14. La lama del dubbio

Quando Nina disse che avrebbe offerto il proprio aiuto, Bianca ed Egle si lasciarono andare a un’istintiva manifestazione di gioia.

Fu un attimo di esultanza accentuato dal favore del momento, uno slancio di ottimismo dovuto alla percezione di un cambiamento che aleggiava nell’aria e cospargeva di euforia la realtà sottostante. Il presente, che fino ad allora aveva serpeggiato plumbeo e celato, dava adesso qualche segnale di apertura, lasciando intravedere le sporgenze da cui farsi agguantare.

– Mettiamoci subito a lavoro – esclamò Egle – dobbiamo escogitare un piano.

– La prima cosa da fare è scegliere un giorno in cui attuare la messa in scena per aggirare il tipo che ci sta seguendo.

– Siete sicure che quel giorno vi seguirà? – chiese Nina.

– La certezza non ce l’abbiamo, però abbiamo motivo di pensare che prima o poi lo farà. Qualcuno sta tenendo d’occhio i nostri spostamenti quando siamo insieme, su questo non c’è dubbio.

– Secondo voi anche adesso sa che siete qui?

– È possibile ­- considerò Bianca – la strada fuori è deserta, se mi ha seguito si è nascosto bene.

– Se Nina è d’accordo – disse Egle guardando la ragazza – potremmo pensare di uscire più volte, presto o tardi lo incastreremo!

– Dunque dovrei andar fuori con i tuoi abiti in diverse occasioni?

– Sì, sempre accanto a me – chiarì Bianca – pensi di poterlo fare?

– Certamente! Egle ha delle scarpe splendide, non vedo l’ora di indossarle.

Si misero a ridere tutte e tre, poi Bianca riprese a parlare.

Pensiamo a delle circostanze speciali, magari in luoghi pieni di gente.

– È vero – commentò Egle – nella folla avrei più libertà di movimento. Certo, avrei anche più difficoltà a individuare l’uomo…ma abbiamo un vantaggio, sappiamo che probabilmente è lì e ci sta pedinando. Ci starà vicino per non perderci di vista, quindi noi dobbiamo solo guardarci intorno, verosimilmente sarà nei paraggi. Ma… dove potremmo andare?

Nina prese la parola e propose un primo elenco:

– Al cinema, al ristorante, al Carnevale.

Bianca ed Egle si girarono di colpo verso di lei.

– Bravissima!

Nina fece il gesto di un inchino, felice di aver detto qualcosa che potesse sembrare intelligente.

– Aggiungerei anche la biblioteca – si inserì Bianca.

– Perché la biblioteca?

– Ricordi che cosa è successo ad Aquileia? L’uomo, fingendosi una guida, ci ha fermato nella basilica e ci ha parlato di simboli. Anche Franz, del resto, riempiva i suoi quadri di riferimenti astratti. L’aspetto mistico sembra tutt’altro che secondario, dobbiamo assecondarlo. Se andiamo in biblioteca, penseranno che facciamo delle ricerche e vorranno capire su cosa stiamo indagando.

– Hai ragione: inseriamo la biblioteca nei posti da frequentare – convenne Egle – anche se sarà più difficile spacciare Nina per me: c’è meno gente e l’ambiente è illuminato.

– Basterà che indossi una mascherina – propose Nina – di questi tempi passerà inosservata.

– Ottimo!

Fissarono la prima uscita. Sarebbero andate la domenica successiva alla taverna Al Remer, un ristorante a lume di candela vicino al Ponte di Rialto, con scorcio sul Canal Grande.

Bianca si sarebbe recata dalle due ragazze intorno alle 19. Nina avrebbe indossato gli abiti di Egle e verso le 20 lei e Bianca sarebbero uscite, avendo cura di coprire parte del volto di Nina con un foulard. Poco dopo, anche Egle sarebbe scesa in strada, cercando di individuare l’eventuale pedinatore. Al ristorante Egle si sarebbe messa in un tavolo in disparte, forte dell’amicizia con il proprietario, e avrebbe osservato i movimenti della sala.

– Avete per caso una parrucca nera? – chiese Bianca.

– Cara mia – rispose Nina – io ho parrucche di ogni colore e pettinatura.

– Non ti chiediamo come le usi – commentò Egle ridendo.

Nina fece l’occhiolino:

– Lascio spazio alla vostra fantasia.

La ragazza andò in camera e uscì con una parrucca in mano: un caschetto nero e liscio con la frangia. Egle la infilò e subito apparve conturbante: misteriosa e provocante come un personaggio dei fumetti.

– Così non passi certo inosservata.

– Indosserò le scarpe basse e una camicetta accollata; volendo posso mettermi anche gli occhiali, di solito quando esco non li porto perché uso le lenti.

– Possiedi delle scarpe basse? – disse Bianca, sarcastica.

– No, pensavo di mettere i tuoi stivali da combattimento!

– Spiritosa, tanto non abbiamo lo stesso numero…

Le ragazze preparavano la loro uscita e intanto si burlavano l’una dell’altra. Il bisogno di leggerezza trovava finalmente lo spiraglio per uscire e dava respiro alla frivolezza di un’età dimenticata, compressa e trascurata dal dolore del lutto. Ordinarono la cena per telefono e proseguirono nell’allestimento dell’azione, scherzando e sfilando con gli abiti da indossare.

Erano tre donne dalla vita scardinata che all’improvviso ritornarono bambine, angeli vestiti di niente, voci sibilate nella cella del tempio.

Quando arrivò domenica, tutto era pronto e organizzato.

Andarono, come previsto, alla taverna Al Remer e presero posto nei rispettivi tavoli: Nina e Bianca da un lato, Egle defilata dall’altro.

Prestarono attenzione a ogni avventore e a ogni movimento, ma nulla lasciò pensare che qualcuno le seguisse.

Quando rientrarono a casa, ancora travestite e separate, si lasciarono andare a un moto di delusione.

– Coraggio – le consolò Nina – è solo il primo tentativo.

– È vero – riscontrarono le altre – non dobbiamo arrenderci.

Pochi giorni dopo, anche il secondo tentativo fallì: andarono e tornarono dal cinema senza avvertire presenze sospette.

Poi Egle e Nina dovettero partire per un volo intercontinentale e l’uscita successiva fu fissata per la fine della settimana dopo.

In quei giorni, Bianca cercò di trovare la concentrazione e si immerse nel restauro, recuperando le ore di permesso che ultimamente aveva utilizzato in abbondanza.

Fu proprio in uno di quei lunghi pomeriggi a bottega che successe qualcosa.

Era martedì, Alvise era uscito per riportare i quadri da un cliente e Bianca era sola nel laboratorio.

Lavorava a un dipinto di fine ottocento, spolverava col pennello le sporgenze della cornice e osservava con cura la parte da restaurare.

L’orologio alla sua destra segnava le 18 ma lei non aveva fretta, aveva programmato di terminare la rimozione delle macchie superficiali entro la serata, in modo da procedere l’indomani con la stuccatura delle lacune.

Squillò il telefono, poggiò il pennello sul tavolo da lavoro e si avvicinò per rispondere.

– Pronto?

– Salve – disse una voce di donna – vorrei delle informazioni per un preventivo di restauro.

– Buona sera, i preventivi vengono trattati dal proprietario ma in questo momento non c’è.

– Posso lasciare il mio numero?

– Certo. Un attimo che prendo carta e penna.

Bianca si guardò intorno. L’agenda che di solito era accanto al telefono stranamente non era al suo posto.

Appoggiò la cornetta sullo sgabello e andò nella postazione di lavoro di Alvise, pensando che fosse stata lasciata lì per sbaglio.  

Si volse a destra e a sinistra, ma lo scadenzario non c’era. Intravide sullo scaffale un block notes e si avvicinò per afferrarlo. Lo prese distrattamente, poi lo guardò e rimase impietrita. Dopo qualche secondo, turbata, tornò al telefono.

– Provi a richiamare domani – disse concisa.

Riagganciò senza salutare e si lasciò cadere sullo sgabello.

Guardava e riguardava il taccuino senza formulare un pensiero precikso. Era un plico del formato di un quaderno, un insieme di fogli decorati, sul bordo superiore, con una sottile linea beige.

La mente di Bianca tornò al disegno rinvenuto nella cassetta di sicurezza dal notaio ad Aquileia, la pagina con il pesce stilizzato che Franz aveva depositato insieme ai documenti che certificavano il cambio di cognome. Possibile che provenisse proprio dalla bottega in cui lei lavorava come restauratrice? Avrebbe significato che Alvise era coinvolto in quella storia. O si trattava invece di un semplice caso, un’improbabile coincidenza senza motivo e senza valore?

L’idea che Alvise avesse a che fare col segreto di Franz la turbava e la confondeva, rubando ai suoi pensieri la lucidità. Era un’ipotesi assurda, un’eventualità che non aveva riscontri e che legava, inspiegabilmente, due persone completamente diverse. L’età, il carattere, il contesto di vita…Alvise e Franz apparivano pianeti lontani che gravitavano intorno a soli differenti, ignari l’uno dell’orbita dell’altro.

Ma il blocco era lì, nelle sue mani, e il dubbio pareva essersi cristallizzato su quella riga beige: attraversava la pagina ed entrava, come una lama, nella sua testa.

Bianca ripercorse il periodo in cui aveva cominciato a frequentare Franz, quando si trovavano per uscire e lui passava a prenderla in bottega. Non le era parso che conoscesse Alvise, per la verità non ricordava nemmeno di averli mai visti parlare.

Però un attimo…anche l’assenza totale di comunicazione, a ben vedere, poteva essere un indizio. Tutte le volte che Franz era entrato nel laboratorio, Alvise si era allontanato. Certo, poteva essere un gesto di riguardo nei loro confronti, una premura per non sembrare invadente, la verosimile gentilezza di un vecchio verso due giovani innamorati.

Oppure Alvise si scostava per un altro motivo, fugando con l’assenza la possibilità di dar nell’occhio e mantenere al sicuro qualcosa che doveva rimanere nascosta?

Ma cosa, cosa? Quell’interrogativo la tormentava ormai da giorni, da quando con Egle aveva cominciato a indagare sul segreto di Franz.

La mente di Bianca rimbalzava da una parte all’altra, spinta da opposte considerazioni.

Quel foglio aveva aperto lo scenario dell’insicurezza e il riserbo dell’uomo, adesso, poteva essere interpretato sotto una luce nuova.

In fin dei conti era un blocco come tanti altri, continuava a ripetersi, forse la sua angoscia era ingiustificata.

Per qualche istante si sentì ridicola, assurda per averlo sospettato. Ma qualcosa le diceva di perseverare in quel pensiero scomodo, di non abbandonare l’intuizione senza prima averne percorso i sentieri.

Il fatto che Alvise sapesse qualcosa avrebbe spiegato alcuni aspetti che fino a quel momento erano rimasti oscuri. Come faceva l’uomo della cattedrale, a sapere che sarebbe andata con Egle ad Aquileia? Qualcuno doveva avergli detto che quel giorno lei sarebbe stata assente da lavoro.

Ma Alvise…proprio lui no!

L’aveva accolta in bottega come una figlia e aveva sempre mostrato verso di lei premura e gentilezza. Era ruvido, questo era innegabile, ma lei era certa, anzi certissima, che le volesse bene. Non riusciva a immaginare che sapesse qualcosa su Franz, senza averglielo detto.

Bianca si torturava, l’incertezza era una spirale che si allargava inglobando ogni cosa; spazzava via la sua percezione della realtà e i suoi più intimi ricordi.

Che cosa doveva fare adesso? Affrontare Alvise, oppure fingere di non aver scoperto niente, scrutando le sue mosse di nascosto?

Rimuginava, seduta sullo sgabello, quando sentì aprire la porta d’ingresso.

Pose velocemente il blocco nel cassetto e tornò nella sua postazione da lavoro.

Quando l’uomo fu in mezzo alla bottega, lo salutò con poche parole simulando un’espressione di normalità. Lui ricambiò il saluto e appese la giacca al gancio sul muro.

Lo guardò di sbieco, mentre prendeva posto tra gli attrezzi da lavoro, seduto sulla solita sedia.

Per la prima volta, notò nel suo volto un’ombra di tristezza, un’espressione quasi di dolore. Forse c’era anche prima e non se ne era accorta, gli avvenimenti dell’ultimo periodo l’avevano distratta e allontanata dalle cose di sempre, riflettendo la sua attenzione su se stessa e sulla storia con Franz.

Poi all’improvviso, da dietro le cornici, lo vide appoggiare i gomiti alle gambe e affondare la testa tra le mani.

Non fece niente, non disse niente: rimase in fondo immobile a guardare.

Stettero così per qualche minuto, distanti e separati. Ciascuno col suo dubbio e con la sua lama nella testa, a chiedersi che cosa fosse meglio fare. 

Quando l’orologio segnò le 19, Bianca prese il suo giubbotto e si avviò verso l’uscita.

– Ciao Al – disse con voce insicura.

– Fuori è freddo – rispose lui – allacciati il giubbotto.

La porta si chiuse alle sue spalle e lei sentì un brivido di affetto. Ebbe la sensazione netta che Alvise fosse dalla sua parte e che Franz, tre passi avanti a lei, muovesse il vento per poterla abbracciare.

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