19. Lo strappo della rete

Emilio guardò l’orologio: ancora pochi minuti e l’autobus sarebbe passato. Il 20 marzo era appena cominciato, l’aria era fredda e la nebbia nascondeva il fondo delle strade.  

Nonostante fossero le 6 del mattino, la fermata della Linea Q era piuttosto affollata. 

Piccoli e grandi gruppi di persone andavano all’aeroporto, diretti chissà dove. 

Qualcuno viaggiava da solo, proprio come lui. Forse per motivi di lavoro, per sbrigare qualche pratica o semplicemente per tornare a casa e allora – si sorprendeva sempre per l’ovvietà di questa osservazione – cambiavano completamente i punti di vista: quella che, per uno, era una zona familiare, per l’altro era un qualsiasi punto di passaggio. 

C’è qualcosa di stregato nel modo in cui lo sguardo modifica l’oggettività del posto, un tragitto in centro può risultare fastidioso mentre la più anonima delle vie ha il potere di riscaldare l’animo – addirittura produrre effetti di consolazione – mossa dal filo dei ricordi. Anche le abitudini trasformano lo spazio: a forza di percorrerlo, lo scenario entra negli occhi e diventa ordinario. Non chiede più d’essere giudicato, non pretende d’esser diverso. Si sedimenta dentro di noi fino a divenire un’estensione della vista, dell’olfatto, del peso sul suolo. 

Forse le abitudini sono esse stesse luoghi – gli venne da pensare – posti in cui si torna per tranquillità, con la certezza di trovare quel che c’è.

Si soffermò a guardare le persone intorno. Accanto a lui c’era una coppia sulla quarantina, l’uomo aveva il fisico appesantito e l’espressione contrariata, come se gli scocciasse d’esser lì; la donna era immersa nello smartphone e ogni tanto digitava qualcosa. Poco più in là, i genitori di un bimbo che dormiva nel passeggino e due suore di mezza età, con qualche ciuffo di capelli grigi che usciva dal soggolo. Le loro valigie si mescolavano a quelle degli altri, sparse su tutto il marciapiede.

Quella fila di bagagli attivò l’interruttore della sua memoria. Succedeva sempre quando il numero dei passeggeri varcava la soglia dell’affollamento e si trovava in mezzo a tanta gente. Dal giorno della strage di Bologna – ormai quarantasei anni prima – l’idea della partenza era incastrata in una spirale di immagini e di rumori che di colpo gli sequestravano l’attenzione e lo riportavano lì, dove tutto era precipitato. 

Uno strano senso di precarietà gli si era appiccicato addosso e lo spingeva a guardare la scena con l’assurda prospettiva dello scoppio imminente. Era come se l’imprevisto dovesse arrivare da un momento all’altro e, da un momento all’altro, ci fosse da scappare.

Va tutto bene… aveva imparato a dire per tranquillizzarsi… va tutto bene.

I fari dell’autobus interruppero i suoi pensieri; i passeggeri si misero in fila per salire sulla vettura, già abbastanza accalcata. Una volta dentro, si ritrovò ancora accanto alla coppia, così come erano sul marciapiede. 

L’uomo, andato su un po’ prima, gli lasciò il posto a sedere. 

-Molto gentile, grazie – si accomodò vicino alla donna. Lei quasi non se ne accorse, fece un sorriso di circostanza e si voltò verso il finestrino.

Era tra i due, schiacciato tra la stazza di lui – in equilibrio per non andargli addosso – e la figura contenuta di lei, con i borsoni sulle gambe. Stranamente, non ebbe la sensazione di separarli. 

Sembrava, anzi, che lo spazio fosse già diviso e lo ospitasse in una terra di nessuno, fuori dai confini di entrambi. 

Le onde dei loro corpi, semmai qualcuno avesse potuto vederle, non si sovrapponevano, non si mescolavano. Al contrario, c’era nell’aria un’impalpabile forza di respingimento.

Chissà cosa è successo… forse hanno litigato. 

Gli venne in mente quello che era accaduto a lui e a Margherita, più o meno alla loro età. Si erano ripresi in parte – grazie al tempo – tornando a una stabilità mai spensierata. In una certa misura ne era responsabile, anche se non l’aveva mai ammesso. La paura di sapere aveva lasciato vuoto lo spazio destinato alle parole e quella cavità, come una grotta sotterranea, era diventata un punto di fragilità, una zona in cui il terreno conservava la memoria di cadere.

Le parole sono reti.

Congiungono punti di vista differenti,

resistono sui nodi dei legami;

si allungano attorno al peso dei problemi.

Saperle tessere, però, non è da tutti,

lo sanno bene i ragni e i pescatori.

Emilio aveva un altro tipo di attitudine. Come un carpentiere – nonostante il suo lavoro fosse fare il giornalista – cercava la solidità delle strutture. A ogni genere di sistema, che fosse fisico o solo del pensiero, chiedeva prima di tutto la stabilità. Era attratto dall’appoggio resistente, dal materiale duro, dall’assenza di elementi di rottura; gli piacevano le stanze sgombre, gli armadi organizzati, le scarpe su misura. Cercava l’ordine nella sua testa e lo riversava nelle cose intorno, trovando nella norma la rassicurazione del controllo.

Le abitudini gli davano un metodo e una serenità, la loro pratica lo rendeva quieto, in pace con sé stesso. Tutti i giorni tirava su le tapparelle fino alla stessa altezza; amava rispettare le ricette al grammo – modificarle era inopportuno – e disponeva i bicchieri nel mobile in ordine di capienza: i più grandi dietro, i più stretti davanti.  Ogni volta così, senza sentire il bisogno di cambiare e senza mai lasciarsi andare al caso. 

Margherita era diversa, per lei l’ordine era un accessorio rinunciabile. La sua scrivania – era giornalista anche lei – si presentava come un ammonticchiarsi di fogli, penne, occhiali, riviste e tutto quello che, passando di lì, aveva trovato un rifugio sicuro. 

In quello scompiglio affastellato, sapeva recuperare tutto. Con la mente andava avanti e indietro secondo una gerarchia che cambiava di continuo e, di continuo, si adattava a ciò che subentrava. Gli articoli, i gruppi di lavoro, il volontariato al Circolo… riusciva a incastrare ogni cosa lasciando che ogni cosa si incastrasse da sé.

Nonostante la diversità dei loro caratteri – o forse proprio per quello – le cose erano andate bene fino alla nascita del primo figlio, Paolo, seguito poco dopo da Martina. 

I bimbi, da un tempo imprecisato, portano nelle case un tasso di instabilità: una tempesta d’amore che ruba l’energia della coppia e la incanala su di loro, lasciando poco spazio per il resto. 

D’un tratto si perdono le serate con gli amici, le rassegne al cinema, i dibattiti su quel che accade intorno. Tutto è rivolto a quei piccoli esseri indifesi – capacissimi però di dominare – nello sforzo di prevenire ogni bisogno. Dal momento del primo pianto, i fagottini a spruzzo acquisiscono il diritto di comando e anche quello del telecomando, fino a ogni pulsante della cabina di regia.  

Accadde così anche in casa loro, con l’arrivo di Paolino. Si adattarono, come tutti i genitori, a quei ritmi innaturali e schiavizzanti, drogati da chissà quale sostanza dell’innamoramento.

In quel frastuono delocalizzato, smisero di cercarsi e di scambiarsi le opinioni sul mondo. Non più telegiornali visti insieme, non più articoli sottolineati dalla matita di entrambi con i commenti a lato della pagina, non più spesa fatta sottobraccio, col carrello vuoto, a parlar di surgelati rincarati. Ogni giorno era una corsa per la sopravvivenza con l’unico scopo di arrivare, sani e salvi, al momento di dormire. 

Con la nascita di Martina, trenta mesi dopo, l’ultima riserva di equilibrio andò a farsi benedire.

I primi anni in quattro furono di fuoco finché, tutto d’un tratto, i bimbi divennero abbastanza grandi per andare a scuola.

Emilio e Margerita poterono tornare a una vita lavorativa piena: ripresero i convegni, le rassegne stampa e i viaggi da inviati, scrupolosamente programmati in modo da non assentarsi contemporaneamente. Non recuperarono, però, l’antica abitudine di parlare: la rete che li univa rimase strappata.

Nel 2001, un evento catastrofico modificò ancora la situazione. Era il primo pomeriggio di un martedì di settembre ed Emilio si trovava, come gli altri giorni, alla redazione del Resto del Carlino, dove dirigeva l’editoriale di affari esteri. Margherita era a casa e lavorava su un articolo di politica interna che sarebbe uscito l’indomani sul Corriere. La collaborazione da freelance le dava libertà nell’organizzazione degli orari e flessibilità nella gestione dei figli anche se spesso, a forza di elasticità, si ritrovava a lavorare dopo cena. 

Di colpo i telefoni di entrambi cominciarono a squillare, in un attimo accesero la tv. 

La notizia risuonava su tutte le reti: a New York, due aerei di linea erano stati dirottati contro le torri gemelle del Word Trade Center, mentre un terzo aereo si era abbattuto sul Pentagono e un quarto volo sembrava diretto verso la Casa Bianca. 

Scorrevano a video le immagini di una torre con la parte superiore in fumo – sembrava un cerino, così alta e stretta – e dell’altra, subito dietro, trafitta dal velivolo.

La nube incandescente, i grattacieli segati e sbriciolati fino a collassare… la scena era così incredibile da apparire irreale. Per la prima volta nella storia del mondo, l’Umanità intera guardava in diretta l’evolversi di una tragedia smisurata.

In pochi secondi, insieme alle torri, si frantumò la certezza di un’America imbattibile e dell’egemonia del modello occidentale. Il pensiero di tutti ruotava tra la spettacolarità dell’evento e la consapevolezza – ingoiata per non riuscire a immaginare il peggio – delle persone che erano dentro, inabissate nel vuoto.

Emilio e Margherita furono scossi in risonanza. Il dramma del momento, enorme e inaspettato, portava con sé il richiamo – impossibile da evitare – all’attentato che avevano già vissuto.

Il fumo, 

le urla,

 la polvere di detriti.

Il terrore dei presenti, 

il sangue degli innocenti,

l’inferno dei feriti.

Erano passati da tutto questo e adesso lo vedevano scorrere sullo schermo, di nuovo davanti ai loro occhi.

Ebbero l’istinto di telefonarsi per sapere come andava; in qualche modo, forse, per trovarsi ancora, come era successo la prima volta.

-Dove sono i bambini? – chiese lui. Eppure, la tragedia era lontana: non c’era alcun rischio per loro. Ma la testa di Emilio era andata per conto suo e Margherita vi riconobbe la sua identica reazione: anche lei, nell’incertezza del momento, aveva avuto l’impulso di cercarli, di radunarli a sé. 

-A scuola, tra poco vado a prenderli.

-Tu come stai?

-Scossa. E tu?

-Idem. Non avrei mai immaginato di vedere una cosa simile nella mia vita. Qui è tutto un gran casino, torno sicuramente tardi.

-Ok, a stasera.

Riagganciarono e ripresero la loro attività, diventata improvvisamente frenetica.

Quando si videro era buio da un po’, nonostante le giornate ancora lunghe dell’estate.

Lei e i bimbi avevano già mangiato, lui trovò la tavola apparecchiata e la cena da riscaldare. 

Il tempo di mettersi seduto e presero, insieme, la parola. Esordirono nello stesso momento, quasi aspettando di tirar fuori quel che era già sul punto di uscire.

-Volevo dirti… – le voci si sovrapposero.

-Prima tu – la fece passare.

-Mi hanno chiamato dal Der Spiegel.

-Il Der Spiegel?

-Si, ho lavorato anche per loro nell’ultimo anno, ricordi?

-Si, sì, certo… ricordo.

-Vogliono che vada a New York, stanno facendo un gruppo internazionale per raccogliere testimonianze nei vari quartieri della città. 

-Immagino che tu voglia andare…

-Mi piacerebbe. Solo che starei via almeno un mese… devo dargli la risposta domani mattina.

Emilio rimase in silenzio. 

-Tu che cosa volevi dirmi? – riprese lei.

-Più o meno la stessa cosa, anche a me hanno chiesto di partire per New York.

-E adesso che facciamo?

Ancora silenzio

-Vai tu – disse alla fine lui – io ho già il mio posto fisso, per te è una buona occasione di crescita. 

-E i bimbi?

-Staranno benissimo, ti sentiranno al telefono e capiranno che sei lì per un motivo importante. 

-Pensi di farcela da solo?

-Sì, aumenterò le ore della baby-sitter… un mese corre via alla svelta, neanche il tempo di accorgersi ed è già passato.

Margerita sorrise. Fu quella, forse, l’ultima volta in cui il suo sguardo rivelò tutto quel che aveva dentro. Lo abbracciò, come si fa con le persone care, con la riconoscenza di chi ha avuto un’occasione al caro prezzo della rinuncia altrui.

Partì due giorni dopo con la macchina fotografica, il registratore e il taccuino per gli appunti. Pochi vestiti da lavare lì, scarpe da ginnastica e un abito vagamente elegante, nel caso ci fosse stato qualche incontro più formale. Il necessario per restare un mese, preciso per il lavoro che andava a svolgere.

Emilio e i bimbi l’accompagnarono all’aeroporto, alzarono la mano in lontananza mentre entrava nella zona d’imbarco… ciao mamma… saremo bravi!

Lei ricambiò sbracciandosi… vi voglio bene amori miei… si commosse per lasciarli così a lungo, come non aveva fatto mai.

La prima settimana passò in fretta, come un elemento di grande novità. Emilio li portò al Parco delle Caprette e invitò qualche amico per giocare, districandosi tra la casa e i servizi in redazione. Margherita chiamava tutti i giorni prima che andassero a dormire per dare la buona notte. 

Appena sveglia penserò a voi… diceva ogni sera, intanto il tempo passava. 

Andò così anche la seconda settimana e poi la terza, fino a intravedere la fine. 

Due giorni prima del rientro, chiamò alle dieci di mattina. Era un orario insolito, in cui i bambini erano a scuola. Emilio fece un rapido conto sul fuso orario: da lei erano le quattro di notte. 

Come mai a quest’ora? – chiese per prima cosa.

Ho una novità – disse lei senza tergiversare – dovrei rimanere ancora qui.

Gli suonò strano… possibile che si accorgesse solo adesso che il lavoro non era finito? Non disse nulla, la comunicazione a distanza era già abbastanza complicata, insinuare avrebbe solo peggiorato le cose. In fin dei conti, Margerita era disordinata, poteva darsi che non avesse realizzato di aver bisogno di più tempo.

-Per quanto ancora? – domandò soltanto. 

-Quindici giorni.

-Va bene. 

-Lo dici tu ai bambini?

Altra esitazione. Sarebbe stato giusto che lo facesse lei

-Ok.

-Grazie. Allora vado.

-Ma senti… perché non sei a letto? 

Clic

Troppo tardi, aveva riagganciato.

Così passarono anche quelle due settimane, che a forza di aspettare divennero tre.

Rientrò in Italia il 5 Novembre, in tempo per il compleanno di Martina. 

Quando la rividero, all’aeroporto, aveva un viso diverso. Sembrava più magra… forse era solo stanca. Chissà quante deposizioni orribili ha sentito… Emilio le prese la valigia e la guardò mentre stringeva i bambini. Abbracciò anche lui… sì, era indubbiamente dimagrita.

A casa, avevano preparato una torta e uno striscione per festeggiare. 

Bentornata – c’era scritto – con il disegno di una famiglia che si teneva per mano. 

Entrando increspò la bocca.

Un sorriso accennato, poco più che impersonale; senza mostrare i denti né la gola, la curva di un segmento orizzontale.

Si voltarono verso di lei.

-È il più bel manifesto che abbia mai visto – disse con apprezzamento.

I bimbi gioirono,

Emilio esitò.

Nulla sembrava normale.

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