16. La condanna a stonare

Il giorno del suo settantesimo compleanno, Norfe Cané ricevette una brutta notizia.

Era a Pavia per il concerto che si sarebbe tenuto quella sera; la cifra tonda dell’età apriva la Primavera della Certosa come metafora della sua lunga carriera.

Il complesso monumentale era un viavai di allestitori che si adoperavano per l’evento; nell’area antistante la facciata, una distesa di sedie rosse guidava lo sguardo verso il palco su cui era posizionata l’orchestra. 

Quando arrivò, intorno alle 17, fu accolto da un applauso. Il fragore delle mani, diffuso dappertutto, organizzò lo spazio con un suono ritmato. 

Allungò leggermente le labbra con un accenno al sorriso e fece il gesto di un inchino per ringraziare, poi procedette lasciando ciascuno alla propria funzione.

Una volta raggiunto il camerino – allestito in una sala laterale – appese la giacca e si arrotolò le maniche della camicia. Il caldo era arrivato in anticipo e l’umidità della Pianura Padana rendeva l’aria pesante; si asciugò la fronte con il fazzoletto e aprì la borsa per tirar fuori le bacchette, quando sentì il telefono suonare. Fu indeciso sul da farsi: non rispondeva mai prima delle prove generali ma quel giorno aveva uno strano presagio e cedette all’istinto di sentire chi fosse. 

-Sì? – disse velocemente.

-Buon giorno, sono il dottor Fanelli e la chiamo dall’ospedale Sant’Orsola.

-Mi dica.

-Abbiamo i risultati delle sue analisi, dovrebbe venire urgentemente qui.

Per un attimo, vide tutto buio. Si lasciò cadere sulla sedia e rimase qualche secondo in silenzio.

Tu- dum, tu-dum

 il cuore sott’acqua;

 la scesa nell’abisso,

il rombo dell’apnea.

-Adesso non posso, sono fuori città. Rientro domani mattina.

-Venga prima delle 13 e chieda di me. La aspetto.

-Va bene. Arrivederci.

-Arrivederci.

Agganciò senza cercare informazioni più precise, forse sbagliando. Magari, invece, aveva fatto bene, per non turbare la concentrazione necessaria al concerto. Ma turbato lo era già… non ti chiamano con urgenza se non c’è qualcosa di grave. Il timore che aveva cercato di accantonare nell’ultimo periodo stava diventando realtà.

Da qualche tempo accusava dei dolori alla pancia, sul tratto intestinale. All’inizio li aveva ignorati dando la colpa all’alimentazione o allo stress dei viaggi ricorrenti. Una quindicina di giorni prima si era deciso a fare degli accertamenti, persuaso dal peggioramento e dal sangue che era comparso all’improvviso.

Adesso la colonscopia aveva tutte le risposte e, da quel che poteva intuire, non erano incoraggianti.

Raggiunse i musicisti e fece le prove col distacco di sempre; nessuno si accorse dei suoi retropensieri.

Durante la pausa tornò in camerino e mangiò un sandwich in disparte, poi si stese sul lettino e rimase lì fino all’imbrunire. Il momento degli ultimi preparativi, da sempre, era quello più concitato; i fiori, la scenografia, le luci… il tempo ruotava verso l’orario di inizio e tutto era pronto per lui, mentre lui era altrove.

Alle 21 in punto si alzò, indossò la giacca e si diresse sul palco. 

Fu un concerto impeccabile, senza neanche una sbavatura. Le sue braccia, come ali di una farfalla, si aprirono e spinsero l’aria verso la volta del cielo dando vita agli strumenti: i fiati soffiarono, gli archi brandirono, le dita batterono fino a creare la musica. 

Non era stato poi così difficile pensare ad altro… intorno a lui c’era tutto quello che serviva… poteva farlo, veniva da sé. 

Quella notte, stranamente dormì. L’albergo, nel centro città, gli aveva riservato una suite con affaccio sul cortile interno, lontano dai rumori. 

Si infilò nel letto subito dopo la doccia e accese la tv. Parlavano del referendum sulla Brexit che ci sarebbe stato a giugno, quando il Regno Unito avrebbe votato se uscire o meno dall’Unione Europea.  Vincerà il no… dicevano gli intervistati. Sarebbe una follia per tutti… ma i sondaggi davano risultati discordanti… decideranno, come sempre, gli indecisi. 

Si addormentò con quelle voci nella stanza, accantonando di nuovo i pensieri. Non fu altrettanto bravo con i sogni che, trovandolo assopito, riuscirono a passare.

La sua corteccia cerebrale elaborò delle immagini insolite, situazioni che certamente non aveva mai provato. Spinto all’indietro, volava nello spazio. Più su… sempre più su… fino a guardare la terra dall’alto. L’Italia, l’oceano, la geografia dei continenti, tutto era nitido e distaccato, lontano da lui. Aveva addosso una sensazione di compiutezza ma, insieme, anche di imperfezione. 

Gli spartiti … non riesco a trattenerli… volano via.  Agitava le bacchette per dirigere i suoni intorno a sé ma i suoni non c’erano. C’era invece un boato costante, cupo e indifferente alla sua presenza.  A che mi servono, allora, le bacchette?  Non voglio lasciarle, non voglio… intanto il vuoto aspirava ogni cosa. 

Gli oggetti che aveva non servivano più, era come se fossero senza futuro. Il passato, quello sì, c’era ancora, ma sembrava attaccato alla terra e lo vedeva scomparire. 

Si svegliò sudato e palpitante, con la gola riarsa per la mancanza d’aria. Una fitta alla pancia lo riportò alla giornata che stava per vivere. 

Alle 6 si alzò, sistemò le sue cose e lasciò l’albergo, senza neanche salutare l’orchestra. Prese un taxi per andare alla stazione e in poco meno di due ore arrivò a Bologna. 

L’ appartamento nel parco, piccolo e riservato, gli dette un po’ di conforto ma i dolori, di nuovo, gli impedirono di riposarsi.

Era inutile aspettare, doveva andare all’ospedale. Così si avviò, preparato al peggio.

Le notizie che ricevette gli dettero ragione. Avrebbe dovuto operarsi al colon il prima possibile, entrava in lista d’attesa. 

-Quante possibilità ho di cavarne le gambe?  – volle sapere.

-Nel 50 % dei casi, i pazienti guariscono. 

Non fu abbastanza coraggioso da chiedere che cosa succedesse all’altra metà. Se rimanessero malati o non rimanessero affatto, portati via dal sangue e dal dolore. 

Tornò a casa spezzato. Di quell’intero diviso a metà, vedeva la parte minore. 

Iniziò così il periodo in cui scese nell’abisso. 

Furono annullati i concerti e le prove, di colpo si trovò malato e solo. 

Si ricordò sua nonna, quando stava per morire. Rivide il letto con la spalliera in legno e la lampada fioca sul comodino, la parete spoglia e il quadretto della Madonna appeso tra le macchie del muro scortecciato. Qualsiasi altro oggetto, in quel momento, le sarebbe stato inutile: era da sempre abituata all’assenza. 

Si nasce soli e si muore soli, ripeteva ogni volta. Forse lo diceva per convincersi, per accettarlo, per sentirsi meno sola. 

Adesso stava a lui passare da quel varco; pur stando fermo, lo vedeva avvicinarsi sempre più. 

Fece l’intervento il 23 giugno, lo stesso giorno del referendum sulla Brexit. Sembrava che la stessa sorte dovesse toccare a lui, sottoposto all’incertezza delle aspettative. L’operazione andò bene e, sul momento, gli sembrò di essere a buon punto; in realtà era un punto come un altro – buono per nulla – su un segmento che non voleva terminare.

La fase delle cure adiuvanti fu la peggiore. Perse i capelli, il volto si scavò; per qualche mese ebbe le sembianze di uno scheletro condannato alla vita, ovunque fuori posto. Il suo corpo era freddo, le sue dita non riuscivano ad afferrare le cose né a maneggiare gli strumenti della musica. Il suono arrivava a lui dalle percezioni del mondo, dallo sfasamento interno, dal suo sentire intorno.

Un rumore scuro e abissale,

il canto della morte,

la nota fissa della profondità.

Si sforzava di uscire, poche ore nel parco, per non perdere l’abitudine alla luce ma appariva come l’ombra di sé stesso, una maschera inutile e provvisoria.

Al mattino si svegliava presto, assai prima dell’alba, ma rimaneva disteso. Gli arti erano intorpiditi, la mente non comandava i muscoli e nemmeno i pensieri. Si vedeva così, nella posizione di suo padre, come un cadavere. Con gli occhi chiusi, ascoltava la perdita di ogni funzionalità. Le mani pesanti, le gambe nervose, i piedi chiusi nel formicolio. Delle scosse di gelo lo sferzavano da dentro a ritmo costante, un’onda che dava tregua solo per tornare.

Il respiro, lento e faticoso, lo teneva attaccato alla vita: gli rimbombava dentro come un orologio che perdeva colpi, annunciando a suo modo che si sarebbe fermato. Si trovava a immaginare realtà sotterranee. Vermi, soprattutto: lombrichi che scavavano tunnel nella terra umida. Li percepiva sul viso e non riusciva a scrollarli, strisciavano sulla pelle senza che potesse intervenire. Passavano sugli occhi ed entravano nel naso, poi in bocca fino a farlo soffocare. Riconosceva i tratti del supplizio che lo teneva intrappolato: il sapore amaro, il nodo del vomito, la prigionia di un corpo buono a nulla. 

In quei momenti chiamava sua madre: mamma… mamma… implorava lei, che gli aveva dato la vita, perché adesso portasse la morte.

Ma la cosa peggiore era fuori, dove non c’era nessuno. 

Aveva sempre pensato di bastare a sé stesso, di soffrire la vicinanza altrui come un’invasione al proprio spazio vitale, concentrato sempre e solo sul lavoro. Adesso si trovava a desiderare il calore di una presenza, un’altra mano che toccasse la sua.

Il balsamo della premura,

il canto del conforto,

la cura.

Un giorno fu tentato di chiedere alla signora delle pulizie di rimanere a pranzo con lui. 

Alisa – così si chiamava – andava tutti i giorni dalle 10 alle 12, lasciando il cibo pronto e la tavola apparecchiata. Era una donna sulla cinquantina di origine rumena. Parlava un italiano stentato ma lui non lo sapeva, per anni si erano ignorati reciprocamente senza che nessuno dei due sentisse il bisogno di dire alcunché. 

Quando era in viaggio, le passava un compenso per non andare a lavorare e questo, agli occhi di lei, bastava a rendere il loro dialogo più che soddisfacente. 

Alisa puliva in silenzio e non si intrometteva nella sua vita privata; lui, dal canto suo, le lasciava lo spazio per muoversi in casa e mai protestava per la qualità del servizio. 

Provato dalla malattia e dalla debolezza, quel giorno si trovò a chiederle di fermarsi un’ora in più. 

Si avvicinò piano, mentre finiva di rassettare la cucina e cominciò a parlare timoroso. Non era abituato a fare certe richieste, l’andatura fiacca ne accentuava la goffaggine dei modi.

-Se vuole può mangiare con me – disse diretto.

Lei lo guardò stupita ma rispose senza indugiare. 

-Grazie ma devo andare a fare pulizie da un’altra parte, ho l’autobus tra venti minuti. 

Norfe abbassò gli occhi.

 –  Capisco.

  –  Sa… il lavoro è lavoro. 

Uscì al solito orario e lui rimase solo. Più solo di prima, semmai fosse possibile, in compagnia della risposta che aveva sempre dato e che adesso gli tornava indietro. 

Quel pomeriggio non andò al parco e non accese la tv, rimase a letto e attese il buio finché lo vide arrivare. 

-Prendimi – gli disse a notte fonda.

L’oscurità si confrontò col tempo: non era il suo momento e lo lasciò restare. 

Il fragore dello strappo,

l’abbandono,

la condanna a stonare.

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