18. Qualcuno che sfugge

Il 12 gennaio del 2026, Orfeno Palanca si recò nella sede di Guidonia. Stava facendo il giro delle scuole per verificare l’uniformità delle procedure in vista dei controlli del Ministero; dopo di lui, un ispettore sarebbe andato a esaminare i protocolli della didattica dei caschi e a documentarne l’attuazione in testa agli studenti. 

Gli istituti di sua fondazione avevano attecchito in tutta la penisola, adesso era richiesto che fossero standardizzati: stesse tempistiche, stesse modalità, stessi parametri di prove oggettive. 

Per Palanca, il collaudo era pressoché ottenuto: i ragazzi erano appagati dalla stimolazione della corteccia frontopolare, le famiglie vedevano voti positivi sul registro e nessuno rompeva le palle. A essere proprio pignoli, si sarebbe potuta aprire una parentesi di approfondimento sull’attendibilità delle valutazioni ma, a suo avviso, non c’era da perdersi troppo nella questione. Le innovazioni tecnologiche correvano a passo veloce e il problema si sarebbe risolto da sé: in breve tempo l’intelligenza che forniva le risposte – adesso artificiale – sarebbe stata connessa al cervello umano mediante un’interfaccia sensorimotoria – probabilmente un anello – rendendo impossibile ogni distinzione negli esiti. I cervelloni dell’Università ci stavano lavorando; appena fossero usciti i primi prototipi, le sue scuole ne avrebbero importato l’utilizzo e nessuno avrebbe avuto da ridire.

-Questo è il futuro! – ripeteva smargiasso ai suoi assistenti. Chi non lo capisce è tagliato fuori, si tolga dai coglioni e ci faccia passare.

Quando arrivò a Guidonia, trovò il direttore ad attenderlo sulla porta. Dietro di lui, un paio di collaboratori e il personale di segreteria, tutti rigorosamente in blu.

-Buon giorno, buon giorno – salameccarono insieme – Ha fatto buon viaggio?

Irrigidì il busto per ostentare autorità, biascicò qualcosa ed entrò nell’edificio.

I pavimenti erano lucidi, i corridoi deserti.

-Bene, bene – commentò.

-Abbiamo predisposto la sala delle riunioni per mostrarle i risultati di quest’anno.

-Buone notizie, spero.

-C’è l’ottimizzazione delle spese del plesso: tutte in attivo.

Sorrise con la parte destra della bocca.

-Ottimo. Su cosa avete risparmiato?

-È aumentato il contributo obbligatorio e sono state tassate le bevande alla macchinetta. Abbiamo dovuto gravare anche sull’acqua per rientrare nelle previsioni di profitto.

-Nessuno si è lamentato?

-Nessuno, abbiamo attivato il processo di compensazione con un innalzamento della media dei voti. 

Il volto si indurì: 

-A tutti?  

Il direttore abbassò lo sguardo. Quelli appresso, pur senza vedere, fecero altrettanto.

-È stata una misura necessaria per non sforare nel bilancio… 

-Bisogna andare piano con i voti – disappuntò lui – tenerli da parte per elargirli un po’ alla volta.  

Cosa faremo quando avranno tutti dieci?  Avremo perso il potere di contrattazione!

-Ha ragione, mi scusi.

-Mi scusi… mi scusi – ripeterono da dietro.

-A quanto siamo arrivati?

-Otto virgola due.

Palanca grugnì, il direttore tacque e ingoiò un boccone di saliva.

-La concorrenza? – passò oltre.

-Al momento sembra battuta.

Mise di nuovo il petto in fuori.

-Ubi maior, minor cessa.

Sorrisero tutti, meno che il direttore. 

L’ha ridetto, l’ha ridetto… pensò con un’onda di irritazione. Tra tutte le cantonate di Palanca, le storpiature delle frasi latine erano le più insopportabili. Si faceva bello con motti che non sapeva pronunciare pensando che il significato – semmai l’avesse conosciuto – rendesse inutile la forma. Cessat… si dice cessat! Se proprio vuole citare, citi almeno per bene. Ma non disse nulla, si morse il labbro e lasciò che l’acido lo corrodesse da dentro, senza darlo a vedere.

Stavano per entrare nella sala delle riunioni quando, dal fondo del corridoio, comparve una figura in controluce. Erano due gambe lunghe che proseguivano su un busto magro e un paio di spalle non troppo allineate. Si percepivano le scarpe da ginnastica e il taglio corto dei capelli.

-Chi è lui? – La domanda, chiaramente, non era prevista. Il tono lasciava trapelare l’incredulità della visione, come se si fosse trattato di una presenza sovrannaturale.

-Vede, signor presidente… volevo dirglielo… lui è … insomma sì… ecco … è uno studente.

Palanca si fece color prugna.

-Uno studente? – Nel gruppo scese il gelo – Che cosa fa qui?… dovrebbe essere sotto il casco…

Il giovane, nel frattempo, era arrivato vicino a loro. I suoi enormi occhi celesti guardarono il gruppo vestito di blu e arrivarono sulla figura centrale. Sentì un brivido poco simpatico e gli venne di arricciare il naso. Cercò di concentrarsi sulle narici per resistere, mise la mano dietro la schiena e si grattò, senza essere visto, con le prime tre dita.

Percepì la tensione di tutti e provò, ancora una volta, un vago senso di colpevolezza per aver generato l’infelicità altrui. 

Procedettero verso la sala riunioni mentre il direttore si apprestava a spiegare.

-Dunque… il ragazzo ha un certificato di iperattività commista a disturbi specifici dell’apprendimento e a una rara forma di disregolazione emotiva.

-E allora?

-Allora sembra insensibile alla stimolazione dei caschi.

Strabuzzò gli occhi facendo uscire le pupille dai lobi oculari.

-Non è possibile. Nessuno sfugge all’obbedienza della stimolazione, lo dice la scienza!

Qualcuno che sfugge c’è sempre… pensò il direttore. Sul momento non avrebbe saputo dire il perché, ma gli parve una grande fortuna.

-Evidentemente…

-È l’unico caso? – incalzò Palanca mentre andava avanti e indietro. Teneva una mano sul mento e l’altra sotto il gomito per cercare di concentrarsi. 

-Per ora sì. Ho già consultato le altre sedi, sembra un’anomalia localizzata.

Il direttore prese a illustrare le indagini che aveva avviato. Diagnosi alla mano, si era rivolto al centro di ricerca neurobiologica della Capitale, dove – grazie al cielo – lavorava suo cugino. La spiegazione di quel comportamento poteva risiedere nella mancanza di sincronizzazione tra la corteccia prefrontale e l’ippocampo del ragazzo, uno sfasamento causato dai suoi disturbi. Di fatto, il giovanotto non provava – o li provava in parte – il senso di gratificazione e l’appagamento derivanti dalla stimolazione; il deficit nella gestione dell’emotività, poi, faceva sì che rispondesse a modo suo, togliendosi il casco e andando a giro per i corridoi. 

-Alla vecchia maniera, insomma – gli venne da aggiungere. Ma sarebbe stato meglio se fosse stato zitto perché Palanca, in reazione, si infuriò come una belva.

-Qui non esistono vecchie maniere! – i vetri tremarono – Noi siamo degli innovatori!

-Innovatori… innovatori… – risposero in coro i valvassini in blu.

-Certo, intendevo quello – si corresse il direttore. 

Palanca riprese ad agitarsi. Che cosa poteva fare per gestire quell’imprevisto? A breve sarebbero arrivati gli ispettori del Ministero, trovare uno studente immune alla didattica dei caschi avrebbe aperto dei dubbi sulla fattibilità del progetto. E allora… addio appaltoNon poteva accettarlo, con tutte le tangenti che aveva elargito... era necessario prendere subito una decisione per uscire da quell’incubo infernale. Doveva allontanare il ragazzo, impedire in tutti i modi che qualcuno lo trovasse nei corridoi durante il sopralluogo.

-Portartelo qui – disse conciso.

Il direttore uscì con moto accelerato ma fu un tragitto breve perché il giovane era nei paraggi della stanza, intento a sbirciare nelle aule attraverso gli spifferi delle porte accostate. Lo vide e frenò, azzerando la velocità nel punto d’appoggio dei piedi. Il busto si protese leggermente in avanti per effetto dell’inerzia, le mani per un istante penzolarono nell’aria.

-L’amministratore delegato vuole conoscerti – disse senza preamboli.

-L’amministratore de che? – risuonò l’accento del raccordo anulare.

-Seguimi e basta.

Quando entrarono nella stanza, si irrigidì. Di nuovo il disagio, di nuovo il bisogno di muovere le dita e grattarsi qualcosa. In un attimo li guardò tutti, formattando la percezione dei dati in entrata.

La cosa che Filippo – questo era il suo nome – sapeva fare meglio in assoluto era catalogare gli stati d’animo delle persone. Era talmente abituato a produrre scompenso, da tutta la vita, che aveva imparato a seguirne la crescita attraverso l’evoluzione degli sguardi. Le fasi della reazione di chi aveva a che fare con lui erano sempre le stesse: 

leggero fastidio – fastidio – fastidio esagerato – esplosione – fuga.

Il moto perpetuo da cui era pervaso lo rendeva ingovernabile: qualsiasi cosa gli venisse detta, lui appariva distratto e oppositivo.

Non era mai stato capace di concentrarsi sui compiti che gli venivano assegnati, nemmeno quelli minimi della quotidianità. Sua mamma, disperata, aveva provato a raddrizzarlo ma ogni tentativo era caduto nel vuoto. Aspettami qui… e lui andava via. Facciamo un gioco insieme… ma non seguiva le istruzioni, aiutami a cucinare… e si metteva a correre, come se cucinare e correre fossero la stessa cosa. Diceva sempre no, anche quando era indeciso o addirittura propenso, tanto prima o poi avrebbe cambiato idea. Ecco perché le persone, alla fine, si davano alla fuga: dopo un po’ abbandonavano la speranza. Lui se ne accorgeva, avvertiva i propositi dell’interlocutore rimbalzare di scalino in scalino fino a giungere al piano più basso – la palude dello sgomento – ma non riusciva a fare nulla di diverso. In compenso – c’è sempre un compenso vicino alla sventura – con un colpo d’occhio sapeva inquadrare ogni inflessione dell’emotività.

Appena entrato, quel giorno, percepì che la situazione era diversa da come l’aveva immaginata dal corridoio. Prima di tutto, mancava qualcosa. Non aveva fatto in tempo a produrre fastidio, di questo era sicuro, perché allora lo guardavano in quel modo? Forse sapevano che aveva il trapano nello zaino oppure che il pisello gigante sul muro del bagno era opera sua. Ci aveva messo più di un’ora a realizzarlo, con tutti i dettagli del caso. Gli era costato tre Uniposca ma alla fine era venuto bene, inglobava la finestra come il murales di Maradona a Napoli… una citazione incredibilmente colta! Un attimo, però – continuava a guardarli – questi più che arrabbiati sembrano nervosi… e poi erano sudati, lucidi di roba appiccicosa. Li scorse dal primo all’ultimo trovando, per ciascuno, un certo senso di malessere.

Il direttore… disgusto, il suo vice… sì… aveva lo sguardo un po’ infame… sembra un coniglio che punta alla carota di un altro coniglio… la segretaria era agitata… lei è buona, lasciatela in pace… quello a destra aveva forse il mal di pancia perché muoveva la gamba come faceva lui. Arrivò all’amministratore della scuola – così l’aveva chiamato il direttore – per il quale non provava alcuna simpatia: aveva il viso a macchie viola e rendeva l’aria amara, dalla sua traiettoria bisognava scansarsi. 

-Ecco Filippo – lo introdusse il direttore.

-Vieni Filippo, accomodati.

Tutti osservavano la scena senza respirare, nessuno sapeva cosa Palanca avesse in mente e che cosa avrebbe detto per uscire da quella situazione. 

-So che sei uno studente promettente e che hai buoni voti – cominciò – sei stato scelto per le tue qualità, ti piacerebbe andare in vacanza per qualche giorno?

Filippo sgranò gli occhi. Buoni voti… che sta dicendo?  Le sue valutazioni si assestavano intorno al 5 e, in quella scuola, nessuno prendeva di meno. Era possibile che fosse stato apprezzato per le sue capacità artistiche? Qualcosa gli suonava strano: in tutto il suo percorso scolastico, non aveva mai sentito una proposta simile. 

-In che senso, vacanza?

-Sì, insomma… un viaggio studio. A Malta o in Spagna, dove vuoi tu.

-Non so… dovrei parlarne con la mamma. Quando sarebbe?

-Presto, molto presto. Con la mamma ci parliamo noi, stai tranquillo. Comincia intanto a fare le valigie. 

Pur ritenendolo impossibile, Filippo credette a quella storia. Non si convinse per stupidità e nemmeno per il desiderio di partire. Semplicemente – come capita quando la strada è dritta e il panorama è un muro – assecondò il pensiero di essere diverso, il miraggio di sé più inascoltato e puro. 

Per un attimo si sentì capace di vincere qualcosa, con la medaglia al petto e un trofeo da raccontare. Poco importava che fosse o meno vero, trovò il suo distintivo nel bisogno di sognare.

Fu inserito, così, nel progetto di uno scambio a Malaga, dove Palanca aveva diverse conoscenze legate al mondo del divertimento e alla nuova imprenditoria scolastica. 

Fu sul punto di partire per due volte, due volte restò a terra per gli scioperi del personale di volo.

A febbraio, finalmente, riuscì a imbarcarsi. Decollò con il cappello in testa e lo zainetto pieno di wafer; in tasca aveva una lente, un calzascarpe e un Uniposca perché non si sa mai… magari da qualche parte c’è una finestra da inglobare.

Sarebbe stato lontano un mese, a seguire qualche lezione di materie sparse e a lavorare in un bar della spiaggia. Il rientro era previsto a cose fatte, quando l’ispettore del Ministero fosse già passato. Glielo fissarono con un po’ di margine, per essere sicuri di non vederlo tornare sul più bello, il 20 marzo. Lui fu contento, nonostante scendesse a Bologna e dovesse poi prendere un treno. Cadeva per il compleanno di sua mamma e le avrebbe portato un regalo. 

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