22. La forza della molla
Alle 14:02 del 13 dicembre 2001, durante il blizzard di Santa Lucia, Emilio Cortesi batteva i piedi sul pianerottolo di casa per liberare le scarpe dalla neve. In quello stesso momento, l’adolescente Aldo Balzani riempiva il divano di gambe e di piedi – tutti suoi – davanti alla TV; Rocco Zanieri disegnava matasse aggrovigliate nell’azienda di famiglia; Orfeno Palanca tirava su di coca nel locale che sarebbe aperto in serata e Norfe Cané, con altrettanta perizia, istruiva l’orchestra per il concerto di Natale.
Nello stesso giorno e alla stessa ora, al primo piano del Liceo Fermi, Chiara Betti discuteva animatamente con la sua insegnante di italiano. Aveva allora diciassette anni, un numero poco usato nelle stanze d’albergo e obbligatorio per il passaggio all’età adulta, difettivo per definizione e irrimediabilmente privo di quadrati. Sarebbe dovuta rimanere a scuola fino alle15,30, impegnata in attività di laboratorio, ma l’allerta meteo aveva cambiato i piani di tutti e le famiglie erano invitate ad autorizzare l’uscita anticipata.
Con fervore, spiegava alla Mazzetti che la sua famiglia non avrebbe potuto acconsentire, visto che il padre era via per lavoro. Chiedeva di uscire comunque, giurando che sarebbe andata dritta a casa come faceva tutti i santi giorni con l’orario regolare.
-Conosco la tua situazione e ti capisco – argomentava la docente – ma sei minorenne e la scuola è responsabile.
-Se capisse mi lascerebbe andare – controbatteva lei – è assurdo che io rimanga qui.
Poi la Mazzetti disse quella frase che Chiara proprio non poteva digerire:
– Mi dispiace, non ho fatto io le regole.
Tutte le volte che la sentiva, in lei si generava un corto circuito: i suoi cavi di andata e ritorno si toccavano, azzerando la resistenza che di solito abbassava la corrente di passaggio.
Quali erano queste regole a cui tutti ci si doveva attenere? I dettami della vita, con lei, erano stati disattesi in partenza e nessuno ne era responsabile.
Principio n.1. Ogni bambino ha bisogno di una mamma. La sua, da anni, non c’era più.
Principio n. 2. Ogni mamma che muore lascia qualcuno in sua vece. Per lei questo non era valso. Non c’era più la nonna, non c’era più la zia. Tutte trascinate all’aldilà dalla stessa malattia.
Le era rimasto il padre – grazie al cielo – ma pur essendo in due, erano soli entrambi.
Mi dica, professoressa… avrebbe voluto urlare… quali sarebbero le regole che lei vorrebbe farmi rispettare? Invece non disse nulla; nonostante le sventure che le erano toccate in sorte, aveva l’abilità di trattenersi.
La Mazzetti – capace di sentire nel silenzio – rispettò una regola e ne infranse due: quando tutti furono usciti la prese e la portò a casa sua fino al giorno dopo.
Quel gesto illecito rimase un segreto tra loro; per Chiara valse più di un viaggio in Brasile. La curvatura delle sue sofferenze, quel giorno, si spostò di un grado e tanto bastò a farle prendere una direzione migliore.
Principio n. 3. Una piccola variazione all’inizio cambia completamente la traiettoria nel lungo periodo. Lo sanno i naviganti e le farfalle quando alterano il sistema con il battito delle ali.
Quello slancio di umanità fu una boccata d’aria che le riempì i polmoni; per tutta la vita vi attinse senza saperlo, come si fa con le gentilezze ricevute.
Fece comparsa, di tanto in tanto, nell’apertura dei giudizi e nella sicurezza con cui riconosceva il bene. L’attenzione agli altri divenne per sempre il posto in cui non si stancava di tornare, forse per compensare il senso di ingiustizia, forse per accogliere invece di incassare.
La sua storia si era inceppata nel 1993, all’età di nove anni.
Era il mese di giugno, il mondo aveva assistito a eventi che solo una lettura a posteriori avrebbe sottoposto al giudizio dell’inutilità: a inizio anno gli Stati Uniti e l’URSS avevano firmato un accordo per il disarmo nucleare e il 23 Febbraio, a Manhattan, un’autobomba era esplosa nel parcheggio sotterraneo delle torri gemelle, fornendo in anteprima quel senno di poi, che poi sarebbe stato inascoltato.
In Italia, la situazione non era delle migliori; l’intera classe politica era accusata di corruzione, incastrata dalle indagini di un gruppo di magistrati e nuovi attacchi terroristici minacciavano i centri delle città colpendo, attraverso la cultura, l’identità del paese.
La vita della gente comune scorreva tra le notizie del telegiornale e l’affitto da pagare; duecentosettantamila bambini erano nati, dodicimila matrimoni si erano sciolti, qualcuno si baciava per la prima volta al cinema durante la proiezione di Lezioni di Piano e Nick Cave, con la sua band, incideva Live Seeds.
Ma di tutto questo, Chiara non sapeva nulla.
Come gli altri bambini, viveva beata tra la scuola e il cortile condominiale, concentrata solo sul presente. Avrebbe convenuto, anni dopo, che quello stato di grazia fosse la felicità e che il parametro per misurarla consistesse proprio nell’impulso a non farlo. L’assenza di bisogni lasciava spazio a tutto ciò che bisogno non era: una moltitudine di percezioni che si estendeva fin dove arrivava il giorno e la portava a crollare, la sera, senza più forze né pensieri.
La serenità finì, per lei, il 13 del mese, quando sua madre fu chiamata dall’ospedale: da un controllo fatto, era emerso un male da operare. La sentì parlare al telefono con una collega di lavoro.
-Ho paura che non andrà bene – diceva triste – dopo mia mamma e mia sorella, cosa vuoi che mi aspetti…
Chiara ebbe l’istinto di pensare la stessa cosa 33 anni dopo, quando la telefonata toccò a lei.
I brutti ricordi
intrecciano
invisibili armature;
nel tempo
diventano
legittime paure.
I mesi che seguirono a quella data furono orribili, parecchio oltre la bruttezza che una bambina avrebbe mai potuto immaginare.
Arrivò l’intervento e, insieme, la sentenza di condanna: era troppo tardi per poterla salvare. Chiara vide la sua mamma consumarsi, giorno dopo giorno, come il fusto di una candela. Il corpo perdeva consistenza, il volto si scavava, l’energia si affievoliva… cambiava davanti ai suoi occhi in modo così veloce da non permetterle di abituarsi, a volte a distanza di poche ore.
La cosa che le rimase più impressa fu la voce, continuò a sentirla per mesi anche quando non c’era più.
Chiara… bambina mia… pareva che dicesse… e intanto qualcuno la tirava indietro. Sembrava attaccata a una molla: più si avvicinava a lei, più si sentiva retrocedere.
La sensazione di essere allontanata suo malgrado, anche nei ricordi, veniva dall’abitudine di suo padre di tenerla a distanza.
Vieni qua, lasciala riposare… diceva di continuo. Forse lo faceva per proteggerla, forse per assistere la mamma. Oppure perché non sapeva che altro fare, con la ronca della morte che falciava l’aria.
Non poté più abbracciarla, mai più sentì le sue labbra sulla fronte. Ricercò quella fisicità per tutta la vita, come una goccia d’acqua nel deserto. Vi si imbatté, tutto d’un tratto, la volta in cui trovò il disegno di Rocco nello studio, ventiquattro anni dopo: i corpi stretti dello schizzo dettero alla sua pelle la sensazione di bere.
Il 26 febbraio del 2026, quando ormai aveva quarantadue anni, la chiamarono dall’ospedale per una visita di approfondimento: la mammografia aveva rilevato una macchia scura su cui era necessario indagare.
Neanche a farlo a posta, era la stessa età di sua madre; sembrava che il destino avesse fatto un patto con il tempo.
Ti stavo aspettando… pensò rivolta al male che l’aveva trovata.
L’infermiera parlava al di là della cornetta.
-Si è liberato un posto, se vuole può venire domani alle 9.
-Va bene, grazie, ci sarò.
Per l’intera giornata, cercò di riservare a sé stessa la professionalità con cui trattava i suoi pazienti e portò avanti con distacco le sedute fino all’ultima, fissata per le 17.
Solo alla fine, quando Balzani era sulla porta, il pensiero di quello che stava per succedere ebbe la meglio. Per un attimo vide buio e sentì le gambe vacillare ma fu brava a fingere la normalità; lo guardò di sfuggita e fu certa che non si fosse accorto di niente.
La sera, con Rocco, ebbe l’istinto di farsi consolare ma la data del processo era vicina e lui aveva bisogno di tranquillità: ne avrebbero parlato, eventualmente, dopo i risultati dell’esame.
Le ore erano lente, il pensiero soffocato. Guardava il suo corpo muoversi tra le cose di sempre e lo immaginava scomparire, come era successo a quello di sua madre. Fu sollevata al pensiero di non avere figli, sarebbe stato ancora più straziante far vivere a loro ciò che era toccato a lei.
La sorte, tuttavia, non le permise di tacere a lungo: dopo dieci giorni la chiamarono per l’intervento, inaspettatamente prima del previsto. Ancora una volta, sembrava che il caso si fosse divertito a saltare sul calendario, buttando il dado sul giorno peggiore.
Così affrontò la questione.
-C’è una cosa di cui devo parlarti – gli disse quando seppe la data.
Si stesero d’istinto sul divano, come quando raccontava lui.
Il corpo di Rocco, attaccato al suo, le dette coraggio. Ne sentiva il calore e, in qualche strano modo, la determinazione a resistere.
Fece un respiro profondo e cominciò, partendo da quando era bambina. Era la prima volta che raccontava di sé in modo così accurato, la prima volta che liberava tutte le paure.
Una sostanza immateriale che pure aveva sapore e consistenza passò dall’una all’altro attraverso la voce: lei si svuotava e intanto lui si riempiva.
-Più che la morte mi spaventa la malattia – considerava – l’idea di perdere dopo aver combattuto. Non so immaginare come reagirei se mi dicessero che non c’è più nulla da fare. Chissà se il mio cervello sarebbe in grado di elaborare un’informazione simile o se la negherebbe per proteggersi – sterzò su una specie di battuta – avrei studiato tanto solo per riconoscere la fine.
Poi arrivò all’informazione che per forza doveva comunicare, ponendo il bene di Rocco accanto al suo.
-Avrei creduto di accompagnarti a Roma il 20 marzo ma temo che non sarà possibile: è proprio il giorno dell’operazione.
Rocco rimase spaccato. Aveva ascoltato in silenzio mentre la difesa che avevano costruito crollava. Una pietra dopo l’altra – le pareti verticali e quelle dei bastioni – lasciando loro con le macerie addosso.
Nessuna parola uscì dalla sua bocca.
Affondò la faccia tra la sua spalla e il collo, col braccio la avvolse fino a estendere le vene. Divenne albero, acqua dalle radici e ombra dalle foglie; con lei attese l’arrivo della sera.
Quella notte sognò il processo. Era nell’aula del tribunale, davanti all’uomo incappucciato.
Zuesse, zuesse … continuava a dirgli. Poi la frase che gli aveva gridato addosso quando lo aveva lasciato andare… Fliedu bischi frei…che cosa vuol dire?… Fliedu bischi frei.
L’uomo non toglieva il cappuccio/doveva farlo/non lo faceva.
Lo riconosce? Incalzava il giudice. Aveva la voce arcigna e il tono arrabbiato. Non lo vedo…non lo vedo. Era un bambino/ faceva freddo/ l’odore di pipì.
Il tempo si avvolse,
era prigioniero,
si svegliò sudato.
La mattina dopo si alzò prima del solito. Fece la doccia e portò a Chiara la colazione a letto.
Picchiettò sulla porta per svegliarla con dolcezza, aprì le tende e appoggiò il vassoio sul comodino. Attese che si sollevasse, poi si sedette accanto.
-Se mi prometti che ce la farai, ce la farò anch’io.
Non disse altro, lei lo abbracciò, piansero insieme.





