9. Sauro
Il pomeriggio in cui Sauro fece l’incidente con Anna fu il peggiore di tutta la sua vita, la data che avrebbe condizionato per sempre il suo futuro e tutte le sue scelte, i suoi pensieri e le sue priorità.
Sauro era il figlio unico di una coppia di liberi professionisti affermati, suo padre era un medico di successo e sua madre un avvocato divorzista. Vivevano in un quartiere prestigioso nella zona centrale della città, in un attico arredato con gusto ed eleganza secondo uno stile che mescolava sapientemente modernità e ricercati elementi del passato.
Avevano quadri e sculture nel salone, libri antichi sugli scaffali dello studio e un grande acquario che si snodava sulla parete tra le due stanze, visibile da entrambe le parti.
Le camere da letto, comprese quelle degli ospiti, erano ammobiliate in modo raffinato e lasciavano intuire una certa attenzione per le varie tonalità dei colori, scelti con cura per i tendaggi e per la tappezzeria. Gli accessori risultavano al tempo stesso utili e ornamentali, senza mai eccedere in sfarzi privi di significato. Tutto sembrava progettato per essere sistemato lì, in quella posizione e con quegli oggetti accanto; senza lasciar trapelare altre possibilità di accostamento.
Sauro aveva vissuto in quella casa da sempre, in un contesto di benessere che era per lui la più naturale delle condizioni.
Il giorno dell’incidente era un giovedì di fine novembre, la data del suo diciottesimo compleanno.
I genitori gli avevano chiesto come avrebbe voluto festeggiare e lui aveva risposto che gli sarebbe piaciuto fare una festa a casa, invitando tutti i suoi amici.
Dopo aver ottenuto il permesso con le mille raccomandazioni di rito, Sauro si era assicurato che i suoi uscissero per tempo e passassero fuori la notte in modo da non avere vincoli di orario. Il giovedì del suo compleanno aveva dunque cominciato i preparativi.
Subito dopo pranzo era arrivato lo staff degli organizzatori, composto dagli amici più intimi e fidati con cui condivideva la gestione dell’evento.
Le ragazze avevano portato lo stereo con le casse grandi, una gran quantità di bibite e cibarie di ogni genere, insieme ai rossetti e ai mascara per allungare le ciglia. I ragazzi avevano aggiunto diversi pacchetti di sigarette e, i più ottimisti, anche qualche preservativo.
A metà pomeriggio l’allestimento era nel pieno dell’attività, tra musica e risate dei protagonisti.
-Dov’è Chiara?- chiese il festeggiato notando che la ragazza tardava ad arrivare.
-Ha il turno al canile e arriva più tardi- rispose Giada, che era la sua migliore amica.
Da qualche tempo Chiara faceva la volontaria al centro di accoglienza per cani abbandonati nella periferia ovest della città. Interessata da sempre al mondo animale, la ragazza aveva preso l’abitudine di portare cibo ai cagnolini e, da qualche mese, aveva cominciato a occuparsi della struttura in modo stabile, dedicando all’attività qualche ora tutti i giovedì dalle 14 alle 17.
Sauro ammirava la sua determinazione e il suo animo gentile oltre che i suoi capelli biondi e la sua bocca a forma di cuore. Per questi motivi, uniti ad altri che avrebbe saputo elencare punto per punto, poteva dunque dichiararsi cotto a puntino.
Alle 18,30 Chiara non era ancora arrivata e Sauro cominciava a stare in pensiero. La sua presenza era determinante per la riuscita della festa e lui non intendeva rinunciarvi.
-Vado a prenderla- disse a un certo punto.
-Come ci vai?- chiesero gli amici. Servono almeno due autobus per arrivare al canile e la festa sta per iniziare!-
-Prendo la macchina di mio padre – rispose lui.
-La macchina?- domandarono i compagni in coro- Ma non hai la patente!
-State tranquilli, il mio vecchio mi ha insegnato a guidarla e tra poco prenderò il foglio rosa, non succederà niente.
Così Sauro afferrò le chiavi sulla consolle e scese in garage. Salì su un Suv nero che aveva eleganti rivestimenti interni e i finestrini scuri, mise in moto e partì.
Dopo qualche incertezza iniziale e qualche tentennamento a singhiozzo, il giovane cominciò a procedere con scioltezza nel traffico, intenzionato a recuperare l’amica per l’inizio della festa e, perché no, a fare magari bella figura con l’auto di lusso che di lì a poco avrebbe guidato legittimamente.
Arrivato al canile, trovò Chiara seduta sullo scalino di un capanno per gli attrezzi, con accanto un cagnolino a chiazze bianche e nere.
-L’hanno portato adesso- disse la ragazza dopo aver salutato l’amico, quasi senza notare che era arrivato in macchina – deve avere pochi mesi di vita. Guarda com’è bellino! Si è adagiato accanto a me e non si stacca. Ho pensato di chiamarlo Scotch.
Chiara si alzò e fece un giro in tondo. Qualche passo indietro, Scotch la seguì ripetendo ogni mossa. Quando lei tornò seduta, anche lui si accomodò facendo capire che non l’avrebbe lasciata.
-Carino, però dobbiamo andare- disse Sauro- a casa mia comincia la festa.
-Non posso lasciarlo, non ce la faccio!- replicò Chiara.
-Va bene, portiamo anche lui- Concluse Sauro alla fine. -Gli daremo qualcosa da mangiare e per stanotte lo terremo in camera mia. Ma bisogna stare attenti che non sporchi nulla, mia madre è fissata con la tappezzeria.
Così i due ragazzi salirono in macchina, adagiarono Scotch sul sedile di dietro e misero in moto.
Passarono dalle strade larghe della periferia e arrivarono ai viali di ingresso della città. Man mano che procedevano in direzione del centro, il traffico si intensificava e insieme cresceva il rumore dei motori, delle ruote sull’asfalto e dei clacson in lontananza. Sauro pensò che la festa doveva essere già cominciata e aumentò la velocità della corsa. 
Alle 19,10 un motorino sfrecciò a sinistra dell’auto, proprio mentre il veicolo veniva messo in ombra dal fusto di un albero che si trovava davanti a un lampione. Il buio riflesso sui due ragazzi, insieme al rumore del motociclo, spaventò il cagnolino che d’istinto fece un balzo sui sedili davanti, quasi a difendere i giovani dalla sagoma nera. Sauro perse il controllo del volante, in pochi secondi vide la luce che tornava dietro l’albero, le macchine ferme di lato e un flash allucinante che non avrebbe scordato: la figura di una bambina davanti al cruscotto che spingeva di lato qualcuno. Frenò con tutta la forza che aveva nel piede ma lo schianto fu inevitabile, poi cadde il silenzio.
Arrivarono i vigili e i mezzi di soccorso, che ripartirono con le sirene spiegate. Il suono, diluito con l’aumento della distanza, rimase nella sua testa come un grido di dolore. Non lo sapeva ancora, ma quel rumore acuto e perforante avrebbe accompagnato le sue notti per tutta la vita.
Poco dopo giunsero la polizia e i genitori, mescolati a un cumulo di folla curiosa.
Sauro rimase impietrito, poi cominciò a sentire l’eco dei discorsi e avvertì un senso di smania diffuso tra il cranio e lo stomaco, come se tutto il suo corpo cercasse una spiegazione impossibile da trovare. Volle seguire gli spostamenti dell’ambulanza e, ancora sotto shock, chiese di andare all’ospedale, dove tornò per moltissimi giorni a seguire.
Venne a sapere che Anna, la piccola travolta, aveva perso l’uso delle gambe e non voleva parlare. La sbirciava di nascosto dietro la porta della camera, preso dallo sgomento e dal buio del rimorso.
Imparò a riconoscere suo fratello, che stava con lei di giorno e di notte tenendole la mano. Osservava i dottori che scuotevano la testa e la madre che piangeva di spalle, rivolta verso la finestra per non farsi vedere. Incapace di qualsiasi azione Sauro rimaneva lì, sconvolto dal dolore che aveva generato.
Un giorno si fece coraggio ed entrò nella stanza.
– Sono quello che ti ha investita- disse- sono qui per chiederti scusa, anche se non credo che potrai perdonarmi.
Anna lo guardò fisso negli occhi, senza dire niente. Poi lui riprese:
-Sarò sempre a portata di mano, vicino a te. Semmai avrai bisogno di qualcosa potrai cercarmi e contare sul mio aiuto, per tutta la vita.
La bambina rimase zitta e lui uscì dalla stanza.
Sauro mantenne la sua promessa, diventò un poliziotto e prese parte a diversi progetti di educazione stradale. Quando fu grande comprò una casa vicina a quella di Anna e le inviò il suo numero di telefono. Fu una presenza invisibile e discreta; lei non lo vide mai fino a quel giorno, in cui decise di telefonargli.

