8. Le impronte del passato

Dopo aver varcato la porta di casa, Bianca ed Egle furono pervase dal silenzio.

Le loro parole si sgretolarono, si irrigidirono come sagome di sale e improvvisamente si crettarono per collassare l’una sull’altra, senza più forma né contenuto. 

Nell’appartamento, tutto era rimasto come la mattina in cui Franz era uscito per andare a rampicare. Il letto era disfatto, i vestiti buttati sulla sedia e una lattina di birra era appoggiata sul pavimento, vicino al divano. La finestra del bagno era aperta, con gli scuretti socchiusi, e l’accappatoio era appeso sulla maniglia. Sembrava che Franz fosse uscito poche ore prima e che stesse per tornare. Le sue cose, inutilizzate, avevano adesso l’unica funzione di evidenziarne l’assenza.

Bianca prese l’accappatoio e se lo strinse al petto, mettendosi la mano sulla bocca per trattenere il pianto. Credeva di essere forte e si scoprì vulnerabile, ancora paralizzata dalla disperazione. 

Negli stessi istanti, Egle percorse con passo incerto una stanza dietro l’altra, con la sensazione di varcare il tempo e di tornare nel passato.

Si guardava intorno, posava gli occhi sugli oggetti della sua infanzia e della vita con suo fratello, mentre i ricordi si mescolavano a una crescente sensazione di colpevolezza. 

Come aveva potuto andarsene e lasciare quella casa? Perché aveva permesso che gli eventi si snodassero in quel modo balordo, guidati solo dal rancore e dal favore di un destino sciagurato, senza porre resistenza con maggiore determinazione? Aveva lasciato che la scala delle sue priorità si ribaltasse, capovolta dalla leva dell’orgoglio. E adesso che Franz non c’era più, non le rimaneva altro che biasimare se stessa. 

Continuava a rimuginare e tornò indietro, percorrendo l’appartamento in senso contrario. Quando vide Bianca con l’accappatoio in mano sentì un cedimento alle gambe, ritrovando nel suo sguardo il proprio lamento inconsolato.  

– Hai trovato il quadro? – le chiese Bianca.

– No, ce ne sono altri appesi per la casa, ma non quello che mi hai descritto.

– Ricordavo di averlo visto qui nell’ultimo periodo, evidentemente mi sbagliavo. Dunque siamo venute per nulla.

– Io sarei dovuta venire comunque, prima o poi. Sono contenta che tu sia con me adesso, da sola sarebbe stato ancora più insopportabile.

Si misero a sedere sul letto di Franz, l’una accanto all’altra; gli occhi appoggiati qua e là e lo sguardo nel vuoto.

Poi Bianca cambiò espressione, si sporse verso il comodino e afferrò una piccola cornice contenente un disegno. Era il ritratto di una bambina, realizzato a matite da una giovane mano. Lo guardava incredula, mentre col dito sfiorava il vetro di protezione.

–  Come è possibile – disse stupita – questa sono io.

– In che senso? 

– Nel senso che avevo questa faccia quando ero piccola. La frangia, il taglio dei capelli… e anche questo cerchietto con il fiocco azzurro. Non c’è dubbio: sono proprio io!

Egle si fermò a guardarla. Lei e Franz da bambini erano stati sempre insieme, se suo fratello aveva conosciuto Bianca da qualche parte, doveva averla incontrata anche lei. 

Ricostruirono la loro storia e individuarono il periodo in cui, probabilmente, erano entrati in contatto. Era l’anno in cui si trovarono a frequentare la stessa scuola elementare nel sestiere San Marco, quando Franz ed Egle erano in affido ai servizi sociali. Qualche visione fumosa comparve nei loro ricordi, Bianca ritrovò in lontananza l’immagine di due bambini con i capelli chiari che giocavano da soli nel cortile della scuola. Qualche volta si era trattenuta con loro, facevano il gioco della corda. Avevano un nome strano…com’è che si chiamavano…oddio sì, come aveva fatto a non pensarci…erano proprio Egle e Franz! Possibile che lui l’avesse considerata così importante da farle un ritratto? E allora, poi, quando era entrato nella bottega tanti anni dopo, l’aveva fatto di proposito? O era stato un semplice caso? 

Bianca provò, per l’ennesima volta, la sensazione di trovarsi in una trama più grande di lei, inserita in uno scenario che si estendeva in profondità, ignara degli strati che avrebbe trovato ancora.

Certo è che quel disegno le riscaldava il cuore, il fatto che Franz avesse l’avesse ritratta da piccola lasciava intuire un affetto coltivato nel tempo, come se lui avesse sperato, fin da allora, di trovarla nel suo destino. E invece se ne era andato e l’aveva lasciata sola, per sempre. 

– Posso tenerlo? – chiese mostrando il quadretto incorniciato.

– Certo, è tuo.

Egle si alzò e riprese a camminare per la casa. Sembrava che i suoi piedi fossero sospesi e levitassero sul pavimento, rendendo silenzioso anche il picchiettio dei tacchi alti. 

Bianca vedeva i suoi capelli biondi passare da una stanza all’altra: una figura diafana e diritta che si muoveva leggera, quasi senza peso, tirata dal filo dei pensieri.

Decise di raggiungerla e la trovò in salotto, seduta sul divano, che guardava un quadro posato sul cavalletto. 

Era una tela con sfondo azzurro, piena di pesci di colore rosso. 

– È il suo ultimo lavoro – disse Bianca – ci sono pesci anche qui! Non avevo fatto caso a questa coincidenza.

Egle rimase in silenzio, con l’espressione rapita. Sembrava che i suoi occhi vedessero altro, qualcosa dentro o al di là del dipinto. Non ascoltava, non si muoveva; a stento Bianca ne scorgeva il respiro. Poi improvvisamente si alzò e si tolse le scarpe.

Procedette scalza verso il quadro, arrivando così vicina da poterlo toccare. Aveva lo sguardo diritto, insensibile a quello che succedeva intorno: fissava la pittura ed entrava nel passato.

Vide delle immagini soffuse, ricordi che non pensava di avere; dei flash custoditi da qualche parte nella sua memoria senza alcuna sequenzialità.

Era in macchina, con tutta la famiglia. Lei e Franz scherzavano sui sedili posteriori, la mamma si raccomandava di non fare chiasso perché il papà doveva guidare. 

Poi un viale alberato, sparso di foglie cadute, e un uomo che parlava in una stanza piena di libri, dietro una scrivania di legno scuro. Riconobbe il suo dito di bambina infilarsi in un recipiente con l’inchiostro nero, la sensazione di bagnato che tingeva ogni cosa e la sua impronta su un foglio tutto bianco, mentre l’uomo le diceva che era stata brava. Il freddo, la sciarpa che volava, Franz che saltellava senza pestare le righe del selciato e ripeteva a cantilena che voleva mangiare. Di seguito una chiesa di pietra chiara, con un campanile imponente, e un grande mosaico all’interno. Osservavano qualcosa, tutti e quattro insieme, la mamma li teneva stretti per le spalle e diceva di fare attenzione. Indicava col dito, un particolare forse, o la spiegazione di un motivo decorativo. Papà ribadiva che era importante, che quelle erano le loro radici. Ma cosa guardavano? Egle non riusciva a ricordare.

Assottigliò gli occhi per mettere a fuoco la scena. Il dipinto era per lei uno schermo su cui erano proiettati i ricordi; lo sfiorava in cerca di visioni, lo attraversava per trovarsi dentro a un’altra dimensione, in qualche zona periferica di sé.

Bianca la sentì parlare piano, mentre vedeva suo corpo irrigidirsi:

– Non vedo, non vedo – diceva preoccupata.

Aveva la voce trasformata, simile al pianto di una bambina, con la bocca contratta e la fronte aggrottata.

Pose le dita su uno dei pesci del dipinto e indugiò. Ci passò di nuovo e poi di nuovo ancora, trovando forse lì l’accesso alla memoria. 

– Il pesce – mormorò alla fine. Lo ripeté più forte, a rimarcare la certezza di quell’affermazione: 

– Guardavamo il pesce.

D’improvviso allentò, i suoi muscoli progressivamente si distesero e il volto riprese le sue forme gentili. Si girò di scatto e si rivolse a Bianca, sicura di sé.

– Aquileia – disse soltanto – dobbiamo andare lì.

Bianca avrebbe voluto domandarle che cosa avesse visto, a quando risalivano i suoi ricordi e perché avesse deciso, solo ora, di attribuirgli un senso.

Ma in quel momento le parve di non avere tempo, presa solo dall’istinto di partire. Avrebbe chiesto tutto dopo aver organizzato la trasferta.

– Io domani sono libera – disse Egle interpretando i suoi pensieri – non ho voli fino a giovedì.

– Io prendo un giorno di permesso, Alvise capirà. Andiamo in macchina? Posso prendere quella di mia madre, al parcheggio Sant’Andrea.

– Sì certo, in macchina. Dobbiamo cercare il viale.

– Che viale?

Egle non rispose. Bianca si girò e la vide addormentata sul divano. Sembrava un angelo, col viso disteso e i lineamenti abbandonati al riposo. 

Chissà dov’era stata mentre attraversava il quadro e che cosa aveva visto. 

Non ebbe dubbi, Bianca, sulle proprie convinzioni. Qualcun altro, forse, avrebbe interpretato il comportamento di Egle come la visione di un’allucinata, l’esaltazione di una donna stravagante che si era tolta le scarpe per cogliere una verità sottile, il delirio di una pazza che aveva appena tentato il suicidio gettandosi nelle acque del Canal Grande.

Invece Bianca fu con lei, incondizionatamente, dalla parte delle sue vibrazioni.  

Si avvicinò e la guardò dormire, poi le accarezzò i capelli con affetto.

– Portami con te Egle – disse piano – sulle tracce di Franz.

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