8. Un uomo soltanto
Da quando Greg era partito con la sua famiglia, Mia non aveva più avuto notizie.
Erano passati i giorni lunghi dell’estate e l’aria in città era diventata meno afosa; il mese di settembre, iniziato con temperature ottimali, invitava a progettare nuove attività per l’autunno.
Era domenica quando Mia aprì gli occhi di scatto alle 4,30 del mattino, svegliata di soprassalto da un’illuminazione improvvisa. 
-Come ho fatto a non pensarci- disse la ragazza tra sé e sé.
Aspettò con ansia che arrivassero le 7, un’ora plausibile per uscire di casa con la scusa del jogging, si infilò la tuta e le scarpe da ginnastica e corse da Anna.
Da tempo possedeva le chiavi ed entrò senza suonare.
-Anna svegliati!- Disse mentre apriva le finestre in tutta la casa.
-Sono sveglia da un bel pezzo- disse una voce dalla cucina – anche se mi piacerebbe poter dire che dormivo. Che cos’è tutta questa fretta?
Nell’ultimo periodo, Anna si era lasciata andare alla malinconia.
Era caduta in uno stato di abbandono psicologico da cui faticava a risollevarsi nonostante si imponesse di portare avanti le occupazioni di sempre. Simulava la condotta di una normalità apparente in un atteggiamento di sfida e di coraggio poco naturali, dettati solo dal desiderio di fornire un sostegno per la sua giovane amica.
-Ascolta- riprese Mia dopo averla raggiunta- sono tre mesi che aspettiamo e nessuno si è fatto sentire.
-Dunque?- chiese Anna incuriosita.
-Evidentemente non possono chiamare, è chiaro. Questo non significa, però, che non possano avere notizie da noi.
-Che cosa intendi dire?
-Intendo dire questo- riprese la ragazza con tono concitato- Non sappiamo che cosa sia successo ma possiamo intuire che anche loro, come noi, siano in pena per il fatto di non poter dare notizie. Saranno sicuramente preoccupati, no?
-Penso proprio di sì- rispose la donna mentre inclinava la testa per vedere le cose da un’altra prospettiva.
-Allora, segui il mio ragionamento. Che cosa faresti tu se fossi lontano da casa, in preda alla nostalgia? Dimmi Anna, che cosa faresti?
Anna appoggiò le braccia sui sostegni della sedia a rotelle e unì le mani intrecciando le dita, seguendo le immagini del proprio pensiero.
-Cercherei dei punti di contatto con il mio paese, qualcosa per sentirlo vicino. È quello che fanno da sempre tutti coloro che partono e che si allontanano dalla loro terra di origine, cercare qualcosa per averla con sé. Non c’è niente di più forte dell’attaccamento alla terra, dove affondano le nostre radici.
-Giusto! Lo fanno tutti da sempre, cercano un contatto con il proprio paese – ripeté Mia con enfasi- Perché non dovrebbero farlo loro? E sai una cosa? Oggi giorno è molto più semplice perché c’è la televisione satellitare.
Ci fu un attimo di silenzio. Anna fissava la parete di fronte come se fosse stato uno schermo in cui cercare un filo conduttore, la trama di quello che stava per succedere. Improvvisamente guardò Mia, che le sorrise mostrando molti più denti di quelli che la sua bocca potesse, in effetti, contare.
-Intendi andare in televisione per lanciare un messaggio, nella speranza che ci vedano? È questo che hai in mente?- domandò Anna.
-Esattamente!- rispose Mia.
-Ma come facciamo… È una follia! Non conosciamo nessuno che possa metterci in contatto con una tv satellitare. E poi dovremmo dire qualcosa che capiscano solo Greg, Libero e Adele, sempre che ci vedano… una specie di messaggio in codice. Non possiamo certo raccontare che sono scomparsi nel nulla, rischieremmo di metterli in pericolo!
-Il discorso lo decidiamo dopo, ora concentriamoci sul modo di procedere. Pensa Anna, pensa…conosci qualcuno che potrebbe in qualche modo aiutarci a fare il primo passo? Dobbiamo provare ogni strada per riuscire a comparire in televisione, è l’unico modo in cui possiamo raggiungerli, la nostra unica occasione!
Anna fu presa alla sprovvista e rimase in silenzio, come se stesse pensando a qualcosa che non voleva dire.
Mia riconobbe sul volto della donna un’espressione di dolore, la stessa che le aveva visto assumere tante altre volte, quando parlando si era trovata a ripercorrere certi periodi della sua infanzia. In quei casi la ragazza di solito cambiava discorso e portava l’amica più grande in un terreno di serenità dominabile, fatto di racconti giocosi e di episodi del quotidiano.
Questa volta, invece, Mia tacque e rimase ad aspettare. Attendeva nel rispetto dei tempi di Anna, indugiava con una forma di impronunciato riguardo per le sue ansie e per le sue paure su qualcosa che era rimasto, da sempre, ostinatamente oscuro. Temporeggiava sperando che i mostri del passato smettessero di combattere dentro di lei e che una voce prevalesse sull’altra, in direzione della vita.
Dopo qualche minuto, finalmente Anna riprese la parola.
-C’è solo una persona che farebbe qualsiasi cosa per me, un uomo soltanto. Si chiama Sauro Caselli, non lo vedo da moltissimo tempo.
-Chi è?- chiese d’istinto la ragazza.
-È l’uomo che mi ha investita, 25 anni fa
Mia si sentì sprofondare, ebbe la sensazione di aver sollevato un coperchio troppo pesante, impossibile da reggere senza lasciarlo cadere. Pensò alla posta in gioco, a Greg che forse era in pericolo con la sua famiglia e al desiderio di fargli sapere che potevano contare su di loro; constatò l’urgenza di fargli vedere che stavano bene e che Anna non era da sola.
-Hai il suo numero? Ti senti di chiamarlo?- Disse.
-Passami il telefono- rispose la donna.
Le mani di Anna si mossero veloci sulla tastiera, quasi a ostentare una risolutezza deliberata dalla volontà e tradita poi da un leggero tremolio.
Dopo qualche squillo, un uomo rispose.
-Sono Anna- disse lei.
Cadde il silenzio tra le onde, caddero insieme il muro dell’attesa e la barriera del pianto; caddero la distanza del vuoto e la nebbia della pena. In un istante tutto precipitò, con la forza tempestiva di un terremoto che in pochi secondi sgretola un paese intero. Tutto semplicemente cadde.
-Anna…finalmente….non ci speravo più – Disse l’uomo con un filo di voce.
-Puoi venire da me?- chiede lei concisa.
-Arrivo subito.
Anna agganciò il telefono e guardò Mia. Aveva un’espressione insolita, come se stesse affrontando per la prima volta tutte le paure e le vedesse finalmente tutte insieme.
Un piglio di incertezza sulle labbra e un guizzo di coraggio nello sguardo; era giunto il momento di attraversare il dolore.
Dopo pochi minuti il campanello suonò.

