23. Lo spazio tra gli insiemi
Aldo Balzani ebbe notizie sulla salute della dottoressa Betti prima di lei.
Da quando aveva letto il suo referto, il 27 febbraio, non faceva che pensare agli scenari che si sarebbero potuti configurare e alle conseguenze che questi avrebbero prodotto su di lui.
La data del concorso era tremendamente vicina, l’idea di sospendere la terapia lo poneva in uno stato di incertezza che rendeva opaca la strada da percorrere; con la mente tornava allo sgomento in cui si era trovato prima di conoscerla, quando aveva gli stessi sintomi di adesso ma nessuna speranza di guarire.
Guardava scorrere il tempo in attesa di scoprire che cosa sarebbe successo mentre gli incontri si svolgevano regolari, senza che da lei trapelasse alcuna distrazione.
La ammirava, per questo; ne apprezzava la forza e la bravura. Se non avesse visto con i suoi occhi il referto di sospetto carcinoma, non avrebbe mai immaginato che potesse avere qualche turbamento. Invece ce l’aveva, di questo era sicuro… nessuno sta tranquillo quando attende certi risultati. Così si arrovellava o forse sfogava in quel pensiero la sua ansia per la prova che era ormai nelle immediate vicinanze, prossima a venire.
La prospettiva di rimanere solo gli accartocciava lo stomaco e lo rendeva inquieto… che cosa avrebbe fatto se l’avessero dovuta operare? Sarebbe stata impegnata nelle analisi, avrebbe dovuto sbrigare le sue cose. Non era pronto a interrompere le sedute. Basterebbe che l’intervento fosse dopo il 20 marzo… concludeva ogni volta… a quel punto sarei libero, non avrei più bisogno del suo aiuto.
Dopo una decina di giorni, si recò di nuovo al quarto piano, nel reparto di senologia, per sapere se ci fosse qualche novità.
In ambulatorio c’era un collega che bazzicava il bar, di età simile alla sua. Gli parve un buon inizio… certi discorsi si fanno meglio tra uomini.
Entrò e si scambiarono un reciproco sorriso.
Con il lasciapassare del camice e la disinvoltura che aveva acquisito nella menzogna, Aldo raccontò di essere lì per un’amica: voleva notizie per starle vicino come lei si era raccomandata di fare.
-Certo, certo – commentò l’altro – un occhio di riguardo sostiene quanto un ansiolitico.
Lesse la cartella e descrisse il caso clinico; riferì, in anteprima, che la signora Betti aveva una diagnosi di tumore e avrebbe dovuto subire un intervento; sarebbe stata contattata presto per un nuovo appuntamento. La procedura prevedeva che fosse inserita in lista; di solito prima dell’operazione passavano un paio di mesi.
Aldo si sentì alleggerire: il concorso, per quella data, sarebbe già stato svolto; con un po’ di fortuna, non avrebbe dovuto interrompere la psicanalisi.
Ringraziò e venne via col suo personalissimo motivo per festeggiare.
Quella notte, tuttavia, dormì male. Non riusciva a prendere sonno, a distanza di un paio d’ore buttò giù due lattine di birra e un calmante per poi crollare, inutilmente, in prossimità dell’alba.
La mattina dopo, con gli occhi abbottonati e il solito bruciore di stomaco, andò a lavorare. Una compressa per dormire e una per rimanere sveglio... il bioritmo sembrava lavorare per sovvertire l’ordine delle cose, un sistema ormai completamente imbrogliato.
Nella sua testa c’era un rumore continuo da cui non riusciva a liberarsi. Sentiva brusio, a tratti stridore, aumentava col passare del tempo fino a diventare il boato di un’autostrada; prese tre pillole ma rimase lì. Quel frastuono di sottofondo divenne parte della realtà, un filtro intasato che non lasciava passare gli eventi e ributtava liquame.
Un paio di giorni dopo, lo stesso collega andò nel suo reparto. Lo vide nel corridoio mentre si guardava intorno come se cercasse qualcuno. Fece uno scatto per raggiungerlo e si accostarono di lato; la mano gli tremava, la infilò nella tasca del camice per non darlo a vedere. Era lì per lui, esibì qualche convenevole di circostanza e arrivarono al dunque.
-Riguardo all’intervento della tua amica – disse l’altro con discrezione – potrei inserirla di straforo il 20 marzo. Normalmente ci sarebbe da aspettare di più ma sai… tra colleghi ci veniamo incontro, tanto prima o poi capita a tutti.
Aldo trasalì. Il 20 marzo… proprio il 20 marzo… una data già troppo impegnativa…significava che nel periodo prima – dunque subito – sarebbe stata presa da altre cose, che non avrebbe potuto dedicarsi a lui.
Stette qualche secondo in attesa. Sentiva il baccano intorno: un rumore insopportabile, il trapano nella testa. La gente gli camminava addosso, ne avvertiva i gomiti, l’alito, i versi da umani. Aveva i loro piedi sulle scarpe, le suole inzaccherate sul camice pulito. Cercò di concentrarsi per uscire da quella situazione. Il 20 marzo non va bene… non va bene.
D’un tratto sentì un impulso malandrino, come un riflesso nudo e inaspettato.
Certo… per lei sarebbe meglio… da dove usciva quel pensiero? Gli era scappato. Aveva il suono di una voce sconosciuta. Possibile che fosse la coscienza? Pareva strano, l’aveva sempre sottaciuta.
Era la prima volta che pensava al bene altrui. La prima volta che una forza andava oltre al suo interesse e poi tornava indietro per dirigere l’azione. Fu come un lampo, l’interruttore di un circuito ignoto; usciva fuori e poi rientrava in campo, un arco di corrente in mezzo al vuoto.
-Va bene il 20 marzo – sentì sé stesso dire.
Visto dall’esterno, sembrava sincero. Invece, non aveva la minima idea del perché avesse accolto quella proposta. Doveva proprio essere ammattito perché ribadì, contro ogni logica:
– È un’ottima data, grazie davvero.
Silenzio.
Nel corridoio,
nella sua testa
e tutto intorno.
Per un attimo
l’ordine della quiete.
Che cosa era successo? Era spiazzato. Non fu abbastanza sveglio da apprezzarlo, rimase banalmente imbarazzato.
La sua volontà, in modo del tutto arbitrario, era appena venuta meno. Forse era un segno di indebolimento, una mancanza di coraggio. Oppure il rincoglionimento che capita agli anziani quando fanno le cose e non sanno il perché. Ma lui aveva quarantadue anni, doveva essere giovane.
Tornò nella sua stanza e riprese a lavorare, mentre l’affanno gli scivolava in gola. Che cosa avrebbe fatto adesso? Sarebbe riuscito a cavarsela da solo, senza il supporto della terapia? Non lo sapeva.
I giorni successivi passarono lentamente, con un pensiero fisso nella testa: la prossima seduta di psicanalisi. C’era, nel suo animo, una mescolanza di pulsioni. Certo, non avrebbe fatto cenno a quanto era successo, mai avrebbe lasciato trapelare di aver tramato per anticipare l’intervento; tuttavia, sentiva il bisogno di vederla per capire come stava e, soprattutto, come sarebbe stato lui.
Per due volte l’appuntamento saltò, la segretaria del Vincere Medusa lo chiamò per spostarlo nonostante fosse fissato nello studio a casa. La distanza del tempo andava di pari passo con la lontananza tra loro e, insieme, a quella tra le parole.
In quelle sere, più che mai, non riusciva ad addormentarsi, al buio si perdeva in ragionamenti che non aveva mai fatto. Più profondi, forse; indubbiamente più sinceri e questo era certamente grazie a lei. Che cosa mi manca per star bene? Sentiva l’inquietudine di vivere, formulava ipotesi che rimanevano irrisolte come i sudoku che teneva sul comodino.
Quando finalmente si rividero, gli eventi di entrambi erano ormai prossimi a venire.
-Le chiedo scusa per i cambiamenti dell’ultimo periodo – gli disse quando si misero seduti. Probabilmente si voleva giustificare.
Fu colto da un’inedita forma di empatia, gli parve di soffrire un poco insieme a lei.
-Non si preoccupi, capita a tutti di assentarsi di tanto in tanto.
Lei colse la palla al balzo e anticipò quello che già sapeva: comunicò, minimizzando, che avrebbero sospeso le sedute a causa di un piccolo intervento di routine.
Dunque, era giunto il momento del distacco, la dottoressa lo lasciava lì. Quell’ora proseguì senza alti e bassi, come un pezzo di strada sterrata. Ciascuno aveva sotto i piedi i ciottoli che rendevano l’equilibrio instabile, piccoli e grandi sassi che doveva attraversare per arrivare oltre, visto che dov’era non poteva stare.
A un certo punto, quasi senza rendersene conto, tirò fuori la domanda che si poneva in quelle sere, su ciò che maggiormente gli mancava.
La prese larga, senza dare spiegazioni, come se nemmeno parlasse di sé.
-Secondo lei l’ottimismo e la speranza sono la stessa cosa? – lasciò cadere.
Lei ascoltò, senza sorprendersi. Non si stupiva mai per le domande; per questo, a volte, gli aveva fatto rabbia: non era mai riuscito a impressionarla.
Rispose con sicurezza, dopo averci pensato.
-L’insieme della speranza è più grande, contiene l’ottimismo.
Aldo si immaginò i due cerchi. Erano l’uno dentro l’altro; in mezzo uno spazio imprecisato.
-Significa che si può avere speranza senza essere ottimisti? – chiese per riempirlo.
-Sì.
-Quando succede?
Chiara chiuse gli occhi e vide Rocco. Avvertì, chiari, la fatica di vivere, lo squilibrio, il bisogno di cure. Eppure, le sapeva stare accanto, offriva la sua spalla per aiutare lei. Ebbe il sentore di una luce, un bagliore piccolo e lontano che, pur nella distanza, emanava calore.
-Succede quando, nonostante tutto, c’è qualcosa che ci fa andare avanti, che ci sa confortare.
Aldo cercò dentro di sé. Non trovò nulla: nessun gancio, nessun sorriso, nessuna carezza di consolazione. Il buio governava ogni ordinamento; non c’era alcun motivo per sperare.



