8. Il tempo della memoria
Il 20 marzo, alle 6 del mattino, Emilio Cortesi uscì dal suo appartamento in via Giorgione per andare a prendere la linea Q diretta all’aeroporto.
Aveva un loden verde, di quelli che usavano quarant’anni prima e che adesso erano tornati di moda, anche se lui non lo sapeva. Era piaciuto a Margherita, l’aveva portata con sé nel negozio sotto casa, dove facevano gli acquisti da quando lei non ragionava più; a vederglielo addosso le si era illuminato lo sguardo e l’aveva comprato, solo per quello.
Si strinse il bavero intorno al collo; nonostante fosse ormai primavera, faceva ancora freddo. Aveva davanti una giornata lunga e avrebbe volentieri evitato di viverla. Doveva andare a Roma con il volo delle 8, poi prendere il treno e arrivare a Ladispoli per l’appuntamento col notaio. Quella concentrazione di eventi, accavallati in poche ore, lo poneva in uno stato d’ansia; l’età lo aveva reso lento e incerto, correre non era più un verbo adatto a lui.
In più, andare a Ladispoli lo metteva a disagio, avrebbe arrestato il tempo pur di non giungere al momento di quella firma che doveva apporre in duplice copia, dopo l’interdizione di Margherita. Vi si recava per la vendita della casa al mare, una dimora piccola e accogliente che avevano comprato tanti anni prima e in cui avevano vissuto la loro felicità.
Si trattava di una felicità diversa dalle altre, ammesso che esista un insieme capace di racchiudere questa categoria di sentimenti; una condizione tutt’altro che gratuita, più simile a una conquista che a uno stato di grazia. Si erano dati appuntamento lì, quarantacinque anni prima, e si erano scambiati la promessa di continuare a vivere; seduti sui massi davanti alla Torre Flavia avevano urlato al mare il loro giuramento di rinascita. Liberarsi della casa, adesso, voleva dire chiudere con quel periodo – la loro stessa esistenza – e separarsi dagli eventi della loro vita insieme.
Da quando Margherita aveva cominciato a perdere la memoria – quindi l’attaccamento alla realtà – Emilio si interrogava sul significato della loro storia. Tutto stava scomparendo; di lì a poco, i macigni dei loro avvenimenti si sarebbero sgretolati per diventare sabbia, come quella del mare. Chissà se i granelli delle spiagge erano l’evoluzione dei macigni altrui. Milioni e milioni di vicende dotate di corpi, oggetti e sentimenti che avevano preso vita in un preciso intervallo di tempo e poi si erano disfatte, come si disfano tutte le cose.
I primi sintomi erano comparsi quattro anni prima, con qualche dimenticanza qua e là. I nomi che non arrivavano al momento giusto, le strade di sempre che scomparivano dalle mappe della mente, il tempo allungato per fare le cose. Emilio ricordava con pena la volta in cui l’aveva vista piangere perché non ricordava la ricetta del ragù, aveva avvertito che dentro di lei qualcosa si stava inceppando e non aveva la minima possibilità di intervenire.
L’ho sempre fatto… la sentiva ripetere… è scomparso, non lo vedo più.
Poi i segnali erano aumentati, lentamente aveva cominciato a perdere consapevolezza di quello che succedeva intorno; la sua mente, un tempo straordinariamente recettiva, si mostrava incapace di decodificare la realtà. Da quasi mezzo secolo erano abituati a commentare ogni cosa: i libri, gli articoli dei giornali, gli argomenti dei politici in tv; giorno dopo giorno quei discorsi avevano preso a scomparire, avvolti in una nube di incertezza.
Insieme alla memoria di Margherita, Emilio aveva smarrito lo specchio dei suoi pensieri ed era entrato in uno stato di solitudine. Rimuginava sui motivi del suo languore, rimasticava l’eco del silenzio tra le pareti della cucina; guardava il suo sguardo inespressivo e si chiedeva dove fosse finita la loro storia.
Margherita era assente, la sua mente era vuota. Le emozioni che custodiva non producevano su di lei alcun effetto, rimanevano a penzoloni nel vuoto. Forse è proprio quello il momento in cui si comincia a invecchiare, quando si smette di sentire la risposta. Delle cose, delle persone, del percorso che si sta compiendo. Ci si deteriora perché si chiudono i canali che portano nutrimento e si diventa aridi.
Emilio si sentiva così, denutrito e invecchiato. Non aveva interesse ad andare diritto e nemmeno a svoltare; l’isolamento aveva corroso i bordi delle strade passate privandole della loro vitalità.
Non era stata una condizione imposta dagli anni, piuttosto un prosciugamento dell’animo, la rinuncia alla vita per assenza di condivisione: la perdita di memoria di lei aveva tolto a lui il valore dei ricordi.
Che senso aveva, del resto, custodire gli eventi, i discorsi, gli odori che avevano sentito insieme, se adesso esistevano solo a metà? Tutto ciò che lui aveva dentro sembrava inutile, svilito dal fatto che in lei non c’era più. Le promesse che si erano scambiati avevano perso la parete di rimando; conservarli da solo era sterile e mortificante, la negazione stessa dell’idea di domani.
Eppure, la prima parte della loro vita insieme era stata dedicata proprio a quello, il loro diritto al futuro. Non era stato facile, avevano dovuto lottare e resistere al desiderio di chiudersi, ciascuno in sé stesso, tra i contorni di una sopravvivenza sfilacciata.
La loro giovinezza era finita da giovani, il giorno in cui si erano conosciuti.
Era l’estate del 1980 e Mennea aveva appena vinto l’oro alle olimpiadi di Mosca, in 20 secondi e 19 centesimi aveva lasciato il suo nome su 200 metri di pista fiammante smentendo l’opinione, ancora diffusa, di chi ritiene che 20 secondi siano oggettivamente pochi per fare alcunché.
La Fiat era in subbuglio per la cassa integrazione e, solo qualche giorno prima, un aereo era precipitato nel Tirreno dopo aver perso il controllo sui cieli di Ustica. Le notizie arrivavano nelle case trasmesse dal televisore; quello in cucina, più usato, era quasi sempre in bianco e nero e catturava lo sguardo delle famiglie durante la cena, regolato da un telecomando umano che di solito prendeva corpo nel dito del figlio minore.
Il 2 agosto, gran parte degli italiani era occupata nelle operazioni di partenza per le ferie estive e Bologna, come punto di snodo, era brulicante di gente che saliva e scendeva dai treni.
La stazione era piena di braccia che sollevavano valigie, figli trascinati da mani frettolose e fagotti per il pranzo da fare chissà dove, seduti qua e là lungo il percorso. Le voci riempivano gli ambienti in modo uniforme; come animali migratori, migliaia di persone si spostavano tra i reciproci accenti e tiravano diritto per la propria strada, guidati da un orientamento tipicamente stagionale. Nonostante la folla, nessuno si lamentava e l’Italia, a passi lesti, si muoveva verso i luoghi del riposo.
-Dovrebbero inventare le valigie su ruote – provò a dire un ragazzino che a fatica trascinava un bagaglio imbottito oltre le sue capacità.
-Muvet, a sgaròm al tren! – tagliò corto la madre.
-Stà zitt e camina – ribadì il nonno.
Il ragazzino, azzittito, continuò a trascinare.
Emilio arrivò alla stazione alle 10:10, stranamente in anticipo. Forse per via del caldo, quella notte non aveva dormito e smaniava per togliersi di lì.
Era un giovane giornalista e andava al Festival di Locarno per recensire i film in concorso. Ufficialmente in ferie, aveva accettato quell’incarico per arrotondare uno stipendio non troppo corposo. Aveva bisogno di farsi conoscere ed era disposto a spostarsi per poche lire pur di lasciare la propria firma sulla rubrica di Cultura. Sarebbe arrivato in tempo per vedere il film di un regista emergente – Maledetti vi amerò – sull’Italia postsessantottina. Non male… il tema gli piaceva e viaggiare non era poi questo gran disagio, tutto sommato andava volentieri.
Camminava verso il cartellone dei binari, quando sentì un suggerimento intromettersi dal basso.
-Signore, hai una scarpa slacciata.
-Sonia, non disturbare – intervenne una voce poco più su.
-Ma altrimenti inciampa!
Si fermò e dette un’occhiata generale. Davanti a lui, in ordine di altezza, c’erano
una ragazza, una bimba e un laccio a penzoloni.
-Grazie – disse mentre ottemperava all’azione – lo dice sempre anche mia mamma: lacci allacciati, piedi arrivati.
La bimba sorrise orgogliosa.
-Io e mia cugina abbiamo perso il treno. – La ragazza, di nuovo, la strattonò.
-Succede…poi però ne arriva un altro.
-Infatti, è quello che aspettiamo.
La bambina riprese a giocare con i cerchi che portava intorno al polso, un braccialetto di molti colori in cui la plastica di quegli anni dava il meglio di sé.
-Buon viaggio allora – concluse lui.
-Ciao Signore, buon viaggio anche a te!
Emilio si avviò al tabellone e alle 10:14 salì sul treno Ancona – Chiasso, da poco arrivato al primo binario. Trovò posto in uno scompartimento insieme a una famiglia di quattro persone e a una ragazza riccioluta che masticava Brooklyn alla liquirizia. Con la sua presenza, il salottino risultava completo; entrò e si posizionò accanto alla porta. Mediante una serie di movimenti contenuti, nella ristrettezza dello spazio, appoggiò il borsone di cuoio sul porta bagagli, poi infilò la mano nella tracolla per sincerarsi di aver preso il blocco degli appunti. C’era, grazie al cielo… poteva rilassarsi in attesa della partenza.
Fece appena in tempo ad appoggiare la testa allo schienale quando sentì il bambino più piccolo dire alla mamma:
-Ho sete, mamma. Ho sete!
Noooo – pensò tra sé – … la borraccia! Era troppo caldo per partire senza.
Guardò l’orologio e si alzò di corsa: erano le 10:17 e aveva una decina di minuti per correre alla fontanella dentro alla stazione. Con la coda dell’occhio vide la ragazza delle Brooklyn alzarsi e fare le stesse identiche mosse: uno sguardo repentino all’orologio e lo scatto verso l’uscita; evidentemente, anche lei si era scordata di prendere l’acqua per il viaggio.
-Torno subito – la sentì dire.
Pur nella fretta, fece in tempo a notare che era stata più educata di lui.
L’intera famiglia inclinò le gambe per farla passare, due a sinistra e i due di fronte a destra, in perfetta simmetria. Nel corridoio del vagone, Emilio urtò contro un uomo che teneva in mano una cinepresa amatoriale, una Super 8 di nuova generazione con cui riprendeva la stazione dal treno.
-Seien Sie vorsichtig!
–Scusi, scusi…
In un attimo si trovarono entrambi fuori dal treno, in direzione della fontanella; l’orologio della stazione segnava le 10:21.
Si fecero largo tra le persone, le stesse che poco prima avevano superato per salire sul treno. Di nuovo sudore, valigie, bimbi tirati da mani.
Permesso… permesso…
Arrivarono insieme. Ebbe il garbo di farla passare avanti, forse per restituire la gentilezza che lei aveva manifestato nello scompartimento oppure semplicemente perché era una bella tipa e non gli era sfuggito.
-Abbiamo poco tempo – disse lei mentre avvicinava la borraccia allo zampillo.
-Già, ma dopo recuperiamo.
Erano le 10:24.
Appena finito, lei si spostò per avvitare il tappo e lui subentrò al suo posto. Tutto, fino a quel momento, appariva normale: un’ordinaria giornata di partenza con oggetti e persone che chiunque avrebbe potuto immaginare di trovare alla stazione.
Quando l’orologio batté le 10:25, lo scenario cambiò. All’improvviso, il rumore di uno schianto riempì lo spazio portando con sé l’annuncio della devastazione. Migliaia di persone affaccendate in pratiche comuni persero nello stesso istante i punti cardinali di Bologna e si trovarono in un luogo privo di riferimenti.
I corpi, prima delle coscienze, reagirono con i mezzi di un’allerta incontrollata. I respiri accelerarono, le pupille si dilatarono e i palpiti aumentarono; le menti, senza i mezzi per capire, sembrarono sequestrate dall’emotività.
Per qualche attimo, nell’aria, fu solo boato: la fauce di un mostro che si apriva a dismisura e ingoiava ogni cosa. I minuti collassarono sui secondi in un precipizio all’indietro, l’esplosione compresse l’atto di scorrere fino a farlo cessare. Quando il tempo tornò, fu riempito dalla paura. Che cosa è successo?
Sangue, grida, corpi sotto le macerie.
La sala d’attesa della seconda classe… presto, correte… il treno è stato colpito dall’esplosione.
Emilio era a terra, ferito dal crollo della pensilina, appoggiato di fianco tra cumuli di macerie. Gli sembrò di svegliarsi all’improvviso…da quanto si trovava lì? Forse aveva perso conoscenza, non lo sapeva.
In lontananza sentì arrivare i soccorsi, il suono delle sirene e una mano che lo schiaffeggiava con dolcezza mentre la voce di un uomo gli parlava.
-Mi senti? – Mi senti?
Sì, ti sento… Non riesco a rispondere.
A fatica sollevò le palpebre e cominciò a guardarsi intorno.
Lentamente mise a fuoco la scena. Travi, scarpe, pezzi di solaio.
Davanti a lui, in lontananza, c’era il treno Ancona – Chiasso; il suo vagone era uno scheletro di ferro mutilato, l’avanzo deforme di una sciagura.
Rivide i momenti in cui era salito, il borsone sistemato nel portabagagli, le gambe inclinate per farlo scendere.
La ragazza col chewing-gum e la famiglia… oddio, la famiglia.
La testa andò giù insieme allo stomaco.
Ebbe l’impressione di svenire, di staccarsi da quel rumore e di innalzarsi. Fu pervaso da una strana sensazione di dolcezza, la tentazione di cedere all’abbandono sapendo che l’avrebbe portato via.
Vado… lasciatemi andare.
Poi una voce, nella memoria: Signore, hai la scarpa slacciata.
La bimba dei braccialetti. Era con sua cugina. Dove sono? Dio mio, dove sono?
Vide un’ultima immagine, prima di chiudere gli occhi. Il turista che aveva urtato sul treno stava riprendendo la scena dal finestrino con la sua Super otto.
Chissà che riprende … vado… è buio…
Non riesco a parlare.



