10. La scia della cometa

La sera in cui suo padre morì, l’otto febbraio del 1986, Norfe Canè non tornò in albergo.

Avrebbe pensato di non trascorrere in quella casa nemmeno una notte, visti i ricordi della sua infanzia, invece decise di rimanere. 

Aspettò di essere solo, dopo che i pochi parenti e qualche vicino se ne furono andati, poi prese una sedia e si mise accanto alla salma. Suo padre era lì, zitto come era sempre stato, con la stessa espressione vuota. In un attimo si era portato via ogni cosa, gli sguardi che avrebbe potuto dare e le parole che, fino alla fine, avrebbe potuto lasciar uscire. L’ universo delle possibilità era sfumato con l’ultimo respiro, risucchiato da un afflato di calore. Quelle azioni, adesso, non avevano più un luogo in cui poter prendere vita, toccava accettare che fossero svanite. 

Gli venne in mente la tromba, che parlava con i soffi. La morte, a ben vedere, era un soffio al contrario, chissà se qualcosa era risuonato dentro

La stanza era fredda come la ricordava, fuori era buio. Negli anni l’arredamento era cambiato insieme al colore dei pavimenti – adesso di marmo venato – ma per lui rimaneva un ambiente ostile. Che quadri insulsi… regalati da chissà chi e appesi giusto per riempire le pareti. Vi riconobbe l’abitudine della sua famiglia a tenere ogni cosa, messa lì solo perché entrava in quello spazio, secondo il gusto di nessuno. Come se uno scenario fosse equivalente all’altro, come se una crosta migliorasse la ferita. 

Sul cassettone c’era una cornice d’argento con la foto di sua madre. Aveva un vestito a fiori con una fantasia che rimandava agli anni 70. Anche il taglio dei capelli era di quel periodo, con le onde dei bigodini intorno al viso. Sorrideva, forse per lo scatto. Se la immaginò subito dopo, col sorriso che si affossava sotto il peso dell’abitudine. Chissà se erano mai stati felici… magari per qualche momento, in un giorno di sole. Accanto alla cornice c’era una Bibbia, probabilmente mai aperta. I suoi leggevano a fatica, la tenevano lì come monito o solo per conforto. A ben vedere avevano ragione, non era detto che fosse necessario sfogliarla. Certe cose arrivano con la loro presenza, senza che si debba fare nulla: un grattacielo che impone la sua bruttezza intorno al centro storico di una città, la musica che si propaga e consola la vista.

Guardò il volto irrigidito di suo padre, sembrava che da un momento all’altro potesse riprendere a respirare. La morte trasforma ogni cosa. Il cadavere è il raccordo tra le cose animate e quelle inanimate, in una manciata di secondi abbraccia entrambe le realtà… Si fermò sulla parola cadavere … Quello, adesso, non era più suo padre, era materia che di lì a poco non sarebbe stata più. 

Proprio con quel corpo morto, piano piano, cominciò a parlare. Qualche frase così, lasciata uscire in ordine sparso, come veniva.

Questa casa mi opprime, la venderò.

Silenzio.

Ero molto arrabbiato, non volevo neanche venire. 

La notte, intorno, era scura; la stanza un contenitore sottovuoto. In quell’ambiente rarefatto, gli parve per la prima volta che suo padre potesse sentirlo. 

Ricordi quando ti dissi che mi avevano preso al Comunale?  Se esci non rientri, commentasti. Avevi ragione…Non sono rientrato. 

Ancora silenzio.

Il primo concerto l’ho fatto pieno di rancore, fui notato per la mia impetuosità: Il trombettista che doma la tromba, scrissero i giornali. Forse devo ringraziarti, senza quella rabbia non sarei arrivato al successo.

Norfe partì proprio da lì, dal momento del distacco, e raccontò tutto quello che era successo dopo. Parola dopo parola, mise insieme gli anni in cui era stato lontano. La solitudine, i pensieri per la mamma e la colpa di non averla chiamata abbastanza; si soffermò su quando, in tournée, aveva saputo della sua morte, che pessimo figlio… non l’ho nemmeno salutata. Anche lei, negli anni, si era rifugiata nel silenzio, aveva imparato a non avere aspettative. Qualcosa però avrà pensato… qualcosa pensano tutti. Una volta, da ragazzino, l’aveva vista chiacchierare con un uomo in un quartiere del centro. Aveva un’espressione diversa, più rilassata. Indossava un foulard rosso e anche un po’ di rossetto. Non sapeva che ne possedesse uno, i rossetti sono cose da donne, non da madri. Quando tornò, la sera, le chiese chi fosse quell’uomo ma lei non rispose. Non ne parlarono mai più. 

I primi anni, lontano da casa, erano stati una liberazione. Poi, lentamente, aveva capito che da certe cose non ci si libera. Aveva concentrato la sua attenzione sulla musica ed era diventato direttore d’orchestra, omaggiato ovunque per la sua bravura. Tuttavia, qualcosa aveva continuato a scavare. A lungo non aveva trovato pace finché, un giorno, si era scoperto rassegnato a non trovarne.  Adesso era lì, a stretto contatto con la risoluzione eterna e si chiedeva se potesse bastare.

Le ore passavano, la notte entrò nel vivo della sua natura. Nel fitto di quel nero, gli parve che le cose acquistassero una loro dignità. Il risentimento che ricordava di avere stava cambiando forma, trasformato dalle sue stesse parole. 

Non era la quiete del perdono, no. Piuttosto l’acquisizione di un modello che era rimasto senza l’ossatura e a cui lui, adesso, prestava la sua. Alla fine, tutto sembrò accettabile, se non addirittura esemplare.

Hai fatto bene… arrivò a dire. La consolazione è per i deboli e non serve a granché. Se sono quello che sono, è perché mi hai reso forte.

Fu in quel preciso momento che ricevette la sua eredità.

Senza accorgersene, accavallò le gambe col gesto di suo padre. Poi si alzò verso la finestra, con la sua stessa andatura. La aprì, come faceva lui prima di coricarsi, e respirò a pieni polmoni.

Quella notte, la cometa di Halley raggiungeva il perielio. Di quel bagliore che stava passando sul mondo, Norfe si accodò alla scia. 

Da quell’istante non soffrì più, il dolore era diventato parte della sua persona. 

Rimase in quella casa anche nei giorni che seguirono, dopo il funerale. 

Ad aprile sarebbe partito per la tournée in Cina – la più grande che avesse mai fatto – e decise, fino ad allora, di gestire i suoi impegni a distanza. Andava a Roma per le prove e tornava nell’appartamento della sua famiglia, dove era stato profondamente infelice.

Con rispetto, mangiava nei piatti con lo smalto graffiato – quelli che avrebbe pensato di buttare – riponeva gli asciugamani nell’armadio con la stessa piegatura di sua madre e la sera, con la luce abbassata, si sedeva sulla poltrona di vimini per guardare la tv. Aveva il cuscino consumato e l’intelaiatura scortecciata, era giusto così. 

Una mattina, poco dopo aver fatto colazione, suonò il campanello.

Si diresse alla porta pensando che fosse il postino o qualche venditore occasionale, pronto a sbrigarsi con poche parole. 

Invece, dopo aver dato il tiro per aprire il portone, sentì dei passi salire al suo piano.

In pochi secondi si trovò davanti un ragazzone alto e riccioluto, scuro di capelli e con qualche lentiggine in viso. Indossava un giubbotto verde come andava tra i giovani di quel periodo, con la fodera arancione.

Quando arrivò vicino, vide che tremava leggermente. Forse conosceva la sua fama… Per essere un ammiratore era decisamente giovane ma chissà…magari voleva fare il musicista. Del resto, anche lui aveva iniziato presto. Come faceva a sapere che fosse lì? Quella non era la sua abitazione; da tempo viveva a Roma, non era solito fermarsi a Bologna. 

Si guardarono con l’aria interrogativa, ciascuno aspettando che l’altro iniziasse a parlare. 

Alla fine, sbloccò la situazione. 

-Cosa desidera?

-Sto cercando il signor Norfe Canè, ho questo indirizzo e null’altro per poterlo trovare.

-Come mai lo cerca?

-È una questione riservata, vorrei parlarne direttamente con lui.

Fu indeciso sul da farsi, se liquidare quel ragazzo o ascoltare che cosa avesse da dirgli. Optò per la seconda possibilità, pronto a cambiare idea se la vicenda fosse diventata noiosa. 

-Entri, ho giusto qualche minuto. 

Il giovane si fermò e lo guardò di nuovo. Nei suoi occhi si mescolarono curiosità e timore. 

Si accomodarono nel salottino per gli ospiti, una piccola stanza rimasta chiusa da quando sua madre non c’era più che adesso odorava di stantio. 

Meglio… così se ne va prima… Indicò una sedia senza aprire la finestra.

Quando si furono accomodati, il ragazzo mise una mano in tasca ed estrasse una foto. La pose sul tavolo in silenzio, lasciando che la guardasse.

Vi era ritratta una ragazza con un bambino piccolo, di cinque o sei mesi, non di più. Sorrideva e lo abbracciava, sembrava felice.

-Ada… – sussurrò.

In un attimo risalì il tempo, fino ai giorni della gioventù. Sentì addosso la spensieratezza, il calore degli abbracci, il profumo di lei. L’aveva pensata, di tanto in tanto, senza cedere al proposito di chiamarla. Da quando il loro rapporto era finito, all’inizio della carriera, la sua vita si era trasformata in una porta girevole e non aveva mai provato a tornare indietro. Nemmeno per un saluto, nemmeno per la tenerezza di quel che c’era stato. Aveva proceduto nella stessa direzione con fermezza, spesso rinunciando a ricordare.

-Come sta? – La voce tradì un po’ di commozione.

Il ragazzo si strinse nelle spalle e abbassò lo sguardo.

-È venuta a mancare sabato. 

Che coincidenza…come suo padre.

Qualcosa, dentro di lui, si chiuse. Fino a quel momento avrebbe potuto cambiare idea, trovare la determinazione per voltarsi e cercarla, parlare con lei dopo tanto silenzio. Ada era la traccia del suo passato, il simbolo di quel che sarebbe potuto diventare quando era ancora innocente, l’unica memoria della sua purezza. Quell’entusiasmo era finito nel momento in cui l’aveva tradita, barattando il suo amore col successo che sarebbe arrivato. Ricordava la sensazione che aveva provato quel giorno, al Comunale, per arrivare a Venturi. L’espressione di lei, lo sconcerto della caduta inaspettata. Si era sentito avvampare, marchiato a fuoco dalla sua stessa viltà; come Adamo, aveva provato l’istinto di nascondersi e scappare dal paradiso sotto il peso della vergogna. Ma il desiderio di farcela era stato più forte della decenza e l’amore era passato in secondo piano, scivolando nella profondità dell’abisso.

Adesso Ada non c’era più e la macchia dell’ignominia era diventata eterna. 

Ogni possibilità era svanita, inglobata dalla morte, proprio come era successo con le parole di suo padre. L’uomo che sarebbe potuto diventare era scomparso; la via del ritorno era franata, chiusa come le sue arterie, con i sentimenti in cancrena. 

Il rigagnolo delle scelte, già misero e stretto, si era improvvisamente seccato.

A poco più di quarant’anni, si sentì vecchio. Con la faccia piena di rughe e nulla ancora da decidere … ormai è andata così.

Pensò a tutte queste cose mentre il ragazzo lo guardava, osservandolo con interesse.

Perché lo scrutava in quel modo? Continuava a trepidare, sembrava che aspettasse qualcosa. Una reazione, forse, o una parola di condoglianze. Guardò ancora l’immagine.

-Sei tu questo bimbo? 

-Sì, sono io.

Sei tu. Questo bimbo sei tu… Di quando era la foto? Ada sembrava una ragazzina, probabilmente lo era. La girò per vedere se vi fosse riportata la data. Ottobre 1966.

Un attimo. Questo bimbo sei tu. E io ero appena arrivato a Roma. Possibile che fosse figlio suo? Ada glielo avrebbe tenuto nascosto per rabbia o per orgoglio… davvero era possibile? 

Sì, era possibile.

Rimase ammutolito, svuotato delle parole di risposta. E se invece fosse stato un truffatoreQualcuno che puntava solo ai soldi, informato delle sue possibilitàNon poteva escluderlo.

-Come mai ti presenti solo adesso?

-Non ho mai saputo chi fosse mio padre. Mia madre me l’ha detto prima di morire, credo per non lasciarmi solo. 

Già… Ada era figlia unica, il ragazzo non aveva zii né cugini di primo grado.

-Era risentita?

-Forse, un po’. Diceva che certe cose non si scelgono, che la vita ha più fantasia di noi. Ma era serena, anche durante la malattia. Non mi ha mai fatto mancare nulla.

Mentre disse queste parole si asciugò una lacrima dissimulando l’azione con un leggero movimento del volto, il dolore era fresco ma non voleva suscitare pietà.

Norfe ravvide, in quel gesto, l’integrità di lei. Nonostante fossero passati tanti anni, gli sembrò di conoscerla ancora nel profondo. Era una persona per bene, non come lui; non avrebbe mentito. Glielo doveva riconoscere, per l’amore che gli aveva dato e per la fermezza con cui l’aveva lasciato andare, senza cercarlo più.

Quello che aveva davanti era suo figlio. Basta.

Senza accennare ai dubbi che gli erano passati per la testa, Cané disse che si sarebbe occupato di lui e che avrebbe provveduto alle sue necessità.

Non ci fu un abbraccio né alcun’altra manifestazione di affetto, giusto una stretta di mano al momento di salutarsi, quando erano sulla porta. 

-Mi chiamo Carlo – aggiunse il ragazzo prima di andare via.

-È vero, non te l’ho chiesto. 

-Non importa.

Nei giorni a seguire, Norfe si recò all’Ufficio di Stato Civile e rese una dichiarazione di riconoscimento del figlio. Dopo che la pratica fu completata con l’assenso di lui, provvide ad accreditargli un fisso mensile e non mancò mai di fargli arrivare l’assegno. In quel periodo, nonostante ci fosse un canale aperto e uno scorrimento cadenzato di denaro, non si videro e non si sentirono; ogni mese quel gesto arrivava con puntualità senza alcun pensiero di accompagnamento.

Solo una volta Carlo provò a cercarlo. Era il 29 aprile – poco dopo il loro primo incontro – quando giunse in Italia la notizia di un incidente nucleare avvenuto nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, nella centrale di Černobyl.

Il reattore n.4 era esploso durante un test sulla sicurezza, un disco di acciaio e cemento di mille tonnellate era saltato a causa dell’altissima pressione prodotta dal vapore surriscaldato lasciando uscire una quantità spropositata di materiale radioattivo; di lì a pochi giorni, una nube tossica sarebbe arrivata anche in Italia. Dopo un primo momento di disorientante silenzio, nel Paese scattò lo stato d’allarme. Furono riscontrati alti livelli di radioattività nelle piogge, nel latte e negli ortaggi, la questione divenne dominante nella stampa e tra i politici in tv. Il Governo e il Dipartimento di Protezione Civile misero in atto dei provvedimenti per salvaguardare la salute dei cittadini, il divieto di assumere i cibi a rischio di contaminazione e il controllo dei foraggi per il bestiame d’allevamento. Per la prima volta, il mondo intero si trovò a gestire gli effetti di un disastro che arrivava con l’aria, invisibile e subdolo, impossibile da fermare.

Carlo, già maggiorenne, viveva da solo e fu colto dal disagio dello spavento. Quella situazione imprevista fece leva sulla vulnerabilità del momento e scatenò in lui un grande sentimento di solitudine. Non sapeva a chi rivolgersi, privo com’era di riferimenti adulti. La novità di quella tragedia – universale – acuì la percezione della sua tragedia personale, la recente perdita della madre. Preso dalla paura e dal senso di vuoto, si fece coraggio e cercò di contattare il padre. Lo chiamò nell’appartamento a Roma ma Norfe era via per lavoro e non ebbe risposta. Lasciò un messaggio in segreteria ma non fu mai richiamato. Sopravvisse, come si sopravvive all’assenza e alla paura, diventando chiuso e ombroso. Non lo cercò mai più, con i soldi che riceveva si iscrisse alla Facoltà di Medicina e divenne Psichiatra.

Una volta ultimati gli studi, comunicò con un telegramma che non aveva più bisogno di essere aiutato e smise di ritirare il denaro. Cané comprese che aveva assolto i suoi impegni e che aveva completato il suo compito di padre. 

Continuò a occuparsi solo della musica e per molto tempo non ci pensò, quasi come se un figlio non l’avesse mai avuto.

Verso i sessant’anni, inaspettatamente, la situazione prese un’altra piega.

Senza ravvisarne il motivo, cominciò a sentire il bisogno di incontrarlo. Immaginava di vederlo tra il pubblico ai concerti, si chiedeva come fosse diventato e vagheggiava nell’idea di passare del tempo con lui. Si trovava, incantato, a osservare qualche giovane per la strada, ne guardava i gesti – diversi da quelli della sua generazione – e si chiedeva come sarebbe stato averlo in casa. Suo figlio adesso era un uomo, lo sapeva, ma nella sua testa aveva ancora le fattezze di quando l’aveva conosciuto. Di lui aveva perso tutto, il prima e il dopo di quella faccia da ventenne con cui l’aveva visto tanti anni prima e con la faccia da ventenne adesso lo rammentava.

Provò a cercarlo, disposto a lesinare – questa volta lui – un po’ di considerazione.

A parti invertite, si negarono ancora. 

Quando seppe che Norfe Cané l’aveva cercato, una mattina del nuovo millennio, Carlo rimase interdetto. Glielo disse sua moglie, mentre si preparava per uscire. Anni addietro avrebbe esultato per una notizia come quella, adesso gli sembrò inutile, quasi inopportuna. Il boccone, in un modo o nell’altro, era stato ingoiato e il tempo era andato via: non c’era più spazio per loro. 

Si infilò la giacca e prese le chiavi.

-A stasera – salutò senza commentare.

Uscendo ebbe un unico pensiero. Di stupore, forse; forse semplicemente di conferma. Aveva ragione sua madre: la vita ha più fantasia di noi

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