5. Il posto del prima
Da alcuni mesi, Norfe Cané viveva uno strano disagio, un malessere diffuso che negli ultimi anni aveva immaginato in molti modi e che adesso si mostrava quasi interamente, tra le fessure dei suoi più intimi pensieri.
La data dell’ultimo concerto era fissata per il 20 marzo e non poteva fare altro che vederla avvicinare.
“L’orchestra sinfonica di Roma celebra il grande Maestro”, così riportavano i cartelloni pubblicitari affissi nel centro di Bologna, la sua città natale; ma lui, che era il grande Maestro, proprio non voleva essere salutato. Non era per la malinconia della conclusione e nemmeno per la pena dell’addio, come sarebbe stato facile pensare, piuttosto per una forma di timore che Cané aveva costruito nel tempo, un silenzio alla volta dall’inizio alla fine.
Era arrivato il momento di ascoltare la voce muta di chi era stato sacrificato sull’altare di quel successo e che adesso, improvvisamente, aveva il potere di farsi guardare. Nonostante la distanza nel tempo e lo sguardo perennemente girato, nonostante che la prima voce fosse stata la sua.
Il silenzio lo aveva accompagnato per tutta la vita, aveva plasmato le sue scelte e condizionato il suo modo di sentire fino a diventare l’alter ego della sua ispirazione. Molta strada era passata da quei primi, disorientanti momenti d’attesa, quando per uno sguardo avrebbe dato tutto; aveva camminato a passi incerti col solo intento di non voltarsi indietro fino ad accorgersi, un giorno, che il dolore si era trasformato in dipendenza e l’incertezza in vocazione. Il vuoto emotivo si era innalzato sopra la sua stessa vita, aveva varcato i confini dello spazio e si era sublimato in tempo per poi diventare una sonorità; era l’assenza che preludeva a ogni inizio e che raccoglieva l’energia della fine, subito prima dell’applauso.
Adesso, nella parte finale del percorso, tirava la riga del conto, osservava il disporsi del dare e dell’avere sulle colonne di un foglio che aveva riempito giorno dopo giorno e che conservava ben pochi spazi liberi.
“Pareggiare è un verbo per uomini mediocri”, diceva il suo insegnante, “i grandi lasciano la scena con un numero dispari”; ma il suo numero, nonostante la musica, era pieno di scorie.
Da qualche tempo aveva deciso di chiudere con i concerti e aveva fissato la data dell’ultima esibizione, facendola cadere nel suo ottantesimo anno di vita. Avrebbe potuto continuare per un po’, lasciando che i segni dell’età entrassero a far parte dello spettacolo, ma il suo amor proprio non gli concedeva il lusso di invecchiare sul palco; voleva essere ricordato, per sempre, con il busto diritto mentre agitava la bacchetta rivolto all’orchestra.
Come era solito fare alla fine di ogni inverno, quando era libero dalle tournée, si era ritirato nell’appartamento di Bologna, una dependance spoglia e ordinata che ben si prestava alla sua solitudine. L’aveva scelto, anni addietro, per la sua vicinanza alla stazione e per l’affaccio sul parco, su cui erano rivolte tutte le finestre. Nonostante avesse attraversato il mondo in largo e in lungo, atteso e celebrato in ogni grande città, quello era il posto in cui trovava una vaga forma di quiete. Come se a Bologna fosse stato felice, un tempo. Come se, tornando, potesse saziare quella sua infelicità.
Viveva quel mese di passaggio con estrema riservatezza, lontano dai riflettori e dagli occhi dei vicini. Usciva di casa la mattina presto e, di rado, anche dopo il tramonto. Con un certo disappunto notava, di volta in volta, come il turismo stesse aumentando, sempre più frettoloso e invadente, mentre lui si faceva insofferente alla vicinanza umana. Il suo successo, tuttavia, non poteva prescindere dalla posizione che occupava durante i concerti, uno spazio sottile tra il pubblico e l’orchestra. Si esibiva inabissato tra gli odori della gente, dipendente da quella vicinanza; l’umanità che tanto rifuggiva era parte della sua fortuna: irritante e imprescindibile come una medicina salva vita.
I contrasti, del resto, erano un tutt’uno col suo essere; aveva imparato a riconoscere le sfumature di passaggio come se lì, nel punto esatto dello scatto, fosse custodito l’accesso a una diversa dimensione. Con bramosia attendeva, durante i concerti, l’istante prima dell’inizio e subito dopo la fine, quando il silenzio riempiva ogni cosa. In quei momenti senza suono, carichi di pensieri sospesi, il tempo perdeva la sua continuità: erano tagli dell’atmosfera, bolle che accumulavano l’elettricità della sala e la rilasciavano a cascata, in una forma di liberazione. In quel brevissimo intervallo provava una sensazione di totalità che non aveva equivalenti; era estasi e appagamento, arresto immediato e insieme verbo del divenire; l’atto di immergersi mescolato a quello di sollevarsi verso un surrogato di salvezza.
Nella penombra del teatro le persone diventavano un unico respiro e lui, con la bacchetta, decideva ogni cosa: gestiva le pause e dominava ogni suono. Durante i concerti, il tempo era nelle sue mani; sua era la voce di tutti gli strumenti.
Ricordava perfettamente come tutto era iniziato, quando si era avvicinato alla musica. Da ragazzino aveva colmato il vuoto con le note; adesso, a fine corsa, si trovava ad attendere, tra note, gli istanti di vuoto. Forse pareggiare non era un verbo poi così mediocre, o forse lui era più mediocre di quanto si credesse in giro.
Aveva riempito la sua vita di decisioni intransigenti con l’unico scopo di eliminare ogni forma di attesa perché attendere, per lui, voleva dire rassegnarsi alla sconfitta.
La prima delusione era stata quella per le parole di suo padre, mai arrivate.
Aveva aspettato a lungo, allora, ma la speranza nel tempo si era tramutata in un disagio irrisolto.
Negli ultimi anni, più o meno da quando aveva cominciato a sentirsi vecchio, gli capitava di ripensare a quello stato d’animo e dentro di sé trovava, ancora mortificante, l’imbarazzo di allora. Ripercorreva le tappe del suo sentire, senza deciderlo tornava bambino e si soffermava dove faceva più male. I bisogni dell’infanzia avevano scavato un avvallamento che non era stato colmato dagli sguardi degli ammiratori, un solco scivoloso in cui era facile cadere e assai difficile risollevarsi.
Malgrado il successo, il denaro e la vita frenetica, si ritrovava lì, nella buca a forma di culla che gli impediva di uscire. Allora chiudeva gli occhi e si lasciava andare fino a rivedere tutto, le incertezze affastellate che diventavano rabbia e poi, con ritmo incessante, pena per sé stesso.
Crescendo aveva compreso i motivi di suo padre e le difficoltà di quel periodo, il secondo dopoguerra, ma in cuor suo rimaneva l’amarezza di una necessità ignorata.
L’indigenza, a quei tempi, non aveva risparmiato nessuno; dopo la fine del conflitto una miseria strisciante aveva pervaso le strade della città ed era passata, attraverso le suole sottili delle scarpe, nelle ossa delle persone.
Non povertà, miseria: una palude sterile e senza uscite, con nessuna prospettiva di risalire.
Misere erano le stanze nelle abitazioni, miseri i pasti, misere le speranze.
Nella sua casa di allora c’erano quattro sedie, quattro sedute scure con lo schienale a listelli messe intorno a un tavolaccio di legno consumato dall’usura. Traballavano tutte, una in modo più deciso. Sua madre la zeppava con un bastoncino piatto che si spostava tutte le volte e rendeva tangibile, per chi occupava il posto, un irreparabile senso di precarietà. Non ricordava che avessero mai ricevuto una visita di parenti o amici né che fossero andati a trovarne. La mamma diceva che non c’era alcun motivo di mostrare agli altri la propria penuria, tanto nessuno aveva zucchero o caffè da offrire e comunque non ci sarebbe stato il necessario per servirli: le tazzine erano cocci rincollati, i cucchiaini ferri scompagnati. Anche l’odore trasudava impiccio e fastidio, forse per l’umidità delle pareti o per la lampada a olio che rilasciava fumo acidulo dallo stoppino.
Sua nonna, l’unica che frequentava la casa di giorno, se ne andava prima che tornasse suo padre; incontrarsi in casa, se non si era conviventi, faceva abbassare gli sguardi.
Nei ricordi di Norfe, tutto appariva annerito. Il cemento tra le pietre a sasso del pavimento, il pezzo di carta oleata sul vetro rotto in cucina. Anche i colori degli abiti, pochi e consumati, erano sbiaditi.
Suo padre prestava mano d’opera a basso costo nelle campagne, secondo un’usanza che proprio in quel periodo veniva combattuta dalle lotte sindacali; ma lui, che era schivo e poco incline a tutto, rimaneva in disparte da certi temi e non si opponeva. Si presentava all’alba nella piazza del quartiere e aspettava il furgone che l’avrebbe condotto nei campi. Quando il camioncino arrivava, un uomo scendeva e indicava chi potesse salire. Tutti sapevano i criteri della scelta: braccia forti e resistenza ai soprusi.
“Non è mica colpa sua” diceva qualcuno nel quartiere. “Gli dicono di fare così e lui lo fa, altrimenti perde il posto. Tanto lo farebbe qualcun altro”. Ma quelli che lo dicevano, per l’appunto, non erano mai gli esclusi.
L’organizzazione che gestiva la manodopera rispondeva a una legge spietata e stranamente democratica, valida per tutti: chi si lamentava, semplicemente, era fuori. Non c’erano diritti a quei tempi, solo un affastellamento di doveri disumani: schiena piegata e poche pause per tutta la giornata fino al tramonto.
Fu in quel contesto, forse, che suo padre imparò la pratica del silenzio. Un silenzio che aveva cominciato a esercitare per necessità di sopravvivenza e che piano piano si era mangiato ogni parola, fino a trangugiare i pensieri. Doveva scegliere tra campare e parlare, non erano contemplate altre possibilità.
Quando Norfe sentiva i discorsi della gente, per la strada o in altri luoghi di fortuna, storceva il naso. Non aveva chiaro il concetto di diritto ma dentro di lui, da qualche parte, serpeggiava l’idea che suo padre non gli parlasse perché qualcuno glielo aveva comandato e la faccenda non gli piaceva granché.
In quel periodo, il problema principale era la disoccupazione.
La guerra aveva lasciato gran parte della popolazione senza un’entrata; le aziende che erano state impegnate nella produzione bellica avevano licenziato i lavoratori, in più c’erano i militari che, tornando, non avevano un impiego nella società civile. La città era distrutta ma non c’erano soldi né organizzazione per rimetterla in piedi.
Un giorno arrivò la notizia di una legge che avrebbe creato nuovi posti di lavoro. Legge Fanfani, si diceva, con cui gli adulti sarebbero tornati a scuola.
Suo padre si presentò alla Cassa Edile per fare la domanda e fu preso al Cantiere lavoro, un corso di formazione per la costruzione delle opere pubbliche.
Percepiva, per frequentarlo, un salario di 300 lire al giorno, più un piccolo sussidio di disoccupazione.
Quella cifra giornaliera fu una boccata d’ossigeno per tutta la famiglia. Era un’entrata piccola, ma fissa. Norfe pensò di veder suo padre sorridere, almeno quella volta, ma l’espressione rimase la stessa.
Dopo il corso fu assunto per la realizzazione del gasdotto in Val Padana e venne a sapere che avrebbe potuto percepire un premio trimestrale per operosità, sotto il giudizio insindacabile del direttore di cantiere.
Il suo silenzio, in quel periodo, divenne quasi totale. Raddoppiò lo sforzo senza dire una parola.
Quando arrivava a casa, la sera, non aveva forza nemmeno per mangiare, ingurgitava la minestra col pane e andava a letto.
Il giorno che trovò nel piatto una braciola, la prima dopo tanti anni di lavoro, fece un mezzo sorriso. Non aggiunse altro: mangiò, si levò i vestiti e andò a dormire. Norfe lo guardava di sera, da dietro la tenda; quasi non ne ricordava la voce.
L’avrebbe cercata, nella sua testa, per molti anni, con la speranza di sentirla comparire, fino al giorno in cui suo padre morì. Proprio in quella circostanza, un sabato di febbraio del 1986, un episodio ribadì la sua condanna all’invisibilità.
Era tornato da Roma, ormai adulto e musicista affermato, avvisato del peggioramento delle sue condizioni e lo guardava respirare, quasi privo di coscienza.
Preso da un gesto di incontrollata tenerezza, gli accarezzò la mano. Non l’aveva mai fatto né avrebbe creduto di farlo allora; quel tocco uscì dal suo corpo in modo autonomo sorprendendo lui per primo. L’uomo, inaspettatamente, aprì gli occhi e si protese leggermente in avanti. Norfe pensò che avesse avvertito il calore del contatto e che volesse comunicargli qualcosa. Una parola, forse, uno sguardo a un figlio che non aveva mai considerato. Invece lo vide allungare il braccio e indicare il comò davanti a sé.
Andò vicino al mobile, seguendo il gesto. Lì, appoggiata tra cornici e medicine, vide una rivista: “Il gasdotto in Val Padana, storia della ripresa italiana”. Il tempo di girarsi di nuovo, e suo padre non respirava più.
Proprio in quell’attimo si vide riflesso nello specchio del comò, con la rivista in mano. Era l’immagine di uno stronzo privato dell’ultima speranza, con l’espressione del dubbio e l’accenno a un dolore disonesto sul sottofondo dell’indifferenza.
Sarebbe rimasto per sempre con quella sensazione di incertezza, scongelato a metà.
Verso i dodici anni, Norfe prese a frequentare Alfredo, un invalido di guerra col braccio mutilato.
Senza famiglia né salute, l’uomo passava il pomeriggio in giardino a pensar di chissacché.
Sentì muovere le frasche e intravide la punta di una testa bruna sbucare tra le foglie a mezz’altezza.
-Se vuoi una mela puoi venire a prenderla, sono un po’ acerbe ma almeno non sono picchiettate – disse alzando il tono della voce.
Il ragazzo non se lo fece ripetere.
-Da dove passo?
-Fai il giro della casa, la porta è aperta.
Quella mela, contrariamente a quanto si dice delle mele, sancì l’inizio di un’amicizia che cambiò la vita di Norfe per sempre.
Alfredo era stato il trombettista della banda cittadina e avrebbe dato qualsiasi cosa per poter suonare di nuovo. La guerra gli aveva tolto un braccio ma la vita, quel giorno, ne fece entrare altri due. Dopo qualche chiacchiera, non gli parve il vero di mandare il ragazzo in camera a tirar giù il baule dall’armadio, una custodia nera con la fermatura dorata che pesava poco o tanto, a seconda della forza e della propria curiosità.
Norfe si arrampicò sulla sedia e allungò le braccia. Non aveva mai pensato che potesse esserci una tromba sull’armadio, a casa sua non c’era mai stata. Seguì le indicazioni di Alfredo e appoggiò la scatola sul letto.
Come la aprì, i suoi occhi furono colpiti da un bagliore. Uno strumento dorato e scintillante offrì curve e bottoni alla sua fantasia.
Passò una settimana prima di provare a soffiarci dentro, rispettoso e intimorito da tanto luccichio. Quando lo fece, sentì il suo interno vibrare.
Gli parve che quello strumento avesse un potere eccezionale, la facoltà divina di raccontare ogni cosa, anche la voce di suo padre.
Alfredo gli insegnò le note, il respiro, la magia dei tempi. E lui imparava, imparava…assorbiva con bramosia ogni informazione e passava i pomeriggi a provare. In poco tempo, prese a trasformare le indicazioni in una musica celeste.
L’uomo lo guardava, commosso. Il destino gli aveva portato in casa il dono più raro, la smania di apprendere insieme alla piena del talento.
-Dove stanno le note prima che io le suoni? – chiese un pomeriggio Norfe.
Alfredo sul momento non rispose, riprese invece il discorso qualche giorno dopo.
-Credo che siano nell’aria. – iniziò senza preamboli – Ma non da sole, insieme a quelle che non fai uscire.
Il ragazzo comprese subito a cosa si riferisse.
-Che cosa sono, allora? Esistono o non esistono?
-Sono possibilità, semplicemente occasioni. Sono vere solo dopo che hai soffiato, quando le tue labbra hanno vibrato. Da quel momento seguono la loro strada nel tubo ed escono dalla campana, non sono più tue. Quando arrivano al mondo, nessuno le può cambiare.
-Succede così anche quando si compone un brano?
-Suppongo di sì. Ogni passaggio si trova da qualche parte, ma non si vede. È in una nuvola o qualcosa di simile, ci puoi accedere con fatica e non è detto che tu lo scorga subito, a volte scappa per non farsi trovare. L’istante in cui lo incontri, però, ha qualcosa di divino; è come un’illuminazione. In quell’attimo sei certo che sia lì, lo tiri fuori e diventa reale.
-Quindi il brano prende vita perché l’ho visto quando era nella nuvola?
-Più o meno. Esiste perché hai interagito con le sue sonorità quando era un’occasione.
-Come faccio a trovarlo?
-C’è solo un modo per catturare ciò che sfugge: adattarsi alla sua natura. Se lui è invisibile, devi fare lo stesso: usare ciò che non si vede.
Così fece Norfe negli anni a seguire, cercò di afferrare le melodie con gli strumenti invisibili che trovava dentro di sé. La rabbia per suo padre, la consolazione delle foglie che girano col vento, il suono muto dell’alba e dell’erba che cresce.
Rimuginava sulle vibrazioni e sulla possibilità di afferrarle, si incaponiva sull’idea di descrivere il silenzio. Fu in quel periodo che cominciò a considerare l’assenza come una forma di oblio, la sovrapposizione di tutti gli stati, la voce di Dio negli assiomi celati.
In quella nuvola di occasioni, prima del tempo, tutto era possibile. Esisteva ogni cosa e il suo contrario, ogni cifra e il suo cifrario. I brani da comporre erano lì, tra quelli già creati e quelli che non sarebbero usciti mai. Li avrebbe cercati per tutta la vita, con i tasti della tromba tra le punte delle dita. Ne trovò molti, rendendoli reali; altri per mezzo suo divennero immortali. Li liberò per rabbia, per gioco o, forse, solo per bravura, collaterale effetto dell’azione di misura.




