6. L’angolo della bocca
Un giovedì di gennaio, Aldo Balzani raccontò per la prima volta qualcosa di vero.
La data dell’esame si avvicinava e non aveva ancora risolto granché: le mani tremavano in occasioni sempre più frequenti e lo straniero continuava a presentarsi di notte, angosciando i suoi sogni. D’altro canto, la dottoressa Betti non sembrava mostrare troppo interesse verso i suoi colpi di scena, il clamore che aveva creduto di generare a suon di menzogne si era esaurito in uno scambio di battute e gli incontri avevano continuato a svolgersi in modo pacato. Già impoverito della coscienza, Aldo si trovava anche senza armatura.
Con un certo disincanto, quel giorno si accomodò sulla poltrona dello studio e mise in bocca un chewing-gum. Possibile che avesse sempre la gola secca… quell’arsura saliva dall’interno e non gli dava pace. Gli sembrava di avere dei tiranti sulla trachea, dei tensori che irrigidivano i movimenti della faringe fino al collo. Distese una gamba e l’accavallò in cerca di una posizione comoda, poi si spostò sull’altro lato… niente da fare, non c’era modo di rilassarsi.
-Vogliamo riprendere il discorso dall’ultima volta? – chiese la dottoressa.
Invece Aldo iniziò un discorso nuovo. Andò fuori tema o forse ci entrò dentro, secondo lo strumento di misura per la grandezza del centro e lo spessore del confine. Esordì con una frase concisa, dall’apparenza impersonale, seguita da una altrettanto sintetica affermazione privata.
-Il 20 Marzo ho il colloquio per diventare Direttore di Struttura Complessa.
-Dunque?
-Non vorrei andare.
Quelle parole restarono qualche secondo nell’aria, da sole.
-Non vorrebbe o è indeciso?
-Mi piacerebbe poterle dire che sono indeciso, ma dentro di me so che non vorrei.
Chiara Betti percepì un cambiamento. Non c’era spavalderia né ostentazione nella sua voce, anzi vi riconobbe un tratto di vulnerabilità. Si tolse gli occhiali e fece un sospiro: il loro percorso stava portando da qualche parte.
-A cosa deve questa certezza?
-Non so… sono un tipo risoluto. Per me le cose sono sempre nette.
-Erano nette anche quando ha deciso di presentare la domanda?
-Soprattutto. Non ho esitato neanche un attimo, era una cosa che andava fatta.
-Adesso, però, è pentito…
-Sarei pentito comunque. È quello il problema.
-Perché dice così?
-Faccio cose che non voglio fare. Da anni, ormai; forse da sempre. Non saprò mai come sarei stato se avessi seguito le mie inclinazioni.
-O i suoi desideri.
Aldo Trasalì. Il concetto di desiderio, nella sua testa, rimandava a significati annodati. Aveva desiderato la carriera, il prestigio, l’appartamento con vista. E aveva ottenuto tutto. Ma l’aveva fatto con una parte di sé che rispondeva alle decisioni razionali, secondo uno schema che aveva acquisito come si acquisiscono le aspettative e le buone maniere. Non aveva mai ascoltato le ragioni della sua interiorità. Anzi… l’aveva così ignorata, l’interiorità, che neanche credeva più di averla.
Sentì il bisogno di rimanere sull’argomento, di confrontare il suo punto di vista con quello della dottoressa.
-Lei crede che ci sia una distinzione tra i desideri? Intendo dire… pensa che ci siano desideri più nobili di altri?
-Sì. Credo che certi desideri ci migliorino, se questa è la domanda. Mentre altri ci impoveriscono. Ma è un’opinione personale, ciascuno poi fa le sue scelte.
-Da cosa si riconoscono?
-Dall’azione che inducono in noi. I desideri miseri ci portano ad aggiungere. Di solito aggiungiamo cose: il denaro, la macchina, l’orologio firmato. Ma anche prestigio e potere. L’essere umano è molto attratto dal potere: se lasciamo tre persone in una stanza, in breve tempo una cercherà di prevalere. Questi tipi di bisogni sono soggetti a una strana asimmetricità: più aggiungiamo e più ci impoveriamo.
Cosa diversa è, invece, per i desideri che lei ha definito nobili, condivido la scelta della parola. Questi ci portano a togliere. Non ci interessano più la macchina, l’orologio o la superiorità sugli altri, siamo disposti a farne a meno per ottenere qualcosa che non è quantificabile ma che ci fa sentire a posto, in armonia.
Aldo si riconobbe a pieno in quella descrizione: aveva tutto ma non era in armonia.
Ci aveva messo una vita per prendere atto della sua condizione. Adesso che la vedeva, era più paralizzato che mai.
-Perché dice che la domanda per il concorso andava fatta? – riprese la dottoressa.
-La strada era segnata. Tutta la mia vita, fino a quel momento, era stata impostata per arrivare lì. Non avrebbe avuto senso rinunciare.
-Però ha detto che non vuole andare.
-Sì, è vero, non voglio.
-Come mai?
Ad Aldo vennero in mente due risposte. La prima era evidente, probabilmente la Betti l’aveva già inquadrata. La seconda era nascosta dietro, come un’ombra di là dal muro. La ricacciava da anni e da anni la vedeva riemergere, suo malgrado, con quella sua capocchia scura.
Tirò fuori quella meno dolorosa.
-Il mio corpo manda dei segnali che non so controllare. L’insonnia, il tremolio alle mani… credo che siano dovuti alla paura di non farcela.
-Un’ anticipazione del fallimento, quindi.
-Esatto.
-È così tremendo?
-Beh, sì… sento molto la pressione delle mie aspettative. Se non riesco, vuol dire che ho sbagliato tutto.
-Però, poi, sarebbe alleggerito. Non è per niente male, sa, sentirsi liberi di sbagliare. È una conquista che richiede un percorso interiore, ci vuole molta saggezza.
-Non credo di esserne capace.
-Che cosa diceva di voler fare, da grande, quando era bambino?
-Il cantante rock – Aldo si mise a ridere – ma credo che non l’avrei fatto comunque, nemmeno se fossi stato rispettoso dei miei desideri – disse quella parola facendo il gesto delle virgolette con le dita, anche se era girato dall’altra parte e lei non lo vedeva – cantavo malissimo. Anche l’allevatore di conigli, forse. Il mio amico viveva in campagna e ne aveva una decina. Per me erano irresistibili.
-E ora, se pensa di diventare Direttore di Struttura Complessa, come si vede? A parte la paura per l’esame, le piacerebbe? Non è poi così dissimile da quello che fa adesso.
Il pensiero di Aldo andò alla seconda risposta, quella che aveva scartato. In qualche modo, beffardamente, tutto portava lì, a quell’ombra che lo spaventava più di una presenza reale. Provò ad articolare un suono, a mettere in fila qualche parola per semplificare. Ma niente… non riusciva nemmeno a cominciare. Valutò di mentire come aveva fatto altre volte per nascondersi; svicolare dietro le parole e, senza essere visto, scappare. Invece prese tempo e rimase in silenzio, solo a pensare.
Tornò all’inizio della sua carriera, dopo la laurea e la specializzazione, quando era un giovane medico al S. Orsola. Ottimi voti, ottime frequentazioni, ottime prospettive. Tutto, allora, sembrava volgere al meglio. Il periodo nero era passato e si sentiva finalmente forte; il camice bianco, sfoggiato tra i pazienti, gli dava rispetto e considerazione, oltre a diversi favoritismi e molteplici piaggerie.
Tutte le mattine faceva colazione al bar dell’ospedale con i medici di corsia. Quando passava di fronte agli altri clienti, in mezzo a quella nuvola bianca, gli pareva di avere in mano la chiave di una dimensione diversamente terrena, inaccessibile alla maggioranza, che lo rendeva un po’ più uomo degli altri. Buon giorno dottore… dottore… mi scusi dottore… I pazienti lo aspettavano davanti all’ambulatorio con la necessità di una cura; il suo parere era atteso e osservato.
Col tramite della salute, si trovava ad avere potere sulla vita delle persone e il suo ego, giorno dopo giorno, cresceva. Anche lo stile di vita era tronfio e sbandierato: i match al circolo del tennis, le comparsate al teatro, qualche infermiera qua e là per dimostrare una virilità richiesta dalle circostanze, come un documento d’accesso al prestigio sociale. Ogni cosa era fatta per far risuonare il suo successo e per nutrire la sua fama.
Lavorava, in quel periodo, nel gruppo del Professor Nardoni, un uomo arcigno che utilizzava la sua funzione di Primario come trampolino di lancio verso una carriera politica in via di definizione.
Dirigente per utilità, Nardoni arrivava all’ospedale tardi, lasciava visitare i pazienti dai medici più giovani e occupava svogliatamente la sala operatoria, come se la sua presenza fosse un beneficio elargito per bontà e non una prestazione dovuta a un contratto lavorativo.
Aldo lo seguiva in corsia, gli passava la cartella dei ricoverati e occasionalmente partecipava ai controlli post-operatori.
Un giorno, durante una di queste visite, assistette a un colloquio singolare.
La paziente, una donna sulla cinquantina con la pelle seccata dal sole e l’espressione contratta, manifestava un dolore persistente al malleolo in corrispondenza della parte operata. Il marito la affiancava in silenzio con lo sguardo preoccupato.
-Non diminuisce, dottore. Neanche con gli antidolorifici più forti.
Nardoni, alla scrivania, era intento a guardare dei fogli. Forse delle pratiche personali o dei moduli dell’ospedale, forse la rivista di Formula 1.
Fu costretto ad alzarsi e a dirigersi verso la signora.
-Vedrà che ora passa – disse mentre guardava la gamba.
-Non passa, le dico. Anzi aumenta. C’è qualcosa che non va, mi creda.
Lui si alterò un poco, quasi irritato da quell’affermazione.
-Da quando in qua i pazienti si intendono di medicina?
Poi si accorse di aver ecceduto e sterzò verso una linea vagamente sarcastica, ostentando falsa simpatia.
-È forse un medico lei, cara signora mia?
-No, ma…
-Allora lasci fare a me. Cerchi di non pensarci e stia tranquilla.
La paziente uscì in silenzio, appoggiata alle stampelle a fianco del marito.
Ritornò dopo qualche giorno, col piede gonfio. Stava ancora male, il dolore era diventato insopportabile.
Il medico minimizzò: – Di questi tempi, nessuno ha più pazienza nemmeno per guarire.
Dopo quella volta non ne seppero nulla, finché in ambulatorio si presentò il marito da solo.
Aveva la faccia tirata e la barba incolta, si tolse il cappello e disse qualcosa alla signorina dell’accettazione, poi arrivò in sala d’attesa. Si sfilò il giubbotto e si mise a sedere, i pantaloni di flanella battevano sugli scarponi schizzati di fango.
Quando tutte le visite furono terminate, bussò alla porta dello studio; entrò con il cappello in mano e attese di essere considerato.
-Mia moglie ieri è stata portata d’urgenza qui, all’ospedale. Le hanno riscontrato una lesione nervosa con un’infezione avanzata; hanno dovuto amputarle il piede.
Nardoni guardò Aldo, poi di nuovo il marito della signora.
-Mi dispiace.
-Ha sofferto molto – riprese l’uomo – e adesso non potrà più avere una vita normale. Abbiamo una piccola azienda agricola in campagna, non potrà nemmeno fare il suo lavoro.
-Mi rincresce, gliel’ho detto. Ma non vedo perché lo dica a me.
L’uomo tacque, poi riprese con fermezza.
-Perché lei è responsabile.
-Suvvia, non diciamo fesserie – si rivolse verso Aldo in cerca di consenso – cosa c’entro io…
-Siamo venuti qui a lamentare il suo dolore e non l’ha considerata.
Qualche attimo di silenzio e rispose alle accuse.
-Non mi risulta che siate venuti. Dopo l’intervento non vi ho più visti.
Poi, porgendogli la mano: – Mi perdoni, ma adesso ho molto da fare.
Aldo rimase così, come un fesso a guardare la scena.
Non disse nulla, gli parve che tutto sommato non stesse a lui parlare. In fin dei conti, nessuno lo aveva interpellato, il contenzioso non lo riguardava. Tenne la bocca chiusa anche i mesi successivi, quando arrivò all’ospedale la lettera di denuncia. Nessuno mai seppe ciò a cui aveva assistito.
In cambio di quel silenzio tacitamente pattuito, ottenne diversi riconoscimenti e una considerazione accademica che gli spianò la strada per la carriera: menzioni, pubblicazioni, partecipazioni a tavoli di lavoro.
Si comportò allo stesso modo altre volte, coprendo altri medici in vista. Spinse il proprio modo di essere in direzione di un accomodamento perenne, adeguò le sue forme alle richieste che gli venivano fatte come un jolly adattabile a tutti i pezzi del puzzle. Quella scelta portò diversi benefici terreni ma modificò per sempre i lineamenti del suo viso. Un sopracciglio rimase più alto dell’altro; le labbra si assottigliarono e portarono con sé, dallo stesso lato, l’angolo della bocca. La faccia di Aldo acquisì un alone di disprezzo permanente, che non riuscì più a eliminare. Quel velato disgusto per sé stesso lo accompagnò negli anni; era l’ombra di là dal muro di cui vedeva sbucare la testa, l’alter ego della sua immagine pubblica.
Quando Chiara Betti gli rivolse la domanda, quel giovedì di diversi anni dopo, avvertì di essere completamente bloccato, irrigidito da una punta sottile che gli infilzava la gola e gli impediva di parlare.
-Come si vede, se pensa di diventare Direttore di Struttura Complessa?
Malissimo. Mi vedo malissimo. Ma non riusciva a dirlo.
Nella sua testa c’era un bivio che portava, comunque, a un precipizio: non era degno di vincere, ma perdere l’avrebbe demolito. Dopo tutti i benefici che aveva ricevuto sarebbe stato evidente, a lui e agli altri, che non aveva stoffa per dirigere e che il suo ruolo, all’interno dell’ospedale, era del tutto rinunciabile. Patetico… così sarebbe apparso, un moscerino gonfio di nulla. Ma la stessa situazione si sarebbe presentata se avesse vinto: sarebbe stato lo stesso moscerino, gonfio di una sostanza non sua. Tutto quello che poteva succedere girava dentro un vortice e arrivava a un cunicolo senza possibilità di risalita, il fondo dell’imbuto.
Uscì dallo studio della dottoressa Betti con un nodo in gola e si avviò verso casa.
Lo osservò dalla finestra mentre si allontanava. Aveva un’andatura goffa, zoppicava leggermente da una parte.
-Non sapremo mai dove è nascosto il centro di ogni uomo – pensò.
Rimase ferma qualche minuto, continuando a guardare la strada vuota, poi abbassò le tapparelle e si distese sul divano. Chiuse gli occhi e li strofinò con le dita, per concedergli il buio. Aveva bisogno di rilassarsi, lasciar andare i pensieri e prendere fiato.
Le capitava, di tanto in tanto, di sentirsi schiacciata dal suo lavoro, come se avesse una fascia troppo stretta attorno al torace; nonostante lo amasse, ne sentiva la compressione. Si soffermò, ancora una volta, sul modo in cui passavano le sue giornate, concentrata sui canali emotivi che si sviluppavano nei pazienti, senza poter allentare. Come uno speleologo della psiche, accedeva da crepe quasi invisibili, talvolta solo accennate; si insinuava tra i pertugi delle cose non dette, coglieva le sfumature e collegava i brandelli di un filo che vedeva da un’estremità soltanto, senza sapere dove potesse portare.
Rimuginò su sé stessa. Anche lei aveva una custodia, uno scrigno vitale da riempire e da onorare, un centro a cui prestare attenzione. Troppo spesso si trovava a ignorarlo, a metterlo da parte per eccesso di pensieri altrui. Forse era quello il motivo per cui non aveva avuto figli, la sensazione claustrofobica che mancasse lo spazio per accoglierli.
Si rannicchiò e si rivide bambina. I giochi sul tappeto, la voce della mamma, la mano sulla fronte quando aveva la febbre. Prendersi cura degli altri e desiderare una cura per sé; questo viveva. Andare indietro per cercare una carezza – quella carezza – che non aveva più sentito.
Toccò il ciondolo della collana.
Tu- tum, tu-tum.
Il suono ovattato della stanza,
i battiti da dentro,
il tempo dell’orologio.



