11. Il tiro a sorte della fatalità

Dopo lo scoppio della bomba, la stazione di Bologna aveva cambiato scenario. L’ala ovest non c’era più, la sala d’aspetto era devastata e il piazzale antistante si presentava come un enorme cumulo di macerie. Nell’aria c’era l’odore acre del cemento sbriciolato e dell’esplosivo; nel silenzio della rovina, si percepivano i passi scricchiolanti dei primi soccorritori.

Agide – trentun anni e un lavoro da autista sull’autobus di linea – era rientrato quel giorno dalle ferie, aveva fatto il primo turno all’alba e si apprestava ad entrare nel secondo dopo un’ora passata al sindacato. A passo lento camminava verso la ferrovia lungo le ore di quella mattina torrida, tipica di Bologna nel mese di agosto. In piazza dell’Unità, un rumore spaventoso aveva immobilizzato lui e gli altri passanti con la forza sovrannaturale di un pericolo sconosciuto; un fragore secco aveva squarciato l’aria bloccando, in un attimo, i pensieri di tutti. Erano ripartiti poco dopo, privi di spiegazioni. Quando arrivò sul ponte di Galliera, con lo snodo dei binari sotto ai piedi e lo slargo della stazione innanzi agli occhi, si aprì davanti a lui il paesaggio dell’inferno. 

Un enorme nuvola di fumo riempiva la zona e annebbiava la vista dello sfondo; a stento si percepiva che quel che ci sarebbe dovuto essere, incredibilmente, non c’era più. Con la stessa durezza con cui poco prima si era imposto il boato, adesso comandava il silenzio: ogni suono sembrava essere stato fagocitato dallo schianto insieme alla vita.

Rimase qualche minuto immobile, sbigottito da quella visione, finché la scena riprese a parlare.

Una alla volta, le persone cominciarono a uscire dalla nube. Componevano un moto disordinato, come particelle sospese in un fluido senza gravità. Quasi tutte scappavano spaventate, d’istinto si allontanavano dal terrore. Qualcuno cercava riparo negli autobus – il tetto… il tetto è scomparso… – altri raggiungevano le protezioni che potevano, lontano dallo scoppio. Poi assistette a un fenomeno particolare, uno di quegli eventi che a raccontarli fanno tremare la voce. Le stesse persone, in ordine sparso, cominciarono a tornare. Contro le leggi della fisica, contro la spinta della paura. Si misero a scavare, a spostare gli ingombri, a cercare qualcosa che potesse servire. In un via vai di sirene, la gente prese ad aiutare i soccorsi senza distinzione di doveri. Sembravano guidati da un coordinamento superiore, un invisibile sistema di direttive che ciascuno sentiva con sensi diversi e gli diceva che fare. 

In quel momento, Bologna era un unico corpo ferito; il braccio di una leva che si sollevava col peso di tutti per rispondere al male.

Questo fu ciò che Agide vide dal ponte di Galliera, la realtà in cui decise di entrare.

Si avvicinò, come era nel suo carattere e nella civiltà di quel periodo, per capire come rendersi utile. Vide l’autobus 37 fermo nel piazzale, accanto a una distesa di corpi senza vita. Venivano adagiati nello slargo per continuare a cercare, posizionati uno accanto all’altro in attesa di sapere che fare. Erano uomini e donne che poco prima avevano battiti e pensieri e che adesso, incredibilmente, non avevano più nulla. Nessun pranzo da consumare chissà dove, nessun treno da prendere, nessun orario da rispettare. Accomunati dal fatto di giacere immobili, senza alcuna prospettiva, uccisi dalla circostanza di trovarsi lì.

Agide si guardò intorno. Vicino a lui c’erano un vigile del fuoco e un collega di lavoro. Bastò un’occhiata: dovevano portare i corpi all’obitorio per lasciare le ambulanze ai feriti. Così cominciarono i viaggi; uno, due, tre… fino a perdere il conto. L’autobus tornava e ripartiva, col suo carico di vite ammezzate.

Nessuno venne accalcato, nessuno spostato per spostare. Eppure, erano morti, non sentivano più. Ma in quei modi, nella cura dell’involucro che li aveva custoditi, c’era il rispetto per quel che erano stati: le loro famiglie, le cose a cui tenevano, l’ingiustizia che li aveva ammazzati.

I gesti. 

A volte. 

Dicono più delle parole.

I gesti.

Si fanno per resistere, per onorare, per stringersi l’uno all’altro e per non precipitare. 

A volte.

Quando la mente è nuda.

Rivelano l’umanità.

Emilio Cortesi, senza averne consapevolezza, rischiò di prendere quella corsa. Doveva andare a Locarno con il treno al primo binario – quello coinvolto nell’esplosione – ma era sceso per riempire la borraccia e il destino l’aveva trovato fuori posto. Invece di essere morto, giaceva tra le macerie con la testa annebbiata e una gamba ferita. Il suo sangue, intorno, tingeva di rosso la polvere dei detriti. 

-Mi senti? … Mi senti? – diceva una voce in lontananza.

Ti sento, ma non riesco a rispondere.

Percepì un laccio all’altezza del femore ed ebbe la sensazione di essere spostato, come se tutto succedesse su un corpo non suo. Il telo ruvido della barella e poi via, di corsa verso l’ambulanza. 

Quando passò davanti all’autobus 37, per una strana coincidenza della sorte, aprì di nuovo gli occhi.

Vedeva tutto confuso, sembrava un sogno poco digerito. Davanti a lui, in mezzo a un cumulo di persone, un giovane uomo si adoperava a caricare i cadaveri sul pullman. Aveva più o meno la sua età… stesso taglio di capelli, stesso fisico asciutto. Gli sembrò che portasse una divisa, forse era l’autista.

Erano simili, affini come i ragazzi di una generazione, chiamati alla speranza negli anni del terrore.  La vita, quel giorno, gli aveva dato ruoli differenti ma era solo una casualità. Non c’erano motivi per cui uno fosse steso e l’altro in piedi, un tiro a sorte della fatalità.

I loro sguardi, incredibilmente, si incrociarono e – pur nella brevità dell’attimo – si dissero un sacco di cose.

Agide sperò che Emilio non mollasse, lo supplicò di non lasciarsi andare. Troppi corpi erano a terra nel piazzale … resisti per loro e fallo anche per me.

Emilio, farneticando, sentì di ringraziare. Se vivo andremo al cinema e a ballare. Farò del bene anch’io per qualcun altro. E sempre penserò di farlo a te. 

Dieci minuti dopo, la porta rapida dell’ospedale Maggiore si apriva per far passare l’ambulanza: le condizioni erano disperate ma il cuore di Emilio batteva ancora.

Potrebbero interessarti anche...