21. La somma delle parti
– Faccio spesso lo stesso sogno – Così Aldo iniziò la seduta del 5 febbraio.
La dottoressa Betti infilò gli occhiali e aprì il blocco degli appunti. Dava molta importanza alle visioni notturne, le usava come lenti per inquadrare i meccanismi della psiche e far emergere aspetti sommersi delle questioni da risolvere. A guardarli dalla parte giusta – prospettiva talvolta ingarbugliata – vi si potevano ravvisare gli elementi da affrontare nel processo di cura.
– Che cosa intende per spesso?
– Quasi tutte le notti – abbassò il tono di voce – ormai è un appuntamento fisso.
Poi raccontò i dettagli: un uomo che non conosceva si avvicinava a lui in uno spazio affollato. Lo vedeva dal basso, probabilmente da sdraiato. Diceva qualcosa in modo agitato ma parlava una lingua sconosciuta e non lo capiva. Finiva sempre allo stesso modo: rimaneva frastornato, con la sensazione che in quelle parole vi fosse qualcosa di importante ma non aveva mezzi per comprenderlo e lo straniero andava via.
– Vorrei fermarlo ma è tardi – commentò a denti stretti – sempre troppo tardi.
Chiara appuntò le parole: uomo sconosciuto, affanno di non fare in tempo.
– Ricorda le sue fattezze?
Provò a concentrarsi ma l’immagine gli fuggiva dalla testa. Nonostante lo vedesse di frequente, di quel volto tratteneva solo l’idea.
– È chiaro di carnato e di capelli – si sforzò di rammentare – ma forse lo associo alla luce che viene da dietro: alle sue spalle c’è una vetrata o qualcosa di simile – Si interruppe un attimo prima di continuare – ora che mi ci fa pensare, c’è un particolare… non gli avevo mai dato importanza. Dietro di lui c’è qualcosa di circolare, come un anello luminoso. Mi abbaglia, la figura è in controluce, lo vedo male. Mi sembra che sia di bella presenza, non giovane e nemmeno vecchio: di mezza età.
– Non le fa paura, quindi…
– Paura no, però mi agita; mi sveglio sudato.
– Da quanto tempo si ripete?
Aldo raccontò che tutto era cominciato quando era uscito il bando del concorso, lo stesso periodo in cui erano arrivati i tremolii alle mani.
– Forse non dovrei andare al colloquio, che ne pensa? – chiese di conseguenza.
– Questo deve deciderlo lei. Credo comunque che le ragioni del suo malessere non siano riposte lì. L’esame è solo un evento scatenante: se anche rinunciasse, i problemi tornerebbero, magari con altri sintomi. La mente è in grado di sabotare il corpo se ha qualcosa di irrisolto, manda segnali chiari; possiamo ignorarli ma non riusciamo a farli tacere.
Chiese dei tremori alle mani, se avesse già fatto degli accertamenti.
– Figuriamoci – rispose lui – mi sono sottoposto a ogni tipo di controllo, non è emerso nulla.
– Quando compaiono?
– Nei momenti più disparati, anche quando credo di essere calmo.
Riferì di una sera, qualche giorno prima, in cui era andato al cinema con una donna appena conosciuta. L’aveva incontrata a casa di amici, corpulenta e senza gusto nel vestire, col viso arcigno e il rossetto troppo marcato. Ma era ironica e piacevole nella compagnia; un’impiegata di banca – chi avrebbe mai pensato che una bancaria potesse avere una potenza di trascinamento – invece ce l’aveva: era divertente oltre misura. Forse quella dote, in un tempo diverso, gli sarebbe parsa irrilevante se non addirittura fastidiosa, visto l’aspetto indisponente. Adesso invece la vedeva come un toccasana, qualcosa a cui affidarsi per mettere il cervello in stand by e non pensare ad altro.
– Non so se le è mai capitato di avere un appuntamento con qualcuno brutto e simpatico – chiese sullo slancio del racconto – è un’esperienza curiosa.
La dottoressa tacque. No, non le era capitato, almeno non di recente… magari le avrebbe fatto bene.
– Insomma – proseguì lui – c’erano tutte le condizioni perché mi sentissi tranquillo. Invece è successo anche lì. Nel buio della sala ho sentito la mano destra cominciare a tremare e poi, di colpo, irrigidirsi, fino quasi a rimanere bloccata. Ho cercato di stimolare le dita, di controllarne i movimenti ma nulla… non rispondeva ai miei comandi, sembrava scollegata.
– Quanto è durato?
– Abbastanza per rovinarmi la serata. Avevo paura che lei se ne accorgesse, che mi chiedesse qualcosa: se era successo altre volte, come facevo per gli interventi chirurgici… non volevo apparire agitato e dopo il film sono venuto via. Vede… io sono un ortopedico, gli arti li conosco bene. Il fatto di non scoprire una causa clinica mi rende ancora più inquieto: mi trovo nella situazione, assai imbarazzante per un medico, di non saper cosa curare. Possibile che sia solo una questione psicologica?
La dottoressa Betti fece una pausa prima di rispondere.
– È sicuro di voler porre questa domanda a me?
Gli venne da ridere. Era ironica anche lei, in modo sottile. Non aveva visto la sua espressione – girato di spalle sulla poltrona – ma la pensò sorridere a sua volta. Lei riprese la questione.
– A volte questi disturbi hanno un’origine difficile da individuare. Può essere un trauma o un forte stress, ma anche una causa fisica come uno sfasamento tra i livelli del sistema nervoso o altro ancora. Il problema diventa comunque psicologico nel momento in cui cerca di reagire e innesca dei meccanismi legati a quello che potrebbe succedere. Il fatto che fosse al cinema, in un contesto sereno, non dice granché. Questo genere di fastidi non è necessariamente scatenato da un’emozione negativa, si manifesta piuttosto quando per lei è importante star bene. Molto dipende dal significato che il suo cervello attribuisce alla situazione, la rilevanza che ha per lei.
– Desideravo fortemente distrarmi e, per questo, non ci sono riuscito; è così?
– Potrebbe essere così.
Chiese se ci fossero delle strategie, qualcosa che potesse aiutarlo nell’immediato. In qualche modo devo pur sopravvivere…
Lei comprese il suo disagio. Aveva bisogno di qualcosa che lo spronasse a resistere, un segnale di possibilismo, una fontana per affrontare i chilometri a venire.
– Sa… la psicanalisi non è un presidio di pronto intervento. Ciò nonostante, qualche tentativo si può fare, non basta per guarire ma potrebbe aiutarla a superare la crisi. Vede… la maggior parte dei nostri movimenti non è fatta per la supervisione razionale, viene in automatico. Del resto, per la testa sarebbe impossibile tener sotto controllo tutto quello che accade in ogni istante nel corpo… sa bene quanto siamo complessi. Se durante i tremori si fissa su quello che succede, cercando di ripristinare il movimento regolare, l’esecuzione istintiva viene ostacolata e il disturbo, invece di passare, rischia di acuirsi.
Consigliò di tener la mente occupata durante gli episodi di malessere; allenarsi a contare, elencare i capoluoghi di provincia, pensare all’ordine dei prodotti nelle corsie del supermercato. Doveva lasciare che il cervello reagisse ai movimenti non intenzionali con le esecuzioni inconsce per cui era naturalmente organizzato.
Potevo arrivarci da solo – rifletté di getto – sono un medico anch’io. Ma lui non era mai stato un sistemista, uno che cercava la visione d’insieme. La sua professione, da sempre, era mettere chiodi nei femori, perni alle anche, protesi alle ginocchia. Aggiustava meccanicamente i pezzi rotti come se il paziente fosse un assembramento di componenti, non sempre in garanzia.
Il tutto è maggiore della somma delle parti…gli venne da pensare. Si era sempre chiesto cosa rimanesse dalla sottrazione; per la prima volta percepì delle connessioni, dei legami che – pur senza gli addendi – delineavano una struttura.
Lei continuava a parlare.
– Non è una cura – ribadiva – le cause andranno comunque indagate.
– Proverò, al momento non ho nulla da perdere.
Finirono la seduta e fissarono per il giovedì successivo. Mentre veniva via, sulla porta dello studio, ebbe l’impressione che fosse distratta. Non frettolosa e nemmeno disinteressata… anzi, fu professionale come tutte le altre volte. Sarà stanca o avrà qualcosa da sbrigare… l’importante è che non smetta di ricevermi. Sentì, in quel preciso momento, di aver bisogno di lei. Non beneficio, convenienza o utilità… bisogno. Come di qualcosa che serve a sopravvivere, a non lasciarsi andare. Non manca molto, almeno fino al concorso…
Uscì e riprese la solita routine: il cartoccio con la cena alla rosticceria, un documentario sugli animali della savana, i vestiti sulla sedia da portare a lavare.
Quella notte sognò ancora lo straniero. Aveva alle spalle l’anello luminoso, questa volta più nitido che mai. Cercò di fermarlo ma la voce non usciva, il corpo era bloccato. Prese a elencare le ossa della mano: il carpo, le falangi, lo scafoide, l’uncinato… poi i nervi, la lingua… no… questi sono tessuti molli, non vanno bene… li menzionava e intanto rimaneva fermo, chiuso in un involucro opprimente.
Si svegliò di soprassalto, sudato e palpitante. Mosse le dita, toccò i polsi, ributtò la testa sul cuscino.
E se fosse un’aureola?
Alle 8 si alzò per andare al lavoro. Aveva i controlli post-operatori e poteva fare con calma: i pazienti – lo dice anche il nome – sono abituati ad aspettare.
Una volta arrivato, mezz’ora dopo l’orario, andò al bar dell’ospedale a prendere il caffè. Avrebbe potuto farne a meno, vista l’acidità di stomaco che lo mordeva dall’interno, ma aveva un imperativo categorico: farsi vedere dai colleghi. L’apparenza della normalità, in quel periodo di poche certezze, era diventata una priorità assoluta.
Nel gruppo dei camici bianchi la conversazione fu ordinaria e prevedibile. Le tette a punta della barista, il torneo di tennis, l’investimento in borsa che – anche quella volta – tutti avevano azzeccato. Qualche risata grassa e la gag per chi doveva pagare… stava per finire lo show – finalmente – quando, oltre la vetrata, vide la sua sagoma passare.
Nonostante fosse di spalle, non ebbe dubbi che si trattasse di lei. L’avrebbe riconosciuta anche con meno particolari, tanto l’aveva osservata durante le sedute.
Si affrettò all’uscita del locale … Scusate, devo rientrare… e la seguì lasciando un margine di distacco. Si fece largo tra la gente cercando di non perderla di vista, in che reparto stava andando? Era ferma all’ascensore, si precipitò verso le scale.
Primo piano, secondo piano… nessuno era sceso e proseguì la corsa in salita.
Al quarto c’era stato uno stop, qualche secondo dopo giunse lui col fiatone.
Avanzava, una decina di metri più avanti, senza esitazione. Sembrava che sapesse dove andare, che conoscesse la via. La minor affluenza dei piani superiori gli consentì di tenerla d’occhio con una distanza più estesa; seguiva in lontananza la sua giacca scozzese e intanto si riprendeva dalla corsa. Passarono – lei davanti e lui dietro – nello scenario a cui era più abituato: il lungo corridoio, le sale d’attesa, le porte che si aprivano a destra e a sinistra. Finalmente arrivò a un reparto. Fece mente locale per identificarlo, non andava spesso in quella zona; sì… c’era stato qualche volta, anni addietro. Doveva esserci ricoverato un parente, forse sua zia. Il cartello giunse prima della sua memoria:
Reparto di senologia
Che cosa fa qui? Sarà venuta a trovare qualcuno oppure a fare un controllo di routine.
Abbandonò la scena mentre lei entrava; sarebbe stato imprudente andare oltre, in più doveva cominciare le visite.
Lavorò, come doveva lavorare, ma la testa andò per conto suo tutto il giorno, a chiedersi che cosa fosse venuta a fare. A fine serata, quando ormai era solo, tornò al quarto piano. Entrò di getto nel reparto, prima ancora di stabilire come si sarebbe approcciato con i colleghi.
Trovò una dottoressa giovane, probabilmente neoassunta, sulla porta dell’ambulatorio.
– Ciao, sono Balzani di Ortopedia, mi servirebbe un consulto – improvvisò.
– Devo andare un attimo in corsia, se vuoi puoi aspettarmi qui.
– Volentieri, grazie. Entrò e si mise a sedere.
La fortuna fu dalla sua parte: il monitor sulla scrivania era acceso, con le credenziali inserite.
Si affacciò nel corridoio e guardò intorno: non c’era nessuno. Accedette al fascicolo delle visite del giorno e salì fino ai primi posti.
Il suo nome comparve con tutta la scheda clinica
Chiara Betti, 42 anni
esami di accertamento per sospetto carcinoma
Aveva letto bene: sospetto carcinoma, c’era scritto così.
Sentì franare il respiro, non adesso…non adesso… il concorso è vicino. Ma qualcosa si aggiunse a quell’angoscia. Per la prima volta, da quando era bambino, si sentì preoccupato per qualcuno. Non per sé stesso, per un vantaggio, per evitare qualcosa. Era una sensazione scomoda, che quasi non ricordava. Gli tornò in mente l’altalena a dondolo su cui giocava con Irina; si affossava da una parte, col baricentro spostato.
Il culo a terra e lo stomaco più sotto. Lei, all’altro estremo, schizzava in alto senza voler volare.
Chiuse la scheda e uscì di fretta dal reparto.
Il corridoio lungo, le stanze dell’attesa, non sapeva dove andare.




