in ospedale, Norfe Canè vide suo figlio.
Usciva dal portone di un caseggiato signorile, nel quartiere San Vitale.
Fu un’apparizione fulminea, giusto il tempo di avvedersi, l’effimera durata di passare.
Passare vuole dire molte cose. Significa procedere, percorrere e avanzare, ma anche andare oltre e non tornare, entrare per uscire, terminare.
Norfe passò a bordo del suo taxi e, in quell’ istante, rimase lì a guardare.
Colpito da una freccia inaspettata, fu invaso in mezzo al petto da una fiamma e invece di perire, si sentì scaldare.
Carlo aveva con sé due bimbi, un maschio e una femmina vicini di età. Avranno avuto otto o nove anni, non di più.
Il maschio teneva in mano una chitarra, evidentemente suonava.
Sì, aveva visto bene… forse suonava… trattenne quell’immagine più che poté… quanta dolcezza in quelle sagome impresse sulla retina.
La — sol — la
la ricomparsa di una melodia,
l’odore del futuro.
Si girò a guardarli mentre il taxi oltrepassava la scena, poi girò la curva e non li vide più.
Quei bimbi riempirono i suoi pensieri durante la flebo di quel giorno e anche delle volte successive; improvvisamente gli parve di avere uno scopo per svegliarsi la mattina, la prospettiva di aprire la finestra, il gusto di un gelato.
Prese a bazzicare la zona, sperando di incontrarli di nuovo. Passava sotto il palazzo e guardava i campanelli. Tra quella doppia fila di pulsanti c’era il suo cognome, insieme a quello di Ada e a un altro, probabilmente della moglie. A leggerlo sentiva il cuore in gola. Con Carlo non aveva mai provato un tale struggimento; dopo che l’aveva conosciuto, tutto era rimasto com’era. Adesso, invece, aveva l’impressione che l’esistenza di quelle creature fosse miracolosa, salvifica per la sua.
Per molti giorni le finestre restarono chiuse, con l’avvolgibile giù.
Saranno partiti … chissà dove vanno in vacanza, se preferiscono il mare o la montagna.
Si impuntava su certi pensieri, come se avesse il diritto di pensarli e in qualche modo fossero affar suo. Si saranno ricordati la chitarra? La continuità è importante… la musica non concede distrazioni.
Il 28 del mese, finalmente, vide che erano tornati. Guardava in su, quando sentì il portone che si apriva.
Fece un passo indietro, poi un altro – piccolo come poté – per distanziarsi dalla scena.
I due bimbi uscirono insieme a una ragazza alta e bruna, probabilmente la baby-sitter.
Assecondò l’istinto di seguirli, mantenendo le distanze.
Quando entrarono nel giardino in fondo alla strada, si sentì rinfrancare: aveva il fiato corto e zoppicava per la fatica di camminare. Ma la stanchezza, in quel momento, fu un incidente superabile, non più abbastanza per farlo preoccupare.
I bambini corsero a giocare e si accomodò vicino alla ragazza, sicuro che non l’avrebbe notato: era intenta a fare bolle col chewing-gum e teneva lo sguardo fisso sul cellulare.
La osservò con un certo disappunto, aveva scarpe da maschio e le braghe decisamente inappropriate, troppo corte e scucite sul davanti. Anche la maglietta era fuori luogo, con la pancia scoperta. Il tatuaggio di un serpente le ricopriva il braccio e aveva l’anello con un teschio all’anulare.
Il vento della savana,
un suono di tamburi,
un ritmo tribale.
Chissà perché avevano scelto lei… non sembrava in grado di educarli.
Dopo mezz’ora, il bimbo venne a chiedere da bere.
-Vuoi anche il panino? È quasi l’ora di merenda.
Lui tracannò l’acqua e corse via, mentre rispondeva che non aveva tempo.
Lei mise la borraccia nello zaino e riprese la sua attività.
Dopo poco le squillò il telefono.
-Pronto? Ciao Anna, dimmi pure.
Sentiva solo la parte di lei.
-Adesso sono con i figli del dottore ma per il pranzo li riporto a casa… nessun problema, entro prima… di niente, figurati… si fa quel che si può.
Quando riagganciò, Norfe si intromise con un commento, spinto dalla curiosità e dell’abitudine a fare quello che voleva.
-In questo mondo moderno è richiesta molta elasticità.
Lei alzò il viso, solo allora si accorse della sua presenza.
Adesso mi riconosce – pensò lui – cosa faccio se mi chiede qualcosa?
Ma non lo riconobbe; lo guardò, invece, con un po’ di compassione per quello che, in effetti, era: un anziano pallido e malato.
-Eh sì… – aggiunse lei con garbo – bisogna darsi una mano a vicenda. Soprattutto sul lavoro; sennò addio, si vive male e non si arriva a nulla.
-Quanta saggezza in una donna così giovane. Posso chiederle che lavoro fa?
-Sono infermiera.
Infermiera… pensò tra sé … infermiera. Gli vennero in mente le operatrici che si occupavano di lui quando andava in ospedale; non aveva mai pensato che sotto il camice potessero avere un tatuaggio. L’avevano visto svenire, vomitare, perdere i capelli. Abituate al peggio eppur diritte, non incurvate dai corpi in malattia.
-I bimbi sono suoi? – fece finta di non sapere.
Rispose che si occupava di loro durante le vacanze, fino all’inizio della scuola. Il padre era un medico del reparto, una brava persona. Sapeva che voleva andare a vivere col suo ragazzo e le aveva offerto quel lavoretto per mettere via qualche soldo. Anche la madre era gentile, una gran bella famiglia.
Norfe non resisté alla tentazione di entrare nelle loro vite in modo differente. Per carpire senza esporsi, per sapere stando fuori.
-Non hanno nonni?
Lei si strinse nelle spalle, mentre continuava a masticare.
-In reparto dicono che il padre del dottore è un musicista famoso.
-Ah si?
Il pentagramma,
la chiave di violino,
la sinfonia della rivalsa.
-Sì ma è uno stronzo, non li vede mai.
Stronzo, aveva detto stronzo. E lo stronzo era lui.
Sul suo volto, il sorriso si bloccò prima di incurvarsi: cedettero i tiranti e rimase orizzontale.
Articolò qualcosa che non c’entrava niente, buttata lì tanto per buttare.
-Si nasce soli e si muore soli, diceva mia nonna.
Lei non si scompose e si fermò a pensare.
-Appunto – commentò – almeno nel mezzo facciamoci un po’ di compagnia.
Silenzio,
solo silenzio.
Aveva vinto lei, c’era poco da fare.
Col suo buon senso incolto, col tatuaggio e il teschio all’anulare: la baby sitter dalle braghe corte, un suono di tamburi, il battito tribale.
Tu- dum, tu-dum.
il cuore sott’acqua;
la scesa nell’abisso,
iI rombo dell’apnea.





