9. Il fiume più grande

Bianca ed Egle partirono la mattina presto, dirette ad Aquileia.

Non avevano un indirizzo preciso; l’unico dato in loro possesso, tutt’altro che certo, era il ricordo di Egle relativo a una visita nella città, quando lei e Franz erano bambini, e all’incontro con un uomo che aveva raccolto le loro impronte digitali. Si trattava presumibilmente di un notaio il cui studio era ubicato in un viale alberato che Egle rammentava vagamente, come una reminiscenza calata dall’alto senza giunture di spazio e di tempo con gli altri avvenimenti di quel giorno. 

Si preannunciava una giornata limpida e fredda. I colori dell’alba tingevano di rosa l’orizzonte e l’autostrada, col sole in arrivo, offriva il suo inaspettato slancio di poesia: sorprendente come il viaggio, passeggero come i viaggiatori. 

Bianca guidava ed Egle teneva in mano un foglio che aveva stampato poco prima di partire. Era una lista di tutti gli studi notarili di Aquileia, evidenziata con più colori.

Li avevano suddivisi in base alla loro ubicazione, secondo i quartieri originati dagli antichi cardo e decumano ed erano intenzionate a battere ogni zona fino a individuare il viale che cercavano, nella speranza che Egle fosse in grado di riconoscerlo.

Uscirono dalla A4 e percorsero la Strada Regionale 352; alle 8,30 arrivarono in città e si fermarono per fare colazione. Presero un cappuccino e una brioche al volo e risalirono in macchina, pronte a iniziare il giro. 

Si muovevano con perfetta sinergia, avevano gli stessi tempi ed erano animate dalle medesime intenzioni, determinate ad arrivare in fondo in ogni modo. Erano entrambe dotate di un intuito irragionevole, risultato talvolta infruttuoso nel passato e adesso invece fertile e produttivo grazie alla forza della collaborazione. 

Iniziarono dalla zona nord, vicino al Museo Paleocristiano.

– Vedi qualcosa che riconosci? – chiese Bianca speranzosa.

– Niente, per ora è tutto buio.

– Continuiamo, in fondo siamo appena arrivate.

Percorrevano le strade lentamente, con gli occhi puntati sui particolari.

Man mano che scartavano un indirizzo lo depennavano dalla lista, attribuendo all’accorciarsi dell’elenco significati ora di gioia e ora di delusione.  Procedettero verso l’area archeologica del Foro Romano e poi verso quella del Sepolcreto fino ad arrivare nella parte sud della città.

Le ore passavano ma Egle non scorgeva nulla che risultasse per lei minimamene familiare, guardava tutto con precisione ma continuava a brancolare nella luce sfocata dei ricordi lontani, senza trovare ganci a cui attraccare la memoria. 

Tornarono indietro, percorrendo le stesse strade in senso contrario. Verso le 13, dopo aver mangiato un panino, si trovarono sulle sponde del fiume Natissa. 

Fu proprio lì, in prossimità della Durida, che Egle ebbe il sentore di qualcosa.

– Hai notato che qui si incontrano due fiumi? Guardiamo sulla mappa per vedere dove siamo esattamente.

Bianca Fermò l’auto e controllò la posizione sul navigatore dello smartphone.

– Hai ragione, in questo punto il Natissa incorpora il fiume Terzo. Dici che è importante?

– Non mi stupirei se lo fosse. Non siamo forse noi nella medesima situazione? Stiamo per confluire in una realtà più grande, il flusso della verità. Non ci scordiamo, poi, che siamo arrivate fino a qui seguendo il simbolo di un pesce. Qualcosa vorrà dire!

– Se è così, sei un genio. 

– Modestamente… a scuola però ero famosa solo perché ero la più gnocca. 

Egle fece l’occhiolino, Bianca si mise a ridere.

– Forza, procediamo. 

Imboccarono via Dante e continuarono il percorso, guardando ogni contrada da ambo i lati.

– Ferma, ferma – esclamò d’un tratto Egle – ci siamo! 

Alla loro destra, un viale alberato accompagnava la vista in fondo, fino al punto di fuga.

Bianca fece un sospiro, quasi a sancire il momento di svolta. 

– Ok, cerchiamo parcheggio.

Lasciarono la macchina e si diressero verso il numero 29, dove trovava sede lo studio del Dottor Fabio Londero, notaio.

Suonarono il campanello, il portone si aprì e salirono al primo piano, come indicato dalla targa sulla facciata del palazzo.

All’entrata, una segretaria gentile e ben pettinata le accolse con un sorriso.

– Buon giorno, in cosa posso esservi utile?

– Ecco…è una storia lunga…- farfugliò Bianca in preda alla concitazione. Nella fretta di arrivare, non avevano preparato alcun discorso che potesse spiegare la situazione e giustificare la loro visita.

Egle prese la parola al volo e coprì con un tono più alto la voce di Bianca.

– Vorremmo parlare col Dott. Londero, ma non abbiamo appuntamento.

– Sento se può ricevervi. Chi devo annunciare?

– Gli dica che sono Egle, Egle Arcanti.

Bianca la guardò ammirata. Nonostante il suo spirito mistico e la sua tendenza all’irrazionale, Egle era capace di sfoderare la risolutezza di una lama affilata. Una dote che il più delle volte risultava in lei nascosta ma che all’occorrenza diventava categorica, sorprendentemente esatta. Bianca si chiese se quella caratteristica, l’abilità di centrare il bersaglio all’improvviso, fosse sempre con lei o seppure comparisse solo in certe circostanze, come un tratto distintivo della sua predisposizione al cambiamento repentino.

– Vado a sentire, attendetemi qui – disse la segretaria. Poi si alzò e si diresse verso la porta alla sua sinistra. Bussò con due colpi leggeri ed entrò, richiudendo alle spalle.

Quando tornò, qualche secondo dopo, aveva l’espressione vagamente turbata.

– Il Dottor Londero vi aspetta, potete andare.

Egle e Bianca si introdussero nella stanza. Un uomo elegante le osservava in silenzio dall’altra parte della scrivania. Egle lo guardò e ne riconobbe i tratti gentili. Il tempo aveva modificato il suo aspetto nelle forme e nei colori ma aveva risparmiato il garbo di quel giorno, quando lei aveva intinto il dito nell’inchiostro e lui le aveva detto che era stata brava.

– Signorina Arcanti – iniziò piano Londero –  non mi aspettavo la sua visita.

– Si ricorda di me? – chiese Egle senza giri di parole.

– Certamente. Anche se l’ultima volta che l’ho vista era appena una bambina e non avrei potuto riconoscerla. Prima di cominciare il nostro colloquio, vorrei esprimerle le mie condoglianze per la scomparsa di suo fratello. 

Su quelle parole Bianca sentì un cedimento dentro al petto: il cordoglio per la morte di Franz arrivava come una scheggia su una ferita ancora aperta e le faceva male. 

– Dunque ha saputo – riprese Egle.

– Sì. Ma andiamo per gradi e mi dica a cosa devo la sua presenza.

Egle fece un sospiro profondo.

– Molti anni fa io sono venuta qui con la mia famiglia e lei mi ha preso le impronte digitali. Vorrei saperne il motivo.

– Non mi prenda per maleducato – proferì Londero con delicatezza – ma forse è opportuno che la sua amica esca dalla stanza e la attenda in sala d’aspetto. Queste sono informazioni riservate.

Bianca fece cenno di andare ma Egle la trattenne.

– È perfettamente inutile che esca. Appena fuori, le racconterò per filo e per segno quello che lei ora mi dirà. Tanto vale che ascolti subito.

– Come vuole. Allora accomodatevi, prego – Londero indicò due sedie dall’altra parte della scrivania. Fece qualche attimo di silenzio e poi riprese a parlare.

– Ebbene. I suoi genitori hanno predisposto qui da me la custodia di una cassetta di sicurezza, con la clausola che semmai loro fossero venuti a mancare, avreste potuto accedervi solo lei e suo fratello. Previa verifica delle impronte digitali. 

– Non bastavano i documenti?

– Evidentemente no.

– Dunque se verifichiamo l’autenticità delle mie impronte posso accedere alla cassetta, è così?

– Diciamo che ne ha diritto, sì. 

– Bene, procediamo al riconoscimento.

Londero tirò fuori dal cassetto una piccola custodia contenente un tampone di inchiostro, lo aprì e fece segno ad Egle di passarci il dito. Poi mise un foglio bianco sulla scrivania. 

Egle premette il dito sul tampone, avendo cura di sporcare tutta la falange, poi lasciò la sua impronta sulla carta.

Una volta terminata l’operazione, Londero passò il foglio allo scanner e avviò il processo di riconoscimento digitale. 

In pochi secondi ebbero il risultato: l’impronta coincideva perfettamente.

– Adesso che succede?

– Deve firmare i moduli di consenso e poi vi porto in archivio. Cortesemente, dovrebbe darmi i suoi documenti.

Egle tirò fuori il passaporto e firmò ogni cosa, senza leggere le liberatorie. 

– Siamo pronti per andare – disse l’uomo mentre riponeva i fogli.

Londero estrasse un mazzo di chiavi dal cassetto della scrivania e si alzò.

Egle e Bianca lo seguirono verso una piccola porta, situata in fondo all’ufficio. 

Giunti in prossimità dell’apertura, il notaio disattivò l’allarme e infilò la chiave nella serratura, finché la porta si aprì.

Si trovarono davanti una ripida scala in discesa, scarsamente illuminata.

La percorsero e giunsero nel sottosuolo, un sotterraneo col soffitto a botte arredato sui quattro lati con mobili composti da piccole cassette di metallo rivestite in legno.

Al centro della stanza trovavano sistemazione tre sedie foderate in cuoio e una fratina di noce, sulla quale era appoggiata una lampada di ferro battuto.

– Ecco, questo è il vostro – disse Londero indicando un cassetto nella parete di sinistra – con il riconoscimento delle impronte io ho esaurito il mio compito, adesso tocca a voi.

– In che senso tocca a noi? 

– Nel senso che per aprirla occorre un codice di sicurezza.

– Ma come, non ce l’ha lei?

– Io lo conosco in parte. È una stringa di sette cifre, da me sono state depositate solo le prime quattro. Evidentemente volevano essere sicuri che io non potessi aprirla in alcun modo.

– Le altre tre chi le ha decise?

– Suo fratello, le sapeva solo lui.

– Franz è stato qui? E ha avuto accesso alla cassetta? 

– Sì, è stato qui diverse volte. L’ultima, poco più di un anno fa. 

Egle sbottò.

– Possibile che tutto si complichi sotto i nostri occhi?  Non arriveremo mai in fondo a questa storia! Sembrava di essere a un punto di svolta e invece… eccoci daccapo! Come facciamo a sapere che numeri ha scelto? 

– Potete provare a caso se volete, ma le probabilità di riuscire sono molto basse. Ci sono 1000 possibili terne, ciascuna di queste va associata alla quaterna depositata. Rischia di essere un procedimento davvero molto lungo…

Bianca, che fino a quel momento era stata in disparte senza dire una parola, si intromise di getto nel discorso. 

– Proviamo con il numero 137 – disse con determinazione.

La sua voce risuonò nella volta del soffitto e riempì tutta la stanza, rivelandone d’un tratto la presenza.

 Egle e il notaio si girarono verso di lei, stupiti.

– Perché 137? – chiese Egle.

– È un numero particolare, famoso in fisica. Franz me ne ha parlato una volta perché compare in uno dei suoi quadri, proprio quello che cercavamo ieri. Si chiama costante di struttura fineo qualcosa di simile. È grazie a quel valore che tutto, nell’universo, è come lo vediamo.

– Spero che lei abbia ragione – disse Londero – lo verifichiamo subito. Provo a inserire le cifre; nel caso in cui l’apertura dovesse scattare, uscirò dal caveau e voi procederete con la vostra ispezione. 

L’uomo si avvicinò al cassetto e mise il dito su una piccola placca di metallo contenente la tastiera per il codice. Digitò quattro cifre, pronunciandole a voce alta: 1,3,6,2.

Poi si fermò e aggiunse 1,3,7.

Seguì un attimo di silenzio. Egle e Bianca tenevano gli occhi fissi sul cassetto; i loro cuori, insieme a quello del notaio, battevano freneticamente su tre ritmi diversi generando uno spasmodico, disordinato, palpitìo. Sembrava che il disordine dell’universo fosse precipitato in fondo al sottosuolo, che la furia del caso imperversasse, resa belva dal tentativo di trovare un equilibrio, e che l’irresolutezza lanciasse i suoi moniti di eterna disperazione.

Poi improvvisamente giunse la quiete. Tutto si fece composto, sensato, ordinato. I battiti tornarono regolari, il respiro divenne calmo e la tensione si allentò. Davanti ai loro occhi, per effetto dei sette numeri, il cassetto si aprì. 

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