7. Ingresso al labirinto

Dopo l’incontro al bar, Bianca ed Egle fissarono per vedersi ancora.

Si sarebbero trovate, l’indomani pomeriggio, al laboratorio di restauro dove Bianca lavorava per fare un giro lungo i canali. 

Avevano voglia di frequentarsi, di entrare in confidenza e soprattutto di parlare di Franz. Il fatto di avere per lui un affetto condiviso le faceva sentire unite e comprese nel dolore del lutto; entrambe erano desiderose di rammentarlo per sentirlo ancora presente.

Quando Egle varcò la porta della bottega erano le 18 in punto, fuori era buio e Bianca stava rassettando gli arnesi da lavoro. 

Vederla spuntare dal fondo del locale le portò alla mente il giorno in cui Franz era entrato con il quadro sotto braccio: la somiglianza tra i due era effettivamente sorprendente.

Nonostante avessero una diversa struttura fisica, esile lei e più robusto lui, erano caratterizzati dagli stessi colori e dai medesimi modi discreti. Si muovevano leggermente, con gesti silenziosi, come se da un momento all’altro potessero scomparire. Sembravano corpi senza fisicità, presenze delicate di un secolo invadente. 

Alvise intravide Egle e fece un passo indietro, mettendosi in penombra. 

– Vieni, sono quaggiù – urlò bianca per farsi sentire – dammi cinque minuti e sono pronta.

– Fai con calma, mi piace sbirciare nelle botteghe degli artigiani. 

Si sentì chiudere la porta del retrobottega, Alvise era salito nel magazzino al piano superiore.

– Ecco fatto, possiamo andare.    

– Perfetto.

– Un attimo solo, saluto il proprietario.

Bianca aprì la porta del retrobottega:

– Al, vado. A domani – gridò dalle scale.

– A domani – sentì rispondere dall’alto.

Finalmente uscirono, passarono il ponte dei Pugni e andarono lungo la fondamenta Alberti con l’unico intento di continuare a passeggiare. 

– Vuoi bere qualcosa? – chiese Bianca. 

– No, grazie. Per me camminare va benissimo. Se vuoi fermarti però cerchiamo un bar. 

– Camminare va bene anche per me.

Tenevano entrambe le mani in tasca, in attesa di trovare un argomento che potesse sciogliere la conversazione. Poi d’improvviso Bianca ruppe l’indugio e chiese quello che voleva sapere, incapace di aspettare ancora. 

– Dovrei farti una domanda – disse con esitazione –  spero di non sembrarti invadente. 

Egle la guardò, facendo segno di continuare.

– Ecco… – riprese Bianca – mi hai accennato al fatto che te ne sei andata, qualche tempo fa.

– Vuoi sapere come mai mi sono allontanata da Franz? 

Ancora una volta Egle si mostrava diretta, esplicita, immediata. Bianca si stupì della sintonia tra i loro pensieri. 

– Sì, esatto – rispose – non voglio entrare nelle vostre cose, solo che ho bisogno di capire. Tante volte Franz mi è parso distratto o corrucciato; ho avuto la sensazione che mi nascondesse qualcosa. Quel dubbio non mi ha mai lasciato e ora che lui non c’è più, mi tortura.

Egle si fermò. Era arrivato il momento di affrontare la questione e di far luce su quella vicenda, da troppo tempo oscura. 

– Credo che tu abbia ragione – disse piano –  ti nascondeva qualcosa. Lo nascondeva anche a me, per questo me ne sono andata. 

– Dici che Franz aveva un segreto? Di che genere?   

– Non so di cosa si trattasse, gliel’ho chiesto più volte ma ha sempre negato. 

– Allora come fai a esserne sicura? 

– Ti dico come sono andate le cose; non avrei mai pensato di parlarne con qualcuno, ma quel pensiero è un peso che non riesco più a sopportare. Tutto è successo più o meno sei anni fa. Lavoravo da poco come hostess di volo ed ero quasi sempre lontana da casa. Io e Franz vivevamo insieme nell’appartamento che ci hanno lasciato i nostri genitori ed eravamo molto uniti; il fatto di essere rimasti soli ci aveva abituati a fronteggiare le difficoltà contando sempre l’uno sull’altro.

Quella mattina tornai per caso, una collega mi aveva chiesto un cambio per un imprevisto e presi un’altra tratta, con partenza posticipata di ventiquattro ore. 

Franz aveva l’abitudine di dipingere di notte ed entrai piano per non svegliarlo. Invece lui era in salotto e conversava con un uomo. Vidi le sagome attraverso la vetrata, stavo per affacciarmi e salutare quando sentii parte dei loro discorsi. Quel tizio parlava con una voce molto bassa e aveva un tono cupo; a fatica distinguevo le parole ma riconobbi distintamente il mio nome e mi fermai ad ascoltare.

Alludeva a un’informazione riservata, una notizia importante che doveva rimanere segreta. Disse a Franz che doveva tenere all’oscuro anche me, come aveva sempre fatto.  

Compresi che si trattava di qualcosa che era successo a Venezia ma non riuscii a seguire il filo del discorso, l’intero colloquio mi pareva privo di senso. Distinsi le parole settimo fortinoarcaventre del pesce o qualcosa di simile; tutto mi sembrava assurdo. 

Continuai ad ascoltare, mi aspettavo che Franz dicesse qualcosa per opporsi, che accennasse alla necessità di tirarmi dentro a quella storia, qualsiasi cosa riguardasse.

Invece disse che avrebbe seguito le indicazioni e che avrebbe continuato a lasciarmi fuori. 

Provai un enorme senso di delusione, non potevo credere che a parlare fosse proprio mio fratello. 

Mi allontanai dalla vetrata e uscii di nuovo dall’appartamento per non palesare la mia presenza; quando l’uomo se ne fu andato rientrai facendo finta di niente. Volevo prendermi il tempo di riflettere con calma, speravo che Franz si ravvedesse e mi coinvolgesse in quella faccenda, mi ostinavo a credere che il nostro rapporto avrebbe vinto su tutto. Per giorni non pensai ad altro; nella mia testa tentai molte volte di ricostruire il discorso che avevo sentito cercando di mettere a fuoco quella voce roca, ma ricordavo solo espressioni sconnesse, prive di una logica che le tenesse insieme. Non ho mai saputo di cosa parlassero, e oramai è certamente troppo tardi per scoprirlo.

– Non hai mai detto a Franz che eri lì e che avevi sentito la conversazione?

– Sì, alla fine gliel’ho detto. Non riuscivo più a fare una vita normale, avevo sempre creduto di avere con mio fratello un rapporto di completa sincerità e quello stato di cose mi logorava nel profondo. Non potevo accettare il fatto che lui fosse riuscito, da tempo, a celarmi qualcosa. Quando gli rivelai di aver origliato si arrabbiò e non rispose alle mie domande. In seguito ho provato molte volte ad affrontare la questione ma lui diventava nervoso e non voleva parlarne.

Presi a vederlo sempre meno, quando tornavo non si faceva trovare e non rispondeva alle mie telefonate.

Ero ferita, amareggiata, arrabbiata; a lavoro cominciai ad accettare voli sempre più distanti per rimanere fuori a lungo. Passammo qualche mese senza vederci, finché un giorno decisi di andarmene. Mi convinsi del fatto che non mi avrebbe cercata e che potesse fare a meno di me, ormai aveva fatto la sua scelta e non sarebbe tornato indietro. Da allora sono passati più di cinque anni e io non riesco a perdonarmi per aver preso quella strada.

Bianca ascoltava in silenzio, colta da sensazioni contrastanti. Quello che aveva appena sentito generava in lei un forte senso di incredulità, ma allo stesso tempo le forniva un riscontro, la prova che cercava da mesi. Franz aveva mostrato da subito un lato oscuro del suo carattere; il fatto di aver trovato conferma alle sue impressioni, strano a dirsi, la faceva sentire sollevata. Per la prima volta vedeva dei tratti nitidi, certo inquietanti, ma basati su qualcosa di concreto. Tutto, in quel momento, le sembrò meglio dell’ombra in cui aveva brancolato per mesi. 

Fu esattamente quel bagliore, il raggio di luce che finalmente passava dalla crepa delle sue paure, che illuminò il ricordo di un particolare risvegliato dal racconto di Egle. 

Si fermò di colpo, scossa da un’intuizione.

– Hai detto pesce? Era questa una delle parole che hai sentito? 

– Sì, perché? 

– Mi è venuta in mente una cosa. Forse è solo una coincidenza…

– Dilla.

– Mi sono rammentata un quadro di Franz, il primo dipinto che vidi di lui. Mi colpì subito perché era molto singolare, c’erano due orologi, interamente fatti di numeri, con all’interno un pesce.

Pensai che alludesse alla forma di Venezia, ora però mi viene il sospetto che nascondesse altro. 

– Dici che Franz potrebbe aver usato l’arte per comunicare qualcosa che non poteva dire a parole?

– Non è forse quello il senso dell’arte? Comunicare qualcosa che le parole non riescono a dire.

– Forse hai ragione.

– Mi viene voglia di osservarlo di nuovo, guardarlo alla luce di quello che mia hai raccontato. Chissà se il quadro è ancora a casa sua, cioè vostra…che dici se andiamo a vedere? 

Egle esitò e abbassò lo sguardo.

– Non so se sono pronta a entrare in quella casa, non ci sono mai più tornata.

– È difficile anche per me. Ma non siamo più sole adesso, abbiamo l’una l’appoggio dell’altra.

Egle la guardò. Bianca aveva uno strano guizzo negli occhi, forse l’irragionevole certezza che prima o poi sarebbero riuscite a sciogliere ogni nodo, a motivare i silenzi di Franz e a comprendere ogni cosa. Si chiese se fosse il caso di seguire quello slancio o, seppure, fosse più prudente rinunciare. Per non cadere ancora nell’amarezza della delusione, per tenersi lontana dal dolore.

Accettò, quasi senza accorgersene. Sentì la propria voce uscire col respiro, come se il suo corpo sapesse cosa fare come e più di lei, svincolato dalle sue paure.

– Andiamo – disse soltanto. 

– Andiamo – ribadì Bianca.

Furono entrambe pervase da una strana euforia, benevole verso la forma di speranza che si era appena accesa, unite nell’incertezza e dunque, proprio per questo, inaspettatamente forti.

Presero ad avanzare in fretta, l’aria era fredda e i canali erano avvolti dalla nebbia. Venezia era un grande labirinto che mostrava, per la prima volta, di possedere un centro illuminato.

– Avrei un’altra domanda da farti – disse Bianca dopo un po’.

– Dimmi.

– Ti metti sempre scarpe così per camminare? 

Egle si mise a ridere. Indossava un paio di décolleté viola glitterate col tacco alto.

– Hai qualcosa in contrario? 

– No, anzi, voglio provarle anch’io.

Procedevano e si facevano beffa l’una dell’altra, lasciando che la confidenza del gioco entrasse tra loro sotto forma di energia. Finalmente giunsero nel sestriere Cannaregio, dove Franz ed Egle avevano vissuto insieme. L’appartamento era vicino, la verità invece dall’altra parte dell’immaginazione.  

In quegli stessi momenti, Alvise scendeva le scale del magazzino.

Teneva in mano una scatola di legno, un bauletto rifinito con pregiate decorazioni d’argento. 

Lo appoggiò sul tavolo e la spolverò con cura, utilizzando lo straccio che usava per pulire le cornici. Poi prese una sedia e salì fino a raggiungere il lampadario, allungò il braccio e mise la mano nell’incavo dell’impalcatura.

Scese dalla sedia con una chiave in mano, la infilò nella serratura e la fece girare. Il bauletto si aprì ed estrasse un’altra scatola, questa volta di metallo. Era una piccola cassaforte moderna, con i tasti per la combinazione. Digitò una sequenza di quattro cifre e tirò fuori una pergamena.

La stese sul tavolo e per qualche minuto rimase a guardarla. 

Vi era incisa una lunga lista di nomi, scritti in colonna l’uno di seguito all’altro, con la grafia in corsivo di un codice antico.

Li ripercorse tutti lentamente, fino ad arrivare in fondo.

A metà strada sentì una stretta al cuore e appoggiò le mani sul bancone. Abbassò la testa e si lasciò andare al pianto.

L’ultimo nome della lista, di recente intagliatura, era quello di Franz.

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