25. Il giorno prima

Il 19 marzo del 2026, a pomeriggio inoltrato, Orfeno Palanca andò in palestra. Lo faceva sempre prima delle grandi occasioni, si esercitava col bilanciere davanti allo specchio mentre guardava i muscoli gonfiarsi sotto la tuta attillata. Quell’ostentazione di potenza – semmai ne avesse avuto bisogno – rinvigoriva in lui l’idea di essere imbattibile e, allo stesso tempo, lo faceva sentire feroce; come una iena, usava lo sforzo per raddoppiare le dimensioni del corpo e amplificarne l’aggressività.

L’indomani sarebbe andato a Roma per formalizzare l’accordo col Ministero e già pregustava il sapore del successo. Preparava quell’incontro da tempo, negli ultimi mesi aveva visitato personalmente gli istituti che portavano il suo nome in modo che tutte le magagne fossero risolte o occultate. Cavalcando la via di questa seconda possibilità, era riuscito a far emergere un’idea di formazione attuabile su scala nazionale che – incredibilmente – lasciava tutti senza parole e faceva risparmiare allo Stato parecchi soldoni.

Ho fatto la quadratura del cerchio… gli piaceva dire in modo metaforico, intendendo con questo che era stato capace di prendere un fil di ferro circolare e farlo diventare, a suon di martellate, vagamente quadrato. Di geometria, in effetti, non sapeva granché ma la sua esperienza lo portava a concludere di poterne fare allegramente a meno. Del resto, non aveva mai conosciuto qualcuno che gliel’avesse chiesta per strada o nei locali che frequentava di notte e questo, per lui, significava una cosa evidente: se la ignori, la geometria non esiste. 

Così si preparava all’incontro del giorno dopo, con la spranga istigava la fame di successo allargando le fauci in attesa del boccone. La alzava e la abbassava cacciando, di tanto in tanto, dei gemiti gutturali mentre gli altri avventori, un po’ per osservarlo e un po’ per deriderlo, gli facevano capannello intorno.

Sono io il più forte qua dentro… pensava tra sé… e domani farò strike al Ministero.

Era così irritante, a guardarlo o anche solo a sentirlo in lontananza, che in diversi sperarono che i pesi gli cascassero davanti ai piedi. Qualcuno fu più dettagliato e chiese al cielo che gli piombassero direttamente sugli alluci ma anche quella occasione di giustizia divina rimase – sulla terra – irrealizzata.

Lontano dal percepire l’antipatia, continuava la sua prestazione. Non aveva molta considerazione del pensiero altrui e lo usava solo per nutrire il proprio ego. Ogni sguardo, per lui, era una dichiarazione implicita di gelosia e, quindi, un invito a esagerare. Del resto, non era abituato alla sincerità, le moine che di solito riceveva erano lusinghe per avere questo o quel vantaggio in virtù del potere che trapelava dalla sua persona. Tanta più gente si inchinava, quanto più si sentiva compiaciuto. 

C’era qualcuno, in realtà, che nutriva per lui una riconoscenza autentica anche se certamente era stato dimenticato. Il giovane Filippo, spedito a Malaga in vista del controllo degli ispettori, era tra i pochi a conservare di Palanca un ricordo positivo. 

Non era mai successo che qualcuno gli avesse dato fiducia e men che meno che l’avesse premiato; il pensiero del dialogo che aveva intrattenuto con lui – per quanto brevissimo – gli scatenava dentro una diffusa forma di gratitudine. Gli sarebbe piaciuto ringraziarlo, prima o poi; nel caso l’avesse incontrato di nuovo gli avrebbe raccontato tutti i dettagli dell’esperienza: il lavoro al bar della spiaggia, i nuovi amici, le patatine fritte e gli espetos de sardinas… quell’uomo l’aveva liberato dal fastidio del casco – doveva ricordarsi di dirgli anche questo – e meritava la sua amicizia sincera. 

Il 19 marzo faceva le valigie; l’indomani avrebbe preso il volo per tornare in Italia. Lo scalo a Bologna, che inizialmente gli era parso scomodo, non era in fondo così male. Aveva fissato col suo amico per andare al Mac prima di prendere il treno. C’era da fare una levataccia ma… pazienza… avrebbe dormito durante il viaggio.

Non era l’unico in partenza quel giorno. Tra le duemilasettecentoventitré persone intente a preparare la valigia, a Bologna, c’era Emilio Cortesi. Nel suo appartamento, piegava con cura le poche cose che gli sarebbero servite per pernottare fuori. Un pigiama leggero, lo spazzolino da denti, una camicia di ricambio perché non si sa mai. In una cartellina aveva disposto i documenti da portare al notaio. Prima di metterla dentro, riguardò l’atto con cui, quarant’anni prima, avevano comprato la casa che ora andava a vendere. La firma di Margherita, accanto alla sua, appariva nitida e decisa… come corre la vita… tutto era accaduto senza che si accorgesse di mutare a sua volta, diventando avvizzito anche lui. I suoi anni – ormai settantuno – pesavano in modo spropositato per la mancanza di prospettive. Più che invecchiato era andato in disuso, arrugginito per esser rimasto fermo mentre la polvere si depositava sugli ingranaggi dell’esistenza. 

La vendita della casa di Ladispoli si presentava come un atto definitivo, quasi sicuramente non ci sarebbe più tornato. Mai più… ripeteva tra sé…. in alcun caso, mai. Quanta malinconia in quegli accostamenti di parole… la negazione e il tempo si fondevano per annunciare qualcosa di interrotto; la spinta propulsiva – così imperante durante la corsa – era svanita insieme al traguardo e adesso non c’era altro da aggiungere se non l’idea della fine. 

Accese la radio per le notizie della sera. Aveva quell’abitudine da quando lavorava come giornalista; nonostante la disponibilità di mezzi più moderni, lo scatolino a voce continuava ad essere il suo strumento preferito. Aveva, a suo avviso, qualcosa in comune col giornale, metteva in risalto le parole. La ascoltava mentre si occupava d’altro, tra le faccende di casa e la cura di Margherita. Anche lei, qualche volta, sembrava scossa dal richiamo e per un attimo rispondeva ai suoni che si propagavano nell’aria ma durava sempre poco, appena passato quel momento tornava dove lui non poteva entrare. 

Il cronista prese a raccontare la giornata. Le guerre, le ipotesi di riarmo, gli studenti in piazza per gli affitti troppo cari… così ci costringete a partire… dicevano i ragazzi dai presidi occupati… siamo il futuro ma nessuno pensa a noi. 

Emilio si fermò ad ascoltare.

Anche i suoi figli erano dovuti andare via seguendo il lavoro per cui avevano studiato. Li vedeva per le feste, quando tornavano in città oppure nei momenti critici per star dietro alla mamma se doveva assentarsi.  

Quante cose erano cambiate da quando era giovane lui… il concetto di lavoro, di famiglia, perfino di casa. Tutto era diventato temporaneo e instabile. Un piede di qua, un piede di là… sempre in bilico, a volte per aria. 

Adesso i giovani chiedevano certezze; nonostante fossero cresciuti con lo spettro della flessibilità – o forse proprio per questo – urlavano a gran voce il bisogno di principi fermi, invalicabili alla logica del profitto.

Avevano ragione… come fanno a costruire se gli tolgono le fondamenta?  Il mondo era stato arraffato da chi era arrivato prima e adesso non era più loro. 

Alle 19 iniziò il gazzettino regionale. L’indomani sarebbe arrivato in visita a Bologna il Segretario Generale della Nato per tenere una conferenza al SAIS Europe sul ruolo dell’Italia nell’Alleanza Atlantica.

Emilio ascoltò con interesse, a ottobre un evento simile era stato cancellato a seguito delle numerose proteste da parte degli studenti, la facoltà di Scienze politiche era stata occupata e lo stato di agitazione si era riverberato in tutta la città.

Ci riprovavano adesso, a distanza di mesi, con rinnovate intenzioni. Staremo a vedere che cosa succede… concluse incerto. Mise la borsa sul letto e riprese a piegare le sue cose.

Sarà il caso di prendere l’ombrello? Devo guardare le previsioni.

Sotto lo stesso cielo, a qualche chilometro di distanza, Chiara Betti e Rocco Zanieri camminavano nei giardini Margherita. Le giornate si stavano allungando, la primavera si diffondeva nell’aria e gli alberi erano pieni di germogli ma loro procedevano in silenzio.

Erano andati in mezzo alla natura per cercare riparo dai pensieri in attesa del giorno dopo, inevitabilmente duro per entrambi. La loro prova più difficile cadeva nella stessa data, erano accomunati dal doverla oltrepassare e anche dal non potersi stare accanto, ciascuno privato dell’idea di sostenere l’altro e di sentirsi sostenuto a sua volta. 

Lei entrava in ospedale per l’operazione al seno; lui in tribunale, a Roma, per testimoniare contro l’uomo incappucciato. Lottavano con i ricordi dell’infanzia e con le paure che gli erano rimaste addosso: lo sgomento della mamma di lei – il claustrofobico senso di rassegnazione unito alla vertigine del dirupo – e il confronto col carceriere di lui, su cui era stato riaperto il processo.  

Per Rocco, rivedere quell’uomo significava tornare esattamente dove era quando tutto era successo, nel punto più fragile della sua coscienza. Qualcosa, da allora, era rimasto inceppato; gli eventi che aveva patito non avevano trovato il modo di scorrere per traghettarlo altrove. Lì, come in un’infezione, si erano annidati i tarli dello sdoppiamento, lì avevano proliferato gli scatti d’ira e la sensazione di precipitare. 

Di lui rammentava tratti spezzettati: lo sguardo sfuggente, le mani magre che posavano la ciotola, la voce rauca e bassa di volume. Sembrava sempre che parlasse a qualcun altro anche se, per forza, si rivolgeva a lui.  E poi quel grido che non aveva mai capito… Fliedu bischi frei… quante notti era tornato per rapirlo di nuovo. Nella sua testa era associato al tono più che al senso: era allarmato e duro, trasmetteva agitazione. 

Si era trovato ad urlarlo a sua volta durante gli attacchi di panico e nei momenti di dissociazione, vomitato come un boccone rimasto di traverso, spinto d’istinto fuori senza sapere perché.

Camminava, quel pomeriggio, accanto a Chiara e intanto si chiedeva come sarebbe andata. Non era sicuro che ce l’avrebbe fatta senza perdere il controllo, temeva di cedere all’improvviso come era successo le altre volte, allarmato da un contesto di tensione.

Si sedettero sulla riva del laghetto e presero a guardare le increspature dell’acqua mossa dal vento.

-Cosa si fa quando si ha paura? – Chiese senza entrare nei dettagli dei propri timori. Non voleva appesantirla, rispettava lo spazio delle sue preoccupazioni.

-Si pensa che è normale averla – rispose lei mentre tirava i sassolini in acqua – è l’unico modo per non farsi sopraffare. 

Stettero un po’ in silenzio,

-Io mi sento sopraffatto.

Come era bella la sua voce, dolce e priva di finzioni.

-Mi sento sopraffatta anch’io. 

Rimasero abbracciati e poi mano nella mano fino all’imbrunire, a chiusura del giardino.

Quella notte avrebbero dormito separati per partire l’indomani presto. 

Si salutarono all’uscita del parco.

-Sono con te.

Un ultimo sguardo, ciascuno la sua strada.

Chiara andò lentamente verso la fermata dell’autobus. Le vetrine, i palazzi, la luce accesa nelle case. Dal basso si scorgevano i soffitti e gli scaffali alti delle librerie. Le era sempre piaciuto immaginare il resto della stanza con le persone che vivevano lo stesso tempo in modo differente, ciascuno in un contesto tutto suo… chissà che cosa fanno adesso, se leggono, parlano o prendono un tè... le venne da pensare che qualcuno stesse piangendo in riflesso a ciò che avrebbe fatto lei. 

Senza saperlo, passò davanti all’abitazione di Aldo Balzani. Anche lui, in modo del tutto singolare, si interfacciava col richiamo di una voce interiore. Aveva passato il pomeriggio sulla poltrona, buttato lì come un vestito appena tolto. Ora dopo ora, era stato a guardare qua e là senza trovare un punto in cui valesse la pena fermarsi, perso tra gli oggetti di sempre.

La tv spenta, il frigo vuoto, il cartoccio unto della rosticceria lasciato sul tavolo accanto al piatto da lavare.

Il concorso per diventare primario, che tanto l’aveva angosciato, era alle porte. L’indomani mattina si sarebbe svegliato all’alba per andare all’aeroporto, diretto verso Roma.

Cosa faccio se mi tremano le mani durante il colloquio? Non aveva trovato la cura e nemmeno un sistema per celare il disagio che gli trapelava dallo sguardo al solo pensiero di sostenere la prova.

La psicanalisi degli ultimi mesi l’aveva portato a scavare nelle cause del suo malessere fino a individuare la radice dell’amarezza. Il percorso con la dottoressa Betti, seppur interrotto, l’aveva messo a tu per tu col motivo da cui scappava, la ragione per cui – pur scappando – non usciva da lì.

Il punto della questione, irrimediabile e categorico, era il giudizio che riservava a sé stesso fin dall’infanzia, dopo la vicenda di Irina… chissà dov’era adesso, se ancora ce l’aveva con lui...

Il fatto di non averla difesa, di non aver preso una posizione con suo padre e di aver finto, anzi, la normalità l’aveva condannato a un senso di colpa perenne che si era tradotto nella consapevolezza di non avere forza e non meritare il prestigio che aveva ottenuto.

Non avere, non meritare… la sintesi di un’esistenza frenante e anti-propulsiva, per definizione contraria alla vita. 

Aveva ceduto alle lusinghe del successo e della menzogna pensando di riuscire a farla franca ma dentro, immutato, era rimasto il sibilo di quando era bambino. Non era riuscito ad attenuarlo, le argomentazioni di chi era diventato non gli avevano tolto il tono né il motivo di parlare; usciva a piacimento quando era distratto e – inopportuno più che mai – proprio quando non lo voleva sentire.

Era quella voce che gli faceva tremare le mani; il suo canto di dolore gli muoveva gli arti come una condanna da cui non poteva scappare. Forse aveva a che fare con lo straniero del sogno… la luce dietro la testa… la frase in una lingua sconosciuta… lo vedeva allontanarsi e non riusciva a trattenerlo, andava dove voleva lui.

Nell’ultimo periodo, con l’avvicinarsi dell’esame, i suoi disturbi erano aumentati e aveva preso ad aver paura della folla. La prima volta era successo all’ospedale mentre ragionava col collega di senologia. Da allora, la stessa situazione si era presentata in modo sempre più frequente e invasivo.

Accadeva quando si trovava tra la gente, dove non voleva stare. Cominciava a sentirsi accaldato in modo innaturale, ad avvertire gli altri come una minaccia invasiva. Diventava basso – piatto come il pavimento – e si sentiva calpestare. I cappotti, i piedi, le suole delle scarpe… ogni cosa lo schiacciava fino a togliergli il respiro. A inizio settimana era successo un episodio che lo aveva allarmato. Di fronte alla stessa percezione incontrollata, non aveva saputo calmarsi né era potuto uscire per prendere un po’ d’aria. Fradicio di sudore, aveva accusato un groppo allo stomaco e un’accelerazione del battito cardiaco; la testa aveva preso a girargli e in breve si era trovato a terra, svenuto tra i pazienti e i colleghi.

Che vergogna… rinvenire in quel contesto era l’esperienza più imbarazzante che avesse mai vissuto. La sua smargiassa ostentazione di spavalderia era franata tutta insieme, lasciandolo disorientato e nudo. 

Si era svegliato con la voce del bambino nell’orecchio; parlava in modo autoritario, lo intimava ad alzarsi per continuare a soffrire. 

Dopo quell’evento era entrato in malattia e per qualche giorno si era trascinato in casa come l’ombra di sé stesso. La barba incolta, le finestre sempre chiuse, i piatti sporchi nel lavello. 

Il 19 marzo era ancora lì, buttato sulla poltrona da un imprecisato numero di ore a guardare la parete. 

Non avere forza, non essere all’altezza, non meritare di star bene. Era stretto nel giro delle negazioni da cui era definito, descrizione perfetta di un’esistenza al contrario.

Non era il solo, il giorno prima del 20 marzo, a provare la sensazione di essere ribaltato, anche se l’altro aveva motivi di tutt’altro tipo.

Quel pomeriggio, Norfe Canè percorreva i corridoi della pinacoteca nazionale senza trovare un briciolo di consolazione.

Il giorno dopo sarebbe andato a Roma per il concerto degli ottant’anni ma non aveva alcuna voglia di festeggiare. Aveva già preparato la valigia e predisposto ogni cosa per l’esibizione, si aggirava nel museo sperando di sfuggire all’amarezza di quelle inutili ore. 

Cessò la visita prima del solito, insofferente anche ai ritratti. La pace che aveva auspicato di trovare era coperta da soffi di contestazione… sei vecchio… sei vecchio… gli dicevano i volti alle pareti… e morirai da solo. Le voci si diffondevano come un passaparola, insidiose e insopportabili. Per quanto si sforzasse non riusciva a ignorarle; venne via per non saperle mitigare. 

Tornando indietro, ripercorse il corridoio dedicato al XIII secolo in cui erano esposte le rappresentazioni religiose. Non aveva mai apprezzato quei dipinti su sfondo dorato – dissuaso dai soggetti poco espressivi e dalla mancanza di profondità – tuttavia, passandoci, sentì l’inedito desiderio di un conforto divino. Non era praticante né vagamente religioso, scettico sulla fede e ancor più sul paradiso eppure – strano a dirsi – avvertì la necessità di avvicinarsi a Dio. Il calore di un abbraccio… non ricordava di averlo mai cercato… quell’idea aveva in sé una chiara forma di sollievo.

Gli venne in mente che lì fuori, a due passi dalla galleria, c’era la chiesa di Santa Maria Maddalena e decise di arrivarci. Abbottonò il paltò fino alla sciarpa e attraversò la strada trascinandosi col bastone; sulla sinistra, poco più avanti, il porticato che cercava. Varcata la porta principale, si trovò dinnanzi a una vetrata chiusa. Si fece avanti pensando che si aprisse ma le ante non scorsero e lui rimase dov’era, affaticato e instabile sulla stampella di legno. Fu a quel punto che vide il cartello appeso a lato: 

“Si entra solo col sorriso”,

in alto, una fotocellula riprendeva l’espressione del suo viso.

Che diavoleria era quella? Sorridere…. Non avrebbe mai pensato di dover sottostare a una punizione tanto orribile per accedere a una chiesa. Si innervosì… Che diritto avevano di chiederglielo? Gli avevano sempre raccontato che era la casa di tutti: cosa c’entrava, adesso, quella patetica condizione?

Seccato, abbozzò un leggero piegamento della bocca. 

Troppo poco, non bastava.

Si sforzò ancora e ritorse le labbra in modo artificiale. Gli uscì tra i denti qualche parolaccia e perfino una bestemmia, a riprova del fatto che sotto un sorriso può celarsi qualsiasi cosa.

La porta si aprì e lui, sollevato, sgattaiolò all’interno.

Che dispositivo ridicolo… pensò compiaciuto. Era bastato poco per ingannarlo… nulla di più di un gesto contraffatto.

Procedette cercando il crocifisso fino a trovarlo a lato dell’altare. 

Lo guardò, da sotto, come si guarda il cielo per carpirne l’intenzione; a volte solo per raccomandarsi, quando è già in agitazione.

Dette un’occhiata e poi, perplesso, un’altra ancora. C’era qualcosa di strano… che fosse un’allucinazione?  Si spostò a lato… no… non era un’impressione… Cristo – al varco della verità – sorrideva a sua volta, da ogni angolazione.

Dunque, non era stata la fotocellula a osservarlo. Era evidente che Dio avesse sentito tutti i suoi pensieri comprese la bestemmia e ogni altra imprecazione. 

Che stupido… adesso era spacciato, per lui non c’era redenzione.

La sera del 19 marzo, sotto il cielo di Bologna, i protagonisti di questa storia andarono a letto senza riuscire a dormire. Avevano qualcosa in comune ma non potevano saperlo, il loro tempo era prossimo a collimare.

La vita li aveva condotti lì, nel punto del salto e tutto quello che era successo prima non era altro che un’invisibile rete. Ci avevano camminato dentro: sulle maglie, tra i buchi e sui fili intrecciati, passo dopo passo si erano avvicinati allo stesso nodo credendo sempre di muoversi soli. Nessuno immaginava ciò che stava per succedere; la sorte, come al solito, aveva piani geniali.

Il destino è un momento che arriva

in un posto preciso;

una mano che scrive,

una trama che ordisce

senza preavviso.

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