9. Il campo di forza dell’amore
Rocco Zanieri arrivò al Centro Vincere Medusa con qualche minuto di ritardo.
La dottoressa, all’interno, guardava l’orologio.
Erano passati tre giorni dall’episodio di Piazza Malpighi, abbastanza per farla agitare.
Nel fine settimana aveva cercato informazioni e raccolto notizie di cronaca, adesso era pronta a iniziare la seduta e voleva procedere; l’idea che saltasse, per qualsiasi motivo, la metteva in subbuglio. Non era solo il dispiacere per un’occasione mancata – la possibilità di confrontarsi con un caso di quella portata – ma anche il desiderio, istintivo e sottaciuto, di aiutare quell’uomo a uscire dal tunnel della sua sofferenza.
Il suo interesse era mosso da una spinta precisa, una causa che agiva come una leva e aumentava la forza nel sollevare l’azione. Il trauma che Rocco Zanieri aveva vissuto donava al suo caso una legittimità naturale, come se avesse un diritto aggiuntivo di essere ascoltato. Questo, stranamente, metteva Chiara Betti in una situazione di vulnerabilità.
Tutti hanno una ragione se manifestano un disturbo psicologico, si ripeteva, l’analista deve astenersi dal giudizio sulle cause. Ma non c’era nulla da fare: la sua ragione, per lei, aveva qualcosa in più.
Quando il campanello suonò, tirò un sospiro di sollievo e si mostrò distaccata, come invece non era.
L’uomo varcò la porta.
-Mi perdoni, ho trovato un po’ di traffico.
-Può succedere, si accomodi.
Entrarono nella stanza dell’ascolto e presero posto sulle poltrone. Lui si posizionò di tre quarti, lasciando intravedere parte del profilo e il braccio destro.
Lo sguardo di lei, senza redini, andò al dito con l’anello.
-Come si è sentito nel fine settimana?
Per un po’ non ci fu risposta.
-Da qualche tempo non so più dire come sto.
Poi con un guizzo rilanciò, quasi ad anticipare un argomento che sarebbe venuto fuori di lì a poco.
-Ha già indagato su di me?
Questa volta, fu lei a rimanere in silenzio.
-Avrei dovuto?
-Beh… gli altri lo hanno fatto.
-Chi sono gli altri?
-Gli altri medici.
La dottoressa appuntò sul blocco la calma della voce e il silenzio di ricognizione. Lo scatto nel modo di porsi era rientrato da solo, non poteva essere associato a un cambiamento emotivo.
-Hanno preso informazioni a sua insaputa?
-Sa… appartengo a una famiglia prestigiosa, non è difficile scoprire il mio passato.
-Le dispiace?
-Sì, credo di sì.
Si domandò se fosse il caso di rivelare che anche lei, nel fine settimana, aveva cercato notizie sulla sua vita.
-L’ho fatto anch’io – le sfuggì mentre credeva di tacere.
Rocco si fermò di nuovo. Lei vide la sua mano contrarsi leggermente, quasi a stringere il niente.
Ancora una volta, dopo il silenzio risalì. Evidentemente era pronto per superare l’idea di quell’ingerenza, oppure semplicemente non poteva farne a meno. Reagì andando al centro della questione, come aveva fatto pochi minuti prima.
-Credo che la mia famiglia si vergogni di me.
Chiara provò un istintivo senso di pietà ed ebbe l’impulso di intromettersi con un commento di valutazione – forse semplicemente di empatia – ma non fece in tempo.
-Lo so – riprese lui scuotendo la testa – non ho colpe per quello che è successo. Ma vede… la commiserazione non piace a chi ha molto denaro, rende evidente che non tutto si può comprare.
-… E lei si sente responsabile per il mancato acquisto…
-Esattamente.
-Vedremo di affrontare anche questo aspetto. Adesso torniamo a venerdì. Si ricorda quello che è successo?
-Diciamo di sì… ma non tutto.
-Quando è uscito da qui sembrava tranquillo. Dove stava andando?
-Avevo voglia di camminare e ho fatto un giro nell’isolato. C’è un negozio di giochi dietro Piazza Malpighi. Lo conosce?
-Sì, è molto fornito.
-Mi piace guardare la vetrina. C’è il plastico di un treno che sale la montagna in galleria.
La dottoressa appuntò sul foglio: giochi, infanzia.
-Che cosa prova mentre lo guarda?
-Lo vedo entrare nel tunnel e aspetto che esca. In inverno c’è il paesaggio con la neve. Gli alberi spogli, i tetti imbiancati… l’hanno appena sostituito con quello primaverile.
Poi, improvvisamente, la situazione precipitò. – Ciuf Ciuf…- cominciò a fare – si avvertono i signori passeggeri che è aperto il vagone ristorante – la voce divenne quella di un bambino – mamma, me lo compri? Dai mamma, per favore… – Vedremo se stai buono. Comportati bene Rocco, fai come si deve – Altrimenti che succede? Rocco chiede alla mamma che succede. Oddio mamma…che succede? No mamma, no! Ti pregomamma… – si mise a urlare – il Kelpie no, il kelpie no… Rocco starà buono…. Rocco è bravo.
Piangeva e con le mani si fregava gli occhi. Aveva lo sguardo disperato poi, in un attimo, ancora una trasformazione: il bambino era diventato un gigante rabbioso. Il corpo si irrigidì, mentre la vena del collo pulsava e prendeva spessore. Si alzò e con un braccio spazzò via gli oggetti sul tavolino. Il vaso si ruppe, l’acqua dei fiori si sparse sul pavimento tra i pezzi di vetro. Prese il giubbotto e lo infilò di fretta, uscì dalla stanza e sbatté la porta del Centro imboccando le scale. I suoi passi si persero in lontananza, portati via dalla furia.
La dottoressa Betti, all’interno, era ammutolita. In tutta la sua carriera, non aveva mai assistito a un cambiamento così repentino, non si era mai trovata sulla scena di uno scontro tra le diverse voci di un paziente, in lotta per emergere.
Tolse i vetri da terra e pulì il pavimento meccanicamente, mentre la sua testa continuava a vagare. Per fortuna al Centro non c’era più nessuno… raccontare la causa di quel frastuono, adesso, l’avrebbe distolta dalle associazioni istintive, le inflessioni nascoste nelle crepe della storia.
Nell’aria c’era ancora il suono della voce, il ritmo delle parole, l’onda della paura. Che cosa era successo esattamente? Il treno della vetrina l’aveva portato in una dimensione di sofferenza legata alla sua infanzia. Aveva evocato la mamma, con la voce di lei si era redarguito. La madre era al centro del suo dolore, quale ruolo le attribuiva nel dramma che aveva vissuto?
La sua mente di bambino si era incagliata lì, nella sofferenza di quel nodo irrisolto. Aveva descritto la scena come se la vedesse dall’esterno e aveva parlato di sé in terza persona; era quasi certa, a quel punto, che si trattasse di un disturbo dissociativo identitario, il più grave che avesse mai incontrato.
Passarono quattro giorni prima che Rocco si facesse sentire. Lo fece in modo garbato, lasciando al Centro un biglietto per lei. Lo trovò sulla scrivania, insieme a un appunto della segretaria: “per Chiara, da Zanieri. Passato in mattinata”.
Lo aprì di corsa, con un certo nervosismo delle mani:
“Inutile che le chieda scusa. Ho bisogno di lei”.
Si buttò sulla poltrona con l’espressione incerta, era stranamente lusingata
da quelle parole. Le contraeva suo malgrado forzando il senso della frase:
Inutile, ho bisogno di lei
Ho bisogno di lei.
Le venne in mente il suo naso diritto in controluce e poi le mani, con l’anello sul dito affusolato. Che cosa le stava succedendo? Ricacciò il pensiero con determinazione. Non esageriamo… è il normale coinvolgimento per il caso di un paziente. Più complesso del solito, nulla di più.
Lo fece contattare, il giorno successivo, dalla segreteria: visto che l’agenda del Centro era piena, si sarebbero visti giovedì nel suo studio privato. Dispose perché non venissero fissati appuntamenti per le ore successive, semmai ci fosse stato bisogno di gestire situazioni impreviste. La possibilità di avere un tempo aggiuntivo fornì ai suoi neuroni un momentaneo senso di appagamento. Anche l’idea di incontrarlo in uno spazio tutto suo non le dispiacque; qualcosa, intorno al suo nervo vago, si riscaldò.
In quei giorni fece tutto con la professionalità di cui era capace, rimandando ogni pensiero al momento della terapia. Visite, appunti, riunioni di coordinamento con i membri del Vincere Medusa, tutto come se la sua vita fosse la stessa di sempre. In effetti, lo era – si ripeteva – lo era.
Tuttavia, giovedì, fu contenta di vederlo.
Lo attese sulla porta e, quando entrò, sentì un leggero turbamento dell’aria. Le parve che ci fosse qualcosa, un non so che di strano e imprecisato che la agitava senza motivo. Forse è solo troppo caldo, devo aprire la finestra.
Nel momento in cui la oltrepassò per entrare nella stanza, le loro braccia si sfregarono. Le venne di notare l’altezza, una decina di centimetri più della sua; ne riconobbe il profumo.
Quando si misero seduti, si posizionò in modo da poterlo vedere; avrebbe dovuto avvisarlo, non lo fece.
Zanieri cominciò a parlare, raccontando come era andata la settimana. Il lavoro in azienda per la Pasqua imminente, le giornate più lunghe, i portici dopo l’inverno. Un inizio morbido, nulla di personale.
Tra un discorso e l’altro, afferrò un blocco di carta appoggiato sul tavolino. La dottoressa notò la disinvoltura di quel gesto, agito senza chiedere nulla, come se l’oggetto fosse stato suo. Lo appuntò come un’indicazione del carattere o forse solo del suo stato sociale.
Lo guardò mettersi la mano in tasca ed estrarre una matita.
Senza smettere di parlare, prese a disegnare. Muoveva la mano con eleganza, sicuro di sé. Non le aveva mai detto di avere una propensione per le arti grafiche, poteva essere utile durante la terapia.
Gli chiese se si fosse mai fatto del male; non per accidente o per errore, con l’intenzione di farlo. Lui disse che sì, l’aveva fatto, con l’alcool e col fuoco sulla pelle. Rammentò una volta, quando da ragazzino aveva tagliato i freni della bici per lanciarsi giù da San Luca.
-Voleva morire?
-Non credo. Chi vuole morire, normalmente ce la fa.
Raccontava e continuava a disegnare, districandosi in due azioni parallele.
Lei lo osservava; anzi, lo assorbiva. In qualche modo lo mangiava, per cercarne il sapore.
Alla fine della seduta, fissarono per la volta successiva e lo accompagnò alla porta, come faceva con gli altri pazienti.
-Buona serata, Rocco.
-Buona serata anche a lei.
Tornò nella stanza della terapia e andò diritta al blocco, il foglio su cui aveva disegnato era ancora lì.
Lo prese in mano e lo guardò.
Mamma mia… Mai avrebbe pensato di trovarvi quello che i suoi occhi vedevano. Si lasciò cadere sulla poltrona, continuando a guardare il disegno.
Era lo schizzo di due corpi abbracciati, l’abbozzo di una stretta complice e avvolgente.
L’aveva tracciato mentre raccontava il suo squilibrio; nel disagio del ricordo, una parte di lui chiedeva altro. E la percezione di quell’idea – lo sentì forte – le dava uno strano piacere. Possibile che fossero loro?
Fu chiaro, in quel preciso momento, che l’interesse clinico per il caso di Rocco Zanieri la coinvolgeva più del dovuto, disorientando lei per prima.
Una realtà sconosciuta che non riusciva ad afferrare toccava le corde della sua soggettività. Non, dunque, una vicenda di routine, come le altre in cui si era imbattuta, piuttosto un avvenimento che aveva a che fare direttamente con lei. Di cosa si trattava?Sentiva una relazione di reciprocità con la fisicità di quell’uomo e il disegno che stringeva tra le mani diceva la stessa cosa di lui.
Quando si rividero, la volta successiva, l’attrazione divenne ancora più chiara. Lui entrò disarmato; lei, disarmata lo accolse.
Le distanze che avrebbero dovuto tenere nella seduta di terapia si accorciarono; tra un discorso e l’altro, presero a darsi del tu.
Chiara si accorse, in quel contesto, che l’amore – semmai di amore si potesse parlare – si presenta in una sola forma. Nonostante tra loro ci fosse una relazione di cura – non paritetica per statuto professionale – il sentimento che si stava delineando aveva le stesse modalità di sempre ed erano modalità divine. I sottintesi, le metafore, la complicità delle cose non dette… tutto era spudoratamente pervadente, così penetrante da non poter essere ignorato.
Senza dare spiegazioni, lui si avvicinò, continuando a parlare. Lei non si oppose e, anzi, ebbe l’impressione di cadere tra le maglie di una rete elastica. La spingeva su e giù con l’effetto di portarla in avanti, senza che si accorgesse di andare.
Si avvicinò di nuovo, a una distanza più corta. Chiara Betti entrò nelle linee di forza del campo dell’uomo e avvertì la carica del suo corpo rispondere al richiamo.
Agli occhi delle formule più fini, era sostanza che oscillava in un reticolo allungato, tra le onde dell’aria.
Provò l’esperienza di incurvarsi, orientata dalla densità dell’atmosfera, e di approssimarsi a lui. Oltre le cose che sapeva, oltre la propria volontà. Come la terra, tirata dal sole senza che questo la debba toccare. Come la mela, che arriva alla terra perché è alla terra che deve arrivare.
Tornò in sé dopo essersi allontanata, ma il viaggio era fatto.
Si chiese se fosse il caso di far finta di nulla e ignorare l’energia di quella spinta, ma la velocità del cambiamento, adesso, sembrava relativa e trovava la misura solo grazie a lui.
Avrebbe pagato, un giorno, per quella macchia nella sua professione, l’avrebbe scontata come una pulsione che non aveva saputo arginare. Il corpo di Rocco, ormai, era un tutt’uno col suo e non poté che guardarlo restare.
Continuò a curarsene, diventando parte delle sue ragioni. Lui, d’altro canto, desiderava essere compreso, per vivere una vita normale o solo per averla vicino. Da qualche mese era peggiorato; adesso, finalmente, aveva la speranza di un appiglio per potersi salvare.
Passò del tempo prima che lei riuscisse a focalizzare la causa di quella ricaduta, il motivo che l’aveva condotto al Centro qualche mese prima. Successe all’improvviso, una sera di settembre.
-Che cos’è che ti fa più paura? – gli chiese mentre erano abbracciati.
Rimase in silenzio qualche secondo, poi riuscì a parlare.
-Rivedere l’uomo incappucciato.
Lei trasalì. In un attimo, vide le cose con chiarezza. Come aveva fatto a non pensarci… sapeva che era stato riaperto il processo; l’aveva letto nel bar, la sera che l’aveva trovato accasciato per strada. Era chiaro – fin troppo chiaro – che quell’evento aveva avuto su di lui un effetto destabilizzante. Non era mai entrata nell’argomento e addirittura si era scordata di saperlo; invece, quello era il tassello che cercava.
-Sai già la data dell’udienza?
-Sì, è arrivata la raccomandata qualche mese fa; devo andare a Roma.
-Quando?
– Il 20 marzo – disse piano. Poi lo ripeté: – il 20 marzo del 2026.



