5. La fame di Egle

Dopo essersi trovate sul viale lungo il mare, Bianca ed Egle decisero di andare a riscaldarsi in un bar, confortate dall’idea di rompere il ghiaccio e di conoscersi meglio.

Scelsero un locale in una calle secondaria e presero posto in un tavolo nella saletta posteriore, vicino alla finestra che si affacciava sulla corte interna.

Quando Egle si tolse il cappotto, Bianca osservò che era ancora più magra di quanto avesse notato in precedenza. L’ossatura esile del suo busto si snodava nel collo allungato e terminava sul viso cereo, da cui partivano le onde dei suoi capelli dorati. Le ricordò l’immagine del sole e per un attimo si chiese come l’avrebbe ritoccata, se mai l’avesse incontrata su una tela. 

Ruppe il silenzio con garbo, attenta a non turbare l’equilibrio di quel momento delicato. 

– Hai fame?

Egle la guardò stupita, come se la domanda non riguardasse lei.

– Forse sì, insomma…un po’.

– Quant’è che non mangi?

– Mi pare da ieri.

Parlava lentamente, teneva gli occhi bassi e con le mani si toccava l’anello facendolo scorrere avanti e indietro sull’anulare. Bianca pensò che potesse essere sotto l’effetto di qualche calmante e si fece carico di gestire la situazione, ordinò due tramezzini e un vassoio di biscotti da prendere con il tè. Avrebbe voluto chiederle per quale motivo avesse tentato il suicidio e perché si fosse allontanata da Franz, diversi anni prima, ma fu trattenuta dalla paura di risultare invadente e proseguì sulla strada della dolcezza. 

– Come ti senti oggi?

– Così così.

La ragazza interagiva con poche parole concise, quasi impercettibili.

Dopo qualche minuto arrivò il cameriere e lasciò sul tavolo un vassoio con le ordinazioni.

Prima che Bianca potesse pronunciare alcunché, Egle afferrò il tramezzino e lo ingurgitò voracemente. Poi prese i biscotti e se li infilò in bocca, quasi senza masticare. Bevve un sorso di tè e appoggiò la tazza sul piattino.

– Cazzo, brucia – esclamò.

– Meno male che avevi poca fame – disse Bianca sorridendo.

Egle contraccambiò con una timida risata. 

– Non mi ero resa conto, ora va meglio.

Quello scambio di battute bastò per alleggerire l’imbarazzo e aprì la strada a una conversazione meno ingessata. C’era una strana atmosfera, gli eventi drammatici degli ultimi periodi lasciavano intravedere, per la prima volta, lo spiraglio di una complicità nascente.  

– Facciamo così: comincio io a raccontare – riprese Bianca – vuoi che ti dica chi sono? 

– Sì.

– Ok, ci provo. Mi chiamo Bianca e avevo una storia con tuo fratello, eravamo molto legati. È stato indubbiamente l’uomo più importante della mia vita.

La sua voce si ruppe, non riusciva ancora a pronunciare la frase che voleva dire. Rimase un attimo in silenzio, mentre con gli occhi lucidi guardava lontano per trovare il coraggio di esprimersi. Era necessario continuare, affrontare la questione, tirar fuori quelle maledette parole. C’erano già troppe cose non dette o lasciate cadere nel vuoto; troppi dubbi, troppe incomprensioni. Non era più il momento delle mezze verità: se voleva procedere doveva dare per prima un segnale di schiettezza, partendo da quello che era successo. A costo di far male, a costo di sentir risuonare il suo dolore. Era importante che dicesse tutto e poi si aprisse all’ascolto, solo così avrebbe potuto vedere Egle con gli occhi di Franz.  

 Si fece forza e proseguì.

– Ecco, eravamo uniti finché lui ha fatto l’incidente e… 

– Ed è morto – Egle concluse la frase bruscamente, senza giri di parole. Quasi a rimarcare la spietatezza di quell’accadimento. 

– Già – riprese Bianca – avrei voluto avvertirti quando è successo, ma non sapevo come rintracciarti. Come l’hai saputo?

Bianca temette di essere stata troppo precipitosa, subito colta da un vago senso di rammarico. Forse Egle non aveva voglia di raccontare come erano andate le cose, magari preferiva tenere quei dettagli per sé. 

Invece la ragazza si scosse e cominciò a parlare; tutto d’un fiato lasciò scorrere quel che aveva nella testa, i ricordi mescolati coi pensieri.

Fece uscire la sua storia come una cascata che straripa dalla roccia, quando l’acqua si trasforma in esplosione. Mise il verbo dietro a ogni soggetto facendo urgenza alla sua narrazione; senza posa liberò goccia su goccia mutando l’eloquenza in alluvione. Mostrò di nuovo d’essere affamata, una fame di parole e d’attenzione. 

– Il destino non è stato gentile con noi – disse – ancora una volta ci ha travolto e ci ha spazzato via. La notte prima dell’incidente, io ero sul viale lungo mare, proprio dove prima ci siamo incontrate. Franz era lì e urlava il mio nome. Mi chiedeva di tornare, diceva che aveva bisogno di me. Come una stupida sono rimasta in disparte, ad ascoltare le sue grida, senza farmi notare.

Poi lui se ne è andato e io ho camminato per ore, chiedendomi che cosa avrei dovuto fare. Avevo voglia di vederlo, di parlare con lui, di tornare alla nostra vita di un tempo. Guardarlo così, disperato, mi ha scosso nel profondo: ho capito in quel momento che io mancavo a lui quanto lui mancava a me. Ho pensato che avremmo potuto ricominciare, perché l’affetto che provavo era più grande del risentimento che mi aveva fatto allontanare. Così ho deciso che sarei tornata a casa, la nostra casa di famiglia, quella in cui lui continuava ad abitare. 

Il giorno dopo ho preparato le mie cose e nel pomeriggio sono andata lì. 

Egle fece una pausa, l’unica in quel racconto concitato, poi riprese a parlare.

– Quando sono arrivata c’era una strana atmosfera nel condominio. Le persone che incontravo, i nostri vicini, mi guardavano e non dicevano niente. Avevano un’insolita espressione, un misto di sgomento e compassione che in quel momento non riuscivo a decifrare. Ho salito le scale, colta da un presentimento, finché sono arrivata sul pianerottolo. C’erano dei fiori di fronte alla nostra porta, con dei biglietti di commiato per Franz.  

Mi sono sentita svenire, trafitta di colpo dalla disperazione. Tutto sembrava tremendamente surreale, non sapevo che cosa pensare. 

Poi è arrivata Maria, la signora che abita di fronte; mi ha sentita piangere ed è venuta ad abbracciarmi. È stata lei a raccontarmi quanto era successo. 

Non mi perdonerò mai di non essere arrivata in tempo, ho perso l’ultima occasione di vedere mio fratello, di chiarirmi con lui, di dirgli quanto gli volessi bene. 

Bianca ascoltava in silenzio, quel racconto la portava in una nuova prospettiva di dolore. Aveva la sensazione che la realtà fosse sdoppiata, sovrapposta, dissociata. Nonostante fossero passati diversi mesi, faceva fatica a connettere che i fiori di cui parlava Egle fossero stati proprio per Franz, il suo Franz, e che lui davvero non ci fosse più.   

Adesso era lì, di fronte a sua sorella, e in qualche modo sentiva di essere un tramite per loro. Aveva l’impressione di dover portare avanti un compito lasciato a metà, di ricongiungere qualcosa di interrotto, di aver ereditato un’incombenza senza tuttavia sapere quale. Doveva chiedere a Egle il motivo per cui si era allontanata da Franz, solo così avrebbe eliminato ogni ombra dal loro rapporto. Il fatto che lui non avesse mai voluto parlarne aveva lasciato un senso di vaghezza che apriva, adesso, la voragine del dubbio e si piantava come un pungolo sull’incertezza delle circostanze mai chiarite. Perché Franz non aveva voluto raccontare che cosa era successo? Che cosa si nascondeva dietro i suoi silenzi tormentati e i suoi cambiamenti d’umore? Era necessario dare ascolto alla voce insidiosa di quelle domande; il dubbio che lui non fosse stato sincero minava i suoi ricordi e le impediva di raggiungere la pace. Voleva entrare nell’argomento ma decise di aspettare: Egle aveva ancora bisogno di esternare il dolore del lutto.

La guardava esprimere il suo rammarico mentre continuava a ripetere di come fosse impossibile, per lei, gestire il peso di quel senso di colpa senza rimedio.

– È per questo che ieri ti sei gettata nel Canal Grande? – le chiese.

Egle abbassò lo sguardo.

– Sì, passano i mesi ma non riesco ad andare avanti. 

Bianca mise la sua mano su quella della ragazza. 

– Franz sapeva che gli volevi bene, ne sono certa. 

– Eri con lui quando è successo? 

– No. Non sapevo neanche che fosse lì.

– Qualcuno ti ha detto come sono andate esattamente le cose? 

– Ho parlato con Andrea, il suo amico. Quel giorno erano insieme.

– Lo diresti anche a me?

– Spero di riuscirci.

Così Bianca cominciò, a sua volta, a parlare. Raccontò quello che sapeva senza interrompersi, dettaglio su dettaglio e scena dopo scena, aggiungendo il suo strazio allo strazio di Egle.

Il sole fuori stava calando, l’aria fredda invadeva le strade e portava nei vicoli l’umidità del mare. 

Quel pomeriggio Bianca non andò a lavorare e si scordò di avvertire.

Alvise, in bottega, teneva d’occhio l’orologio e di tanto in tanto volgeva lo sguardo fuori dalla finestra, pensieroso.

Sentì il suono di una notifica e prese il cellulare. Era un messaggio temporaneo, inviato da un numero sconosciuto.

– Si sono incontrate – c’era scritto.

Il tempo di contare fino a tre, e il messaggio scomparve. 

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