3. Le parole di Chiara
Appena finita la seduta, Chiara Betti accompagnò il suo paziente all’uscita.
-A giovedì – disse concisa.
-A giovedì.
Chiuse la porta dello studio e fece un respiro profondo. Aveva terminato a fatica l’incontro sforzandosi di ritrovare la concentrazione necessaria all’ascolto ma la sua mente aveva vagato per tutto il tempo resistendo alle redini del controllo; come un vortice aveva girato intorno a un unico punto fisso senza riuscire a mollare la presa.
Adesso era sola e poteva finalmente occuparsi di quello che stava accadendo in casa. Prese le chiavi, si tirò dietro la porta dello studio e aprì quella dell’abitazione. Fu avvolta dal silenzio, la musica a tutto volume di un quarto d’ora prima sembrava svanita nel nulla, affogata nelle cause che avevano generato il bisogno di esplosione.
Le fluttuazioni, d’altronde, non erano una novità: il brusco alternarsi di alti e bassi aveva caratterizzato quella vicenda da subito, diffuso al punto di diventare parte integrante della storia. Rocco era in casa, ne era sicura; se fosse uscito l’avrebbe sentito. Invece non c’erano stati rumori di passi né porte che si chiudevano: era da qualche parte tra quelle mura.
Si addentrò nell’appartamento.
La cucina, uno sguardo al salotto, un picchio alla porta del bagno. Nessuna risposta.
Conosceva bene la sensazione di quella calma apparente, l’immersione nell’aria che attutiva i rumori dell’esterno e allungava l’attesa fino all’accertamento della crisi. Si presentava negli stati di passaggio e richiedeva la delicatezza del risveglio, un approccio arginante e distensivo che permettesse di varcare il ponte tra i ricordi del passato e l’emozione del presente. Per emergere dalla coscienza più nascosta, per uscire dall’apnea.
Arrivò alla camera da letto e aprì lentamente la porta, intenta a non fare rumore. Rocco era in terra, aggomitolato ai piedi del letto. Teneva il pollice in bocca, come un bambino che voleva calmare la paura. Gli andò vicino e si sedette sul pavimento; gli sollevò la testa e se la mise sulle gambe.
-Vieni qui – disse con dolcezza.
Aveva i muscoli contratti e il respiro affannato. Si lamentava e intanto mormorava parlando tra sé.
-Non ce la faccio… non ce la faccio.
-Non ci pensare adesso, abbiamo ancora tempo. Vedrai… affronteremo tutto.
Gli mise le dita tra i capelli e cominciò a carezzarlo. A poco a poco, il calore della mano sciolse le contratture della fronte.
Lo guardava, mentre la sua espressione tornava normale. Non poté fare a meno di notare, ancora una volta, quanto fosse bello il suo viso nella quiete. Nonostante l’età, ormai oltre la cinquantina, conservava i tratti armoniosi di un uomo gentile. La bocca, le sopracciglia sagomate e l’incavo degli occhi; la sua fisionomia evocava la compostezza di un equilibrio innato, rovinato unicamente dalla vicinanza a sé stesso.
L’uomo che aveva davanti, con i suoi caratteri mutevoli e la sua instabilità permanente, generava in Chiara una miscela di sensazioni che inondava ogni cosa; era estasi e tormento, conforto e avvilimento, il taglio della ferita insieme al miracolo di sutura. Da quando era arrivato nella sua vita, l’intero sistema di riferimento era stato stravolto, accartocciato e girato come il cordone di una fune, poi di nuovo steso e restituito con un nodo diverso.
Tutto era cominciato un anno prima, in un giorno di nebbia.
Come tutti i lunedì, si trovava nel centro Vincere Medusa, dove lavorava come psicanalista e come consulente di ricerca. Era pomeriggio e aveva appena finito la seduta con una paziente che combatteva col trauma di una malattia arrivata all’improvviso.
Alla scrivania, leggeva gli appunti e riordinava i pensieri. Aveva l’abitudine di annotare sul bordo della pagina delle osservazioni che le consentissero di individuare una strada da percorrere, dei riferimenti su cui fermarsi per poi procedere e scavare. Erano sigle, poche lettere capaci di generare grandi domande sui motivi di un disagio che veniva fuori poco alla volta tra le parole della paziente.
N.d… Non detto; C.v… Cambio di voce; Rip… ripetuto; Rip+… ripetuto più volte.
Stava per mettere un po’ di musica di sottofondo, come faceva di solito per allentare la tensione dell’ascolto, quando sentì bussare alla porta.
-Toc, toc…
Riconobbe il tocco leggero di Sofia, la sua stagista.
-Posso?
Sofia fece un passo in avanti e accostò la porta. Cominciò a parlare prima che Chiara desse il cenno d’assenso.
-C’è un uomo di là. È arrivato senza appuntamento e pare che abbia un problema serio.
-Che genere di problema?
-Dice che soffoca, che non riesce a respirare. Potrebbe essere una crisi di panico.
Chiara ripose la penna e la seguì nell’altra stanza.
L’uomo era seduto in fondo, vicino alla finestra. Muoveva una gamba ossessivamente e intanto si toccava il collo con entrambe le mani.
-Buon giorno, sono Chiara Betti – disse avvicinandosi.
Lui sollevò la testa per guardarla.
Era pallido e impaurito. Aveva i capelli ordinati e il viso curato, non sembrava un disperato di passaggio. Dette un colpo di tosse e si strinse il collo per accentuare il disagio.
Aveva un anello, una fascia d’oro con un topazio al centro. Anche gli occhi erano azzurri, quasi dello stesso colore, trasparenti e vitrei.
-Mi manca l’aria, non riesco a deglutire.
-È la prima volta che ha questo disturbo?
-No, succede spesso.
Tossì più forte. Poi fece una smorfia di dolore piegando il collo per cercare una posizione di conforto.
-Adesso vediamo come possiamo aiutarla. Che cosa stava facendo quando ha cominciato a sentirsi male?
-Come?
-Prima di venire qui. Era a casa? Dove si trovava?
-A lavoro. Non riuscivo a concentrarmi.
-Come mai?
-Il silenzio. C’era silenzio. Riempiva tutto. Avevo freddo.
Si mise le braccia intorno al corpo, stringendosi addosso i vestiti. Il suo viso cambiò espressione e prese a battere leggermente i denti.
-C’era qualcuno con lei?
-Nessuno.
Quello che accadde dopo fu talmente veloce che, più tardi, dovette ripensarci più volte, sbobinando i ricordi al rallentatore. L’uomo prese a singhiozzare. Prima piano, in un lamento sottaciuto. Poi sempre più forte, fino a essere inglobato dal suo stesso pianto. La voce cambiò improvvisamente di tono.
-Ero solo, non arrivava nessuno. Ogni tanto, i passi da lontano e la luce sotto la porta. Zuesse… zuesse. La ciotola, avevo paura. Paura…sì, ho paura. Conto sempre… conto fino a mille. Poi ricomincio, conto ancora. Ma il muro è umido, non so dove appoggiarmi. Davvero, non lo so.
Lo osservava con attenzione. Di cosa stava parlando? L’ emotività stava evidentemente prendendo il sopravvento su di lui, trascinata da un flusso troppo veloce. Non c’era alcun argine a contenere le associazioni di pensiero, probabilmente di lì a poco sarebbe straripato in una manifestazione irruenta. Qualsiasi cosa stesse succedendo nella testa di quell’uomo, andava attutita e ripresa più avanti, con calma.
-Stia tranquillo, ora è al sicuro. I passi non ci sono più.
Silenzio.
-Non ci sono più – ripeté lui.
-No, non ci sono più.
Quella frase, ribadita da entrambi, ebbe il potere di fermare la piena.
L’uomo con l’anello si mise le mani sulla faccia e tra i capelli, riponendo in un gesto la descrizione di quel rallentamento improvviso. Sofia, da dietro, fece un sospiro di sollievo. Assisteva in silenzio e con lo sguardo catturava ogni cosa. I toni, i gesti, la prossemica delle parti. Nutriva una grande stima per la sua tutor, famosa nel settore per i suoi successi con la Terapia della Parola. L’episodio appena accaduto era un ulteriore conferma della sua bravura: in pochi minuti aveva intercettato un punto nevralgico nelle associazioni dell’uomo e aveva impedito che montassero, fermando una valanga. Con grande professionalità, aveva dato un esempio di come si potesse gestire una situazione imprevista utilizzando la voce come strumento di cura.
La Betti riprese il controllo della scena.
-Vuole un bicchiere d’acqua?
-Sì.
Gli dette da bere e aspettò che tornasse la quiete.
-Mi perdoni – disse lui quando si fu ripreso – adesso sto meglio.
Si alzò e fece per andarsene.
-Non c’è niente da farsi perdonare, siamo qui per i casi come il suo. Immagino che conosca già il nostro Centro, dato che è arrivato qui…
-Sì, vi ho visti qualche volta in televisione.
-Se vuole può tornare.
Fissarono un primo appuntamento per il venerdì successivo, in attesa di decidere che fare. Chiara apprese, in quella circostanza, che si chiamava Rocco Zanieri. Appuntò il nome sull’agenda e tornò a occuparsi di lui. Quando fu sicura che si fosse ripreso, lo accompagnò all’uscita e rientrò nella sua stanza.
Passò il resto del pomeriggio tra i pensieri, con la strana sensazione di aver vissuto un’esperienza di contatto con qualcosa. Faceva fatica a barcamenarsi tra le spigolature del disagio a cui aveva assistito e gli effetti che quel malessere aveva prodotto su di lei. Lo sguardo impaurito, i gesti della sofferenza, l’anello col topazio. Gli elementi che aveva colto, invece di collimare, aprivano a uno spazio sconosciuto in cui desiderava di entrare. Non aveva mai incontrato contraddizioni così esplicite in un paziente e aveva bisogno di analizzarle, trovare il legame tra tutti gli aspetti per individuare una forma di coerenza.
Tornata a casa, cenò e si recò nello studio. Quello era l’ambiente in cui si concentrava di più, tra le pareti che assorbivano i pensieri. Prese un blocco e si accomodò sulla poltrona, lo aprì e tirò una riga verticale, per dividere il foglio in due parti. Poi avvolse il nastro dei ricordi e rivide tutto da capo. Erano passate poche ore, le immagini erano ancora vivide nella sua testa.
Sofia era venuta a chiamarla e insieme erano andate nella stanza della prima accoglienza.
Ripartì da lì, dalla figura di quell’uomo in controluce; le mani al collo, la gamba che tremava.
Si era avvicinata e lui l’aveva guardata per descrivere il sintomo del suo disturbo. Riportò questi eventi sulla colonna di sinistra. A destra, in corrispondenza:
Sguardo, paura.
Aveva detto che arrivava dal lavoro e che non riusciva a tener viva l’attenzione.
Solitudine.
Freddo.
Poi un cambio di registro, il tono si era trasformato. Sembrava che la sua mente fosse entrata in un contesto diverso che riusciva a descrivere solo in modo caotico. Una parola incomprensibile, ripetuta due volte. Che parola era?
Paura +.
Freddo +.
Non riusciva a ricordare i suoi occhi in quel momento. Parlava concitatamente, diceva che contava, che contava fino a mille. E poi il tempo… il tempo verbale: era diventato presente.
Non poteva essere un caso, doveva fermarsi lì.
Sminuire quel passaggio avrebbe significato rinnegare le sue convinzioni sulla natura delle parole. Le parole sono ganci per le idee e afferrano pezzi di realtà. Quante volte Chiara Betti aveva riflettuto sul potere che sprigionano. Racchiudono e propagano, graffiano e carezzano, occasionalmente resuscitano; sono forbici che recidono e unguenti che donano sollievo. Scintille su pensieri offuscati, guidano il nostro modo di sentire. Pesano senza pesare, restano senza restare. Chiara Betti sapeva bene che doveva seguire il loro percorso perché trovarle avrebbe consentito di tirare il filo delle cause e delle concatenazioni emotive fino a farlo uscire dalla grotta dell’inconscio.
Quel cambiamento del tempo verbale era da subito stato una spia, con quell’indizio aveva recepito lo stato d’allerta ed era intervenuta.
Transfert?
Fece una pausa. Per il momento poteva arrivare fino a lì, non c’era altro da aggiungere.
Posizionò la penna sotto le cose scritte per fare il punto della descrizione.
Per quanto avesse ricostruito tutto, tutto appariva da costruire.
Cenò e andò a letto, soddisfatta a metà. Sognò di trovarsi in un campo assolato, in cerca di una zona d’ombra. Aveva sete ma non riusciva ad aprire la bottiglia, nel tentativo le cadde dalle mani. Tra i pezzi di vetro, vide l’anello col topazio. Si svegliò nel momento in cui cercava di prenderlo, col busto piegato in avanti e il sole che le batteva addosso, senza pietà.
Era evidente che quell’anello l’avesse colpita; il suo inconscio gli attribuiva un significato. Ma quale? Non lo sapeva ancora.
I giorni a seguire passarono veloci, come passa ogni cosa. Quando arrivò venerdì si predispose all’ascolto. Era una cosa che faceva prima di ogni seduta, svuotare la mente per accogliere il percorso delle parole altrui. Quella volta lo fece a maggior ragione, lasciando libero tutto lo spazio di cui disponeva. Fin dalle prime ore della mattina, fece degli esercizi di respirazione e mise in atto qualche pratica di rilassamento.
Quando Rocco Zanieri arrivò, aveva tutt’altra espressione rispetto alla volta precedente.
Salutò rispettoso e si mosse con disinvoltura tra le stanze del Centro. Aveva lo sguardo gentile e sereno, nulla a che vedere con l’uomo che era entrato in quegli ambienti solo qualche giorno prima.
-Mi fa piacere vedere che sta meglio – Chiara iniziò la seduta.
-Meglio, sì.
Quel cambiamento, così netto e inverosimile, destò in lei un certo stato di allerta. Decise di non forzare la mano e di seguirlo sulla strada del momento, dove adesso si trovava.
Lo lasciò libero di parlare e di scegliere un punto di partenza che lo mettesse a proprio agio.
Lui cominciò dalla sua età e dalla sua professione. Aveva 52 anni ed era titolare di una grande azienda di dolciumi, una ditta appartenente alla sua famiglia da diverse generazioni e ormai aperta al mercato internazionale.
-Sa… i torroncini Zanieri… forse li conosce.
Lei sorrise.
Per tutto il tempo, la sua voce fu estremamente piacevole da ascoltare. Mostrò cultura per le cose del mondo e ironia nella formulazione dei propri giudizi. Amante della musica e dell’arte, si rivelò essere un uomo di spessore e di grande sensibilità. Aprì una parentesi su Norfe Canè, il famoso direttore d’orchestra che era nato in una casa non lontana dalla sua, anche se non l’aveva mai conosciuto per via della differenza d’età. A primavera avrebbe fatto l’ultimo concerto a Roma e gli sarebbe piaciuto andare. Si perse in qualche considerazione sulla musica in generale e poi seppe riprendere il filo, senza mai appesantire il discorso.
Sembrava così autentico… così sincero… Chiara si chiese più volte se fosse davvero la stessa persona che aveva visto lunedì e se fosse consapevole di essersi presentato con una modalità tanto differente. Possibile che l’avesse rimosso?
Alla fine della seduta, lui propose un nuovo appuntamento, dando per scontato che avrebbero ripreso il discorso.
-Ci vediamo lunedì?
Lei guardò l’agenda e confermò:
-Va bene, la inserisco a fine serata. Venga alle 18,30.
Si salutarono e tutto, incredibilmente, prese una parvenza di normalità. Ma durò poco, davvero molto poco. Così poco che, ripensandoci, quel tempo sembrò quasi non essere trascorso.
Dopo aver riordinato gli appunti, Chiara Betti si infilò la giacca e uscì per tornare a casa.
Decise di prendere l’autobus: tirava vento, era tardi e non aveva voglia di camminare.
Andò verso Piazza San Francesco e si mise ad aspettare, quando la sua attenzione fu attratta da qualcosa.
Voci, prima di tutto. Il bisbiglio di due donne che, vicino a lei, si scambiavano confidenze.
-È parecchio strano – diceva la prima.
-Con tutti i soldi che hanno non sono riusciti a curarlo. E sì che ne hanno spesi… mio cognato me lo dice sempre, lavora alla Zanieri da diciotto anni.
-Che sciagura per una famiglia così! L’hai visto adesso? Sembrava drogato.
Quelle parole arrivarono all’orecchio di Chiara con la precisione di un dardo.
Il suo pensiero andò subito a Rocco. “Adesso”, ripeté tra sé. Che significava “sembrava drogato adesso”? L’aveva lasciato poco prima e stava bene, che cosa era successo nel frattempo? Si guardò intorno e prese a camminare veloce, con l’istinto di raggiungerlo. Girò l’angolo in via Marconi, poi tornò indietro e procedette dalla parte opposta finché vide un capannello di persone.
Si fece largo, certa di trovarlo.
Al centro, l’uomo era disteso in terra in posizione fetale.
Si avvicinò e si chinò su di lui.
-Che succede Rocco? Sono Chiara Betti. Mi riconosce?
-Non ci riesco, non ci riesco…
-Stia tranquillo. Adesso proviamo a calmarci. Chi è che le da noia?
-L’uomo col cappuccio. Non lo riconosco. Zuesse… zuesse… so solo questo. E conto, conto fino a mille e poi ricomincio. Il muro è umido… Dio sa se è umido.
Ancora quella parola sconosciuta, ancora quella dichiarazione di incapacità a fare qualcosa e la sensazione di freddo descritta attraverso l’umidità del muro.
-È andato via. – le venne di dire – Non è solo, Rocco; adesso ci sono io.
Si fece portare dell’acqua dalle persone intorno e gli dette da bere, poi lentamente ripresero il dialogo con le coordinate spazio-temporali che Bologna offriva in quel momento ai presenti: piazza Malpighi, ore19:30.
Quando vide che era tornato in sé, Chiara insistette perché chiamasse qualcuno che lo venisse a prendere. Dopo che lui se ne fu andato, accompagnato da un autista in divisa, lei entrò in un bar e ordinò un tè, giusto per potersi sedere.
C’era qualcosa che la turbava, in effetti. Si sentiva stordita e partecipe, ingiustificatamente partecipe. Risentiva le proprie parole come se fossero state pronunciate da qualcun altro.Adesso ci sono io, aveva detto. Perché l’aveva fatto? Non era mai successo prima e certamente non era richiesto dalla sua professione. Ogni paziente lascia all’analista qualcosa di sé, si ripeteva. Ogni paziente ha bisogno di essere compreso. Chiara Betti riconobbe, in sé, una forma accentuata e inconsueta di sofferenza, una perturbazione emotiva che sfociava nel desiderio di condividere il dolore di Rocco Zanieri. Ravvisò la spinta a un gesto fisico, qualcosa che andasse oltre l’ascolto. Abbracciarlo, sì. Quello era l’istinto che provava. Giungere a quella parola la fece trasalire. Non le era mai successo di provare quella smania d’aiuto, come mai la sentiva adesso?
L’abbraccio è un gesto intimo tra due persone, qualcosa che le lega. Siamo legati, noi?
Ripensò a lui, mentre con la mano ruotava il manico del cucchiaino.
Sguardo.
Sguardo che parla.
Sguardo che urla.
L’urlo del suo sguardo chiede attenzione. Il suo sguardo dice qualcosa.
Con la mente scandagliò decine di verbi, provando la sensazione ora di avvicinarsi e ora di allontanarsi dal concetto che voleva descrivere, senza riuscire a catturarlo.
Le venne in mente la posizione in cui l’aveva trovato, rannicchiato come un bambino. Forse era qualcosa che riguardava la sua infanzia.
Un attimo però… Rocco Zanieri non è una persona qualunque. Appartiene a una famiglia di industriali ben conosciuta in città. Se gli fosse successo qualcosa in passato, non sarebbe stato tanto difficile scoprirlo
Prese lo smartphone e digitò qualche parola per avviare la ricerca.
Rocco Zanieri, bambino.
Sotto i suoi occhi, uscirono decine di articoli.
Cliccò sul più recente, in cima alla lista. Era del 5 febbraio, un mese prima.
“Caso Rocco Zanieri, dopo 45 anni spunta un testimone. A sorpresa riapre il processo”.



