1. D’un tratto, un sussulto
La notizia arrivò col gazzettino delle 12. Bianca era in bottega e lavorava su un quadro dei primi del 900, il ritratto di una donna con il basco e il soprabito blu. Seduta su un panchetto in mezzo a trucioli e barattoli di ogni tipo, la ragazza spolverava i particolari della tela per stabilire le fasi del restauro.

Accanto a lei, Alvise ripuliva gli attrezzi per la cesellatura delle cornici. L’odore di acquaragia e di acetato riempiva lo spazio e si mescolava con l’aria che entrava dalla piccola finestra in fondo alla stanza, aperta nonostante il freddo di gennaio.
Al suono delle campane, l’uomo si alzò e si diresse verso la radio.
– Sentiamo che cosa hanno da raccontarci oggi – disse premendo il tasto dell’accensione.
Bianca, impassibile, continuò a lavorare. Da molto tempo era abituata a quel rituale quotidiano e parve non accorgersi di aver perso il silenzio.
Dopo la sigla, la voce del giornalista si diffuse tra gli oggetti del laboratorio, ampliando lo spazio già saturo con la dimensione del suono.
–Iniziamo con una notizia di cronaca appena giunta in redazione: circa mezz’ora fa una donna si è gettata nel Canal Grande. Si trovava a bordo di un vaporetto della linea 1, nei pressi del ponte dell’Accademia. Un particolare singolare sembra emergere dal racconto dei testimoni: la donna si sarebbe tolta le scarpe prima di buttarsi in acqua, lasciandole poi a bordo dell’imbarcazione. Al momento non abbiamo altre informazioni sull’accaduto, vi daremo gli aggiornamenti nelle prossime edizioni del radiogiornale.
Bianca alzò di colpo la testa e sbarrò gli occhi. Esitò un attimo mentre teneva lo sguardo fisso nel vuoto.
– Non è possibile – mormorò piano. Indugiò ancora qualche secondo e poi si alzò.
– Devo andare – aggiunse di fretta – domani recupero l’ora.
Appoggiò il pennello che usava per spolverare e si infilò il giubbotto, correndo verso l’uscita.
Alvise rimase attonito, colpito da quel gesto improvviso e inaspettato.
Da quando era avvenuto l’incidente, qualche mese prima, Bianca si era chiusa in un mondo tutto suo. Parlava raramente, teneva gli occhi fissi sul lavoro e mai più aveva accennato a un sorriso.
Lui la guardava in silenzio, giorno dopo giorno, rispettoso di tanto dolore. Non era abituato a esibire compassione, visto il suo carattere burbero e scontroso, ma l’affetto che provava per quella ragazza era in tutto simile a quello che si poteva provare per una figlia e lui, una figlia, non l’aveva mai avuta.
Una volta uscita dalla bottega, Bianca percorse velocemente i vicoli del Dorsoduro, costeggiò Calle della Toletta e arrivò al ponte dell’Accademia. Il vento freddo le sferzava le guance e la fronte, ma la sua mente era distratta da un unico pensiero e lei non ci fece caso.

Con un po’ di fatica si fece largo tra la calca, una folla di curiosi e di turisti che si mescolavano in una pluralità di accenti e di colori. Le voci si sovrapponevano formando un’unica grande eco che si propagava come un’onda tra le persone, spinta avanti e indietro dai commenti e dall’incredulità.
– Fate spazio, scorrete! – diceva un vigile mentre allargava le braccia per ripristinare l’ordine. Bianca si avvicinò all’uomo.
– Che cosa si sa della donna? – gli chiese.
– È incosciente ma viva. È già un miracolo, con questo freddo. L’hanno portata all’ospedale.
– Qualcosa sulla sua identità?
– Per ora niente, è tutto nelle mani della Polizia.
Bianca attraversò il ponte e imboccò i vicoli del sestriere San Marco per continuare, poi, verso l’ospedale.
Quando arrivò erano le 13,10; varcò la porta del Pronto Soccorso e si diresse verso lo sportello delle informazioni. Una signora vestita di chiaro le fece segno di parlare.
– Hanno portato qui una donna con l’ambulanza, poco fa. Si è gettata nel Canal Grande.
– È una sua parente?
– Sì – mentì Bianca.
– Entri in reparto, le chiamo il dottore che l’ha visitata.
Passò i tornelli e si trovò in un corridoio bianco, spoglio e desolato come spesso sono i tunnel di attesa. L’odore del disinfettante riempiva la zona di passaggio e accentuava la completa assenza di arredo: non c’erano forme, intorno, a cui potersi appigliare.
In lontananza vide comparire un medico e capì che stava andando da lei.
– Buon giorno – le disse.
– Buon giorno.
– Avrei bisogno di sapere il suo grado di parentela con la nostra paziente.
– Ecco, vede… – farfugliò Bianca – in realtà non sono sicura che si tratti della persona giusta. Ho sentito la notizia alla radio e sono corsa qui, il particolare delle scarpe mi ha fatto pensare che si tratti di qualcuno che conosco. Potete dirmi il suo nome?
– Glielo direi, ma non lo sappiamo. Non abbiamo trovato i documenti e la signora non ha ancora ripreso conoscenza.
– Posso vederla?
– Normalmente le direi di no, vista l’incertezza della parentela. Ma queste prime ore sono fondamentali per il suo risveglio e gli stimoli emotivi possono essere di grande aiuto. La faccio passare, può stare con lei una decina di minuti.
– Grazie.
Bianca entrò nella stanza con incedere lento e indeciso. Il sole filtrava dalle tapparelle inclinate e illuminava la macchina per il controllo cardiaco; accanto al letto, uno schermo trasmetteva grafici a più colori insieme a suoni sottili.
Fece pochi passi, quasi senza respirare. Notò in lontananza un ciuffo di capelli biondi adagiati sul cucino; poi si fermò e per qualche secondo rimase così, incerta se procedere o tornare indietro.
Aveva paura di guardarla in volto, di scorgere delle somiglianze che avrebbero potuto amplificare il suo dolore. Oppure l’avrebbero alleviato, dando ai suoi occhi la consolazione dei ricordi.
E se non avesse avvertito nulla, se i suoi tratti le fossero apparsi estranei, come si sarebbe sentita?
Aveva un solo modo per saperlo, doveva procedere e guardarla da vicino.
Riprese a camminare piano, finché non riuscì a vederla chiaramente.
Era una donna giovane, di trent’anni e forse anche di meno. Il naso dritto e pieno di lentiggini sporgeva dal viso regolare, a tratti spigoloso; i suoi capelli biondi mostravano adesso dei riflessi ramati.

Notò delle scarpe a vicino al letto, un paio di calzature azzurre con un fiocchetto giallo sulla parte anteriore; probabilmente qualcuno le aveva portate all’ospedale dopo i primi soccorsi.
Bianca si mise seduta vicino a lei. Le guardò il collo, l’orecchio, il braccio adagiato sul lenzuolo.
Finalmente avvertì la sensazione di essersi calmata.
Non c’era nulla, in quel momento, che potesse fare. L’atmosfera ovattata della stanza le dava il tempo di pensare con calma agli ultimi, frenetici eventi che l’avevano condotta lì.
D’un tratto sentì un sussulto, come se qualcosa fosse improvvisamente cambiato.
Guardò di nuovo la donna e sentì l’istinto di pronunciare quel nome che da un’ora le rimbombava nella testa, frastornandola di dubbi e di domande inaspettate.
– Egle? – disse piano.
La ragazza si mosse con un fremito leggero, poi aprì gli occhi. Piegò il volto verso di lei e la guardò.

