15. Una funesta coincidenza

Bianca non trovava pace.

Da quando aveva rinvenuto il plico di fogli nella bottega di Alvise, era diventata guardinga e diffidente: si muoveva con circospezione tra gli strumenti da lavoro e si domandava se l’uomo fosse in qualche modo coinvolto nella vicenda di Franz.

Le cose di sempre, intorno a lei, avevano perso il potere dell’abitudine e ora sembravano incapaci di fornire conforto, snaturate dal sospetto di nascondere qualcosa di proibito.

Nulla, a parte il blocco che aveva scoperto per caso, lasciava intendere qualche forma di relazione tra Alvise e Franz, tuttavia lei non riusciva a staccarsi da quel pensiero, turbata da una sensazione che non riusciva a dominare.

Aveva bisogno di allontanare ogni dubbio e di accertare che i due non avevano nulla a che fare l’uno con l’altro; sentiva la necessità di verificare che il segreto di Franz si sviluppava in direzioni lontane da quella bottega e che Alvise era il vecchio compagno di sempre: una figura paterna e spigolosa che la abbracciava con lo sguardo pulito, senza l’ombra del mistero. Così decise di indagare e di cercare, nel laboratorio, altre tracce che fornissero prove più precise, spingendo le sue convinzioni in una direzione o nell’altra.

L’occasione si presentò di lì a poco, quando Alvise le disse che si sarebbe assentato per qualche giorno. Come ogni anno, sarebbe andato a una fiera in bassa Garfagnana per acquistare legno di Castagno e di Ciliegio da utilizzare nelle cornici d’arte antica.

Bianca pensò che quell’allontanamento fosse un’opportunità da non perdere e decise di approfittarne per chiarirsi le idee. Aspettò il giorno della partenza e quando fu sola, affrontò il dilemma delle sue ricerche.

In tanti anni che era stata lì, non aveva mai varcato lo spazio di Alvise se non per piccolissime necessità: cercare un arnese, passargli il telefono o spazzare via i trucioli con un colpo di saggina; da sempre aveva rispettato quella separazione ideale che significava per entrambi libertà e riservatezza.

Per la prima volta, adesso, si immergeva nella postazione dell’uomo, accompagnata da un’amara sensazione di abusività.

Per qualche secondo fu tentata di rinunciare e di lasciare tutto com’era, fingendo di non avere mai avuto il dubbio che invece le pulsava forte nelle tempie.

Poi decise di continuare, pensando che l’occasione non si sarebbe ripetuta.

Si rimboccò le maniche e prese a rovistare con minuzia in ciascun angolo, tra cose non sue. Guardò sugli scaffali e nei cassetti, aprì le ante dei mobili da lavoro e spostò ogni oggetto per vedere se nascondeva qualcosa.

Finì di perlustrare l’ambiente e si trovò davanti le scale che portavano al magazzino, nel piano superiore. Fece un respiro profondo, chiuse a chiave l’ingresso sulla strada e si accinse a salire. Quella stanza, a cui normalmente accedeva quando cercava materiale per il restauro, appariva adesso come una grotta misteriosa.

Aprì la porta ed entrò, facendosi spazio tra la roba accumulata. Oltrepassò la credenza su cui erano appoggiati i barattoli di colla e di solventi e si avvicinò allo scaffale degli arnesi per smerigliare. Sul piano più alto individuò i ceselli e i pennelli che era solita usare, disposti in ordine di grandezza.

Sparsi un po’ ovunque, per terra e su ripiani di fortuna, vide cumuli di listelli e cornici di varie misure, scarti di lavorazione tenuti da parte come pezzi di ricambio insieme a vecchi dipinti sciupati dall’umidità. Un forte odore di polvere e di legno riempiva la stanza, acre e denso tanto da sembrare corporeo. Tutto era esattamente come era sempre stato da quando lei aveva cominciato a lavorare lì e in qualche modo si sentì confortare.

Notò la cassapanca in fondo al locale e vi si diresse, intenzionata a cominciare l’ispezione. La aprì con calma ed estrasse il contenuto: stracci da lavoro e gommapiuma da imballaggi. Li sparpagliò sul pavimento senza rinvenire nulla di sospetto, quindi rimise tutto dentro e richiuse con cura.

Stava per avanzare verso lo scaffale quando la sua attenzione fu attratta da un piccolo sportello nella parete, un’anta del colore del muro posta vicino alla finestra. Non l’aveva mai notato e per qualche secondo rimase interdetta, stupita dalla propria noncuranza. Provò ad aprirlo con le mani ma lo trovò incastrato, così prese un cacciavite e fece leva sul bordo. Dopo qualche tentativo, il portello si aprì e lei sentì un tuffo in mezzo al petto, colta dalla fastidiosa sensazione di aver trovato qualcosa di importante.

Guardò nella cavità ed estrasse un piccolo bauletto di legno, rifinito in argento. Provò ad aprirlo, ma la serratura era chiusa e la chiave non sembrava essere nelle vicinanze. Infilò la mano nel buco, sperando di trovarla col tatto e sentì uno strato liscio e sottile appoggiato sul fondo. Lo prese e la guardò con curiosità. Era la pagina di un vecchio quotidiano, ripiegata e ingiallita dal tempo.

Bianca si spostò verso la finestra, in modo da avere più luce, e aprì la testata per leggere il contenuto.

La sua espressione cambiò di colpo mentre con gli occhi divorava un articolo cerchiato a penna e datato 24 maggio 1998.

Continuano le indagini sull’incidente avvenuto ieri sera alla biblioteca Marciana, per il quale è stato aperto un fascicolo dalla Magistratura.

La disgrazia sembra dovuta a un cedimento strutturale, che avrebbe causato il crollo di una parte di soffitto in prossimità della scala che conduce alla Libreria Sansoviniana. In mattinata è stata confermata la presenza di due vittime, i coniugi Lidia e Luigi Arcanti, custodi della biblioteca.

 Lasciano un figlio e una figlia, rispettivamente di nove e sette anni.

Una funesta coincidenza accompagna il triste ritrovamento: nella tasca della sig.ra Lidia è stata rinvenuta la fotografia di un particolare della scala che ha subito il crollo. Si tratta di uno stucco, posto alla sommità della volta di copertura della gradinata, in cui è riprodotta la Sapienza, rappresentata da una donna che impugna un libro di forma quadrata e un cerchio, simbolo dell’eternità.

Nel retro della fotografia è riportata la scritta in latino:

 “In circulo veritas”’

Bianca fece qualche passo e si lasciò cadere sulla cassapanca. Il cuore le batteva forte e il tragitto dei suoi pensieri andava disordinatamente da una parte all’altra mentre con gli occhi continuava a guardare la pagina ingiallita. I bambini a cui si riferiva il giornale erano evidentemente Franz ed Egle e quel ritrovamento dimostrava che Alvise, in qualche modo, aveva a che fare con la loro storia.

Tutto quello che non avrebbe voluto scoprire era tra le poche righe che teneva in mano. L’articolo era sempre stato lì, nelle immediate vicinanze, e il solo pensiero generava in lei smarrimento, rabbia e umiliazione.

Appoggiò la testa al muro, confusa e amareggiata, mentre la notizia si fondeva con le poche informazioni che aveva, mescolando sospetti e deduzioni.

Dunque i genitori di Franz e di Egle erano vittime del crollo del tetto… sapeva che erano morti in un incidente, ma non conosceva i particolari. Franz era scomparso troppo presto e tante domande erano rimaste in sospeso. Con Egle, poi, non c’era stato il tempo di chiedere alcunché: da quando l’aveva conosciuta gli eventi si erano succeduti così velocemente da assorbire ogni attenzione e ogni slancio di energia.

Guardava e riguardava la pagina: perché la mamma di Franz aveva in tasca una foto di quel particolare della scala e che cosa avrà voluto dire con la scritta In circulo veritas?

C’erano troppe cose oscure e non riusciva a pensare. Che cosa avrebbe dovuto fare adesso? Parlare con Alvise, mettendolo alle strette, o continuare a indagare?

Proprio in quel momento, mentre sembrava incastrata nel vortice dell’angoscia, squillò il cellulare con la notifica di un messaggio.

Era Egle, grazie al cielo.

– Sono appena tornata, quando vuoi ci vediamo.

– Vieni in bottega il prima possibile, è importante.

Dopo venti minuti, Egle varcò la porta del laboratorio. Aveva ancora addosso la divisa da Hostess, con i capelli raccolti e il badge sulla giacca.

– Che cosa è successo? – chiese trafelata.

– Devo mostrarti una cosa, seguimi.

Salirono le scale e arrivarono al magazzino, poi Bianca le passò il foglio di giornale. Egle si mise a sedere e lo lesse in silenzio.

– Oddio Bianca, che cosa significa tutto questo?

– Sapevi che tua madre aveva quella foto in tasca quando è morta?

– No, non mi hanno mai detto nulla. Ero molto piccola e mi hanno tenuto lontano da ogni cosa. Nei primi tempi, quando ero in affido ai servizi sociali, non mi facevano guardare nemmeno la tv; probabilmente avevano paura che sentissi le notizie di cronaca. Dove hai trovato questo articolo?

– Ecco, è una storia strana. L’ho trovato nascosto qui, in questa concavità del muro – Bianca indicò il buco con lo sportello.

– Qui? Ma come è possibile?

– Me lo chiedo anch’io, per ora non ho una risposta. Il mio sospetto è che Alvise sia coinvolto nel segreto di Franz, anche se faccio fatica a immaginarlo.

– Faccio fatica anch’io, sarebbe una coincidenza esagerata. È troppo vicino a te per essere responsabile di qualcosa, non è verosimile!

– È quello che ho pensato anch’io.

– Che cosa facciamo adesso?

– Per cominciare, dobbiamo dare un senso alla foto e alla frase del cerchio.

– Già, il cerchio…ricordi che ne ha parlato anche il tipo nella basilica di Aquileia?

– È vero, l’ha nominato quando in riferimento al corridoio centrale, quello che va  verso l’altare. Ci ha fatto notare la differenza tra le decorazioni nel pavimento a destra e a sinistra, i cerchi e i poligoni, appunto. Sembra tutto estremamente collegato, come se ci fosse un filo che tiene unite queste informazioni…solo che noi non lo vediamo. Forse dobbiamo cercare tra le cose dei vostri genitori, rintracciare qualche indizio sulla loro vita. Hai ancora qualcosa che apparteneva a tua madre o a tuo padre? Delle foto, degli oggetti che avete tenuto in ricordo…

– C’è qualche scatola a casa mia e di Franz. È tutto nel ripostiglio, le abbiamo messe da parte quando eravamo ragazzini e non le abbiamo più aperte: era troppo doloroso.

– Hai le chiavi con te?

– Sì, sono attaccate alle altre nel portachiavi.

– C’è anche un’altra cosa, ma non sono in grado di interpretarla.

Egle si fermò e la guardò con attenzione.

– Insieme all’articolo di giornale c’era questo bauletto – Bianca mostrò la cassaforte con le rifiniture d’argento – però è chiuso e non ho trovato la chiave. Non so se ha a che fare con la vicenda.

– Vedremo, per adesso andiamo nell’appartamento.

– Bene.

Rimisero il giornale nel vano del muro, accompagnato dal bauletto. Richiusero lo sportello e scesero al piano inferiore.

Egle guardò fuori dalla finestra.

– Sta per piovere, hai un ombrello?

– Lo prendo.

Uscirono in strada. Il cielo era nuvoloso, l’aria fredda e il vento invadente.

Arrivarono le prime gocce, rade all’inizio e poi sempre più insistenti. Di colpo si scatenò la bufera: l’ombrello volava all’indietro, le giacche si gonfiavano sui corpi tirandoli una parte e dall’altra con la furia delle raffiche arrabbiate.  

Dopo qualche minuto infiammò il temporale. Decisero di non fermarsi, pensando che si sarebbero asciugate nell’appartamento.

Quando giunsero, completamente bagnate, si infilarono nel portone e tirarono un sospiro di sollievo.

Salirono le scale ed aprirono la porta di casa.

Le finestre dentro erano chiuse e l’ingresso appariva poco illuminato.

– Ci sono dei vestiti miei nell’armadio – disse Egle – sono vecchi ma almeno sono asciutti.

– Mi tolgo le scarpe e arrivo – confermò Bianca.

Egle si avviò nell’altra stanza.

Dopo qualche secondo, Bianca sentì un grido: un urlo forte e spaventato che percorse il corridoio e riempì tutto lo spazio, lasciando nell’aria il tono vivo dell’angoscia.

– Che è successo?

Raggiunse Egle e si fermò di colpo.

Rimasero immobili, in silenzio, col battito del cuore al posto del respiro.

Avevano con gli occhi fissi nella stessa direzione, con lo sguardo senza via d’uscita. Quello che vedevano non forniva spiegazione: una beffa sgradita, l’assurdità esibita, forse un’allucinazione.

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