7. L’inchino inaspettato
Nel periodo in cui Norfe Cané imparò a suonare, negli anni della sua gioventù, successe qualcosa di naturale e travolgente: conobbe l’amore.
Accadde inaspettatamente, come accadono le cose da giovani quando l’albero è pieno di frutti e c’è tutto il tempo di coglierli.
Gli anni 60 erano iniziati, Bologna viveva una rinascita culturale e lui frequentava il Liceo Galvani. La sua condizione economica, come quella di molti altri, era migliorata; i Jukebox cantavano nei bar per 50 lire, la TV in bianco e nero cominciava a diffondersi nelle case e i ragazzi camminavano sotto i portici con la tracolla carica di speranze.
Tutte le mattine, Norfe scendeva dall’autobus n.13 e percorreva a piedi un piccolo tratto di strada per arrivare a scuola. Un giorno di febbraio – frequentava ormai l’ultimo anno – decise di non entrare. Era impreparato a Latino e non aveva voglia di prendere un brutto voto, dentro di sé viveva l’ebrezza di fine percorso, con la mente proiettata alle scelte del dopo Maturità. Scese una fermata prima e si diresse verso i giardini Margherita, da sempre punto d’approdo per i ragazzi che facevano fuga.
Fischiettava per il parco con le mani in tasca e il berretto di traverso quando vide una ragazza correre nella sua direzione. Aveva il basco e una mantellina rossa, i capelli castani oscillavano a destra e a sinistra mentre avanzava spedita con le gambe da gazzella che uscivano dagli scarponcini allacciati fino in cima. Si scansò per farla passare, o forse semplicemente per poterla ammirare, incantato dalla sua graziosa vitalità. Quando furono vicini, si scambiarono lo sguardo e per un po’ non se lo resero, nonostante la fretta di lei e l’impaccio evidente di lui.
Si voltò per vederla allontanare e notò che entrava nel cancello della Tortughi, la scuola elementare posta poco più avanti. Aspettò tutta la mattina, passeggiando qua e là senza perdere di vista il cancello, ma lei non uscì. Alle 13:10, in orario con la campanella del Galvani, si avviò a prendere l’autobus per tornare a casa.
Il giorno dopo, anticipando sui tempi, si fece trovare sullo stesso tratto di strada, questa volta preparato. Aveva passato il pomeriggio a pensare qualcosa da dire, in caso fosse ripassata. Voleva fare bella figura e spaziò tra i contenuti di alto livello che aveva incontrato nel corso dell’anno scolastico. Dopo averli scandagliati tutti, optò per il saluto che avrebbe fatto Flash, il personaggio dei fumetti.
Quando la vide sbucare, tutto quello che aveva deciso svanì; dalla sua bocca uscirono poche battute proferite a tratti, con la voce che tremava.
-Non corri oggi?
Lei si fermò e sorrise. Come erano bianchi i suoi denti… gli venne l’istinto di baciarle le lentiggini una alla volta finché non fossero finite, per poi ricominciare.
-Oggi no, sono puntuale.
-Puntuale o in anticipo?
Lei scoppiò a ridere.
-Diciamo in anticipo – dette una scorsa all’orologio – di tre minuti.
Li usarono per dirsi le cose che giudicarono più importanti – i propri nomi e i numeri di piede – ma soprattutto per fissare di nuovo.
Di un anno più grande di lui, Ada faceva la maestra nella scuola elementare del parco, lavorava con entusiasmo e partecipava ai movimenti di idee che in quel periodo animavano la città: giustizia sociale, servizi educativi e reti di cultura.
Al primo appuntamento, caricò Norfe sulla 500 di suo zio e lo portò sull’autostrada del Sole, da poco terminata. Da lì presero a vedersi tutti i giorni, senza sentire bisogno d’altro, riempiendo il tempo di baci.
Vivevano sospesi in quell’epoca che sapeva di futuro, incollati e combattivi, certi – insieme – di valere doppio.
Ada lo guardava suonare e si scioglieva. Si scioglieva anche quando lui non suonava, per la verità. Sentiva di essere coinvolta con tutte le cellule del proprio corpo, comprese quelle dell’anima. Passava il tempo a studiarne i particolari, si perdeva nel suo naso, nel taglio degli occhi, nella forma delle dita. Aveva una voglia perenne di averlo vicino e di mescolare ogni cosa: l’odore, il battito, il tubo digerente e il sistema nervoso. Voleva sedurlo, mangiarlo e appagarlo; tutto insieme, a esaurimento.
Norfe, dal canto suo, non sognava nulla di diverso. Ada era, ai suoi occhi, la perfezione. Bella, intelligente, volitiva. Con lei rideva, rideva tanto. La sua leggerezza gli trasmetteva pace e desiderio in una smania mai provata prima. Ammirava la sua forza e la sua determinazione, cadeva nelle curve del suo corpo e la cercava, rapace, per vedere la sua espressione voluttuosa mentre diventava preda.
Dopo aver fatto l’amore, tra gli alberi o nella 500 dello zio, passavano le ore abbracciati. E parlavano…parlavano di tutto fino a mescolare anche le parole. Si raccontavano i sogni e le speranze, i pensieri e le disavventure. In ogni cosa, erano sempre due.
Un giorno lei arrivò con un’espressione diversa. Avvilita e remissiva, come non l’aveva mai vista.
-È venuto Venturi a scuola – prese a raccontare – voleva iscrivere il nipote perché dove è ora non si trova bene.
Venturi era un uomo d’affari del settore automobilistico, noto a Bologna per i suoi intrallazzi e per le sue amicizie sotterranee grazie alle quali otteneva concessioni a tutto spiano. Di umili origini, dopo una serie di losche attività aveva avuto la fortuna di trovarsi nel gruppo di realizzazione dell’autodromo di Imola e da allora si era convinto di aver diritto a ogni cosa, dando per scontato che denaro fosse sinonimo di onnipotenza.
Ada raccontò di come fosse entrato in classe, con la direttrice e il nipote da inserire. Senza chiedere il permesso, aveva preteso che il bambino in prima fila si alzasse per cedergli il posto. Lui aveva obiettato che quello era il suo banco, che doveva stare lì perché da lontano non vedeva bene la lavagna, ma Venturi aveva perso la pazienza e aveva cominciato a sbraitare. A quel punto era intervenuta lei, cercando di calmare le acque.
-Ha preso a insultarmi davanti ai bambini e alla direttrice. Sono rimasta così offesa… così mortificata… i bambini mi hanno vista maltrattata, è stato umiliante… orribile – Ada singhiozzava e si soffiava il naso a ripetizione con un fazzoletto già tutto bagnato.
-Amore mio – la abbracciò forte – non ti preoccupare, Venturi sarà punito.
-Ah sì? – chiese lei incuriosita – e da chi?
-Da me medesimo. – Poi fece un inchino con gesto teatrale: – Eccomi qua, hai davanti un uomo al servizio del tuo sorriso.
Lei cedette alla lusinga e si abbracciarono forte. Con Norfe vicino, tutto sembrava sopportabile.
Venturi tornò a scuola i giorni a seguire, accolto dalle moine del personale e della direttrice. Ada incassava i suoi sguardi tracotanti e si sfogava con Norfe di pomeriggio. Quell’uomo sporcava i suoi sogni e i suoi pensieri; per la prima volta nella sua vita, prendeva atto che una forza opposta alla sua lavorava a servizio del male e lei, semplicemente, non aveva strumenti per difendere i suoi valori. Non lo sapeva ancora, ma avrebbe combattuto col malaffare per tutta la vita. Non per vincerlo – il male non si vince – ma per non far vincere lui.
Un mercoledì di fine novembre, Norfe arrivò all’appuntamento sventolando un volantino.
-Cercano trombettisti al Teatro Comunale!
Lei gli strappò il foglio di mano e lesse tutto d’un fiato.
-Dici che ho qualche speranza? – riprese lui – Non ho mai frequentato una scuola di musica, non ho le basi.
-L’hai frequentata eccome! Hai fatto lezioni private da Alfredo per anni, sarebbero proprio stupidi a non prenderti.
Decisero di andare insieme e fissarono per portare la domanda, il giorno dopo davanti al Comunale.
Entrarono decisi e vagamente spavaldi, forti l’uno del sostegno dell’altro. Il teatro si aprì ai loro occhi in tutta la sua possanza. Le poltrone in platea, i palchi ricamati, il soffitto a volta… l’odore del legno e della tappezzeria riempiva lo spazio di tempi passati.
Si presero per mano, palpitanti in risonanza. Norfe si fermò a guardare lo spazio dell’orchestra. Sapeva benissimo dove erano posizionati gli strumenti, ne scorse i posti a uno a uno. Ada, accanto, lo osservava innamorata. In bocca al lupo amore mio, in bocca al lupo.
Avanzavano col foglio in mano, senza sapere dove dirigersi.
-Là, in fondo – indicò un tecnico dal palco.
Nel dietro le quinte, un corridoio ospitava i camerini e diversi uffici. Sull’ultima porta, finalmente, la Direzione.
Bussarono ed entrarono. Al centro, una scrivania e la silhouette di una donna in controluce, con la finestra alle spalle. Si vedevano i capelli acconciati a ricciolo, la forma squadrata della giacca e i braccialetti, voluminosi, intorno ai polsi.
-Vorrei consegnare questa. – disse Norfe timoroso – È la domanda di partecipazione alla selezione per l’orchestra.
La funzionaria la prese e la scorse per accertarsi che fosse compilata in ogni parte.
-Sembra che ci sia tutto.
Stavano per congedarsi quando entrò un’altra donna, senza bussare. Una collega, probabilmente, giovane ed elegante, con un tailleur azzurro e le scarpe decolté.
Incurante dei due ragazzi, prese a parlare.
-Hai già visto Venturi?
-Non ancora.
Ada trasalì. Che cosa aveva a che vedere Venturi con la selezione dei trombettisti?
-Dovete decidere in fretta – riprese la donna in tailleur – la filarmonica di Milano aspetta i musicisti a febbraio e devono essere pronti. Quante domande sono arrivate?
-Dieci per ora, ne prendiamo due. I due più capaci….
-E più graditi a Venturi.
La funzionaria sorrise, senza commentare.
La donna azzurra uscì e Ada, nello sdegno, sentì un flusso di corrente arrivare da più parti.
Cercò lo sguardo di Norfe, l’appiglio a rimanere salda. Ma Norfe aveva l’aria assente, pensava ad altro. Forse non aveva capito, oppure stava solo rimuginando… ne avrebbero parlato dopo, una volta usciti da lì. C’era qualcosa di strano, però, che non riusciva ad afferrare, qualcosa che la metteva in subbuglio senza poterla inquadrare.
In un attimo la situazione prese una piega inaspettata, imprevista anche per le sue più inconsapevoli paure. Percepì l’ombra di Norfe superarla di lato. Aveva una gestualità inusuale, con un braccio dietro la schiena e l’altro lasciato a penzoloni. Gli parve di vederlo allungare, piegare il busto in avanti come se esibisse un inchino.
Che cosa stava facendo? Perché erano ancora lì e non diceva di andare?
Il sole si rannuvolò dalla finestra, i movimenti divennero lenti, le voci ritardate. Anche l’aria si fece densa e ostile, di colpo bluastra.
Poi, in contemporanea agli eventi, la percezione di un pensiero.
Non è vero… non è vero…
Sentì la sua voce da dietro e di nuovo dinanzi, dall’altra parte.
-Sarei onorato di esibirmi personalmente davanti a Venturi. Non mi ha fatto mai nulla di male, sarebbe un vero piacere deliziarlo con la mia musica.
Uno schiaffo da dentro. Una mano che strizzava le viscere senza pietà.
Non gli ha fatto mai nulla di male.
Nulla di male.
Nulla -di – male.
Tutto il male piovve invece su Ada, in quel preciso momento della sua vita, con la forza travolgente di un diluvio. Una tempesta di grandine, il vortice di un uragano, il centro esatto di un tuono.
Ci ripensò ossessivamente per molte notti nei mesi a seguire, per molte notti annegò senza trovare argini o appigli a cui potersi ancorare. Si svegliava, di soprassalto, e rivedeva tutto daccapo; la scena reale e quella percepita, mentre sperava con tutta sé stessa di averla fraintesa. La ripeté con la memoria, senza riuscire a dormire fino ad imbattersi, tutte le volte, nella certezza di quella frase che non era possibile annullare.
Così andò quel mercoledì di fine novembre al Teatro Comunale, come spesso vanno le cose della vita.
Quella volta Norfe vinse l’audizione per entrare nell’orchestra.
Ada, quella volta, perse l’idea dell’amore.



